1984 occhio«Quando fai all’amore, spendi energia; e dopo ti senti felice e non te ne frega più di niente. Loro non possono tollerare che ci si senta in questo modo. Loro vogliono che si bruci l’energia continuamente, senza interruzione. Tutto questo marciare su e giù, questo sventolio di bandiere, queste grida di giubilo non sono altro che sesso che se ne va a male, che diventa acido. Se sei felice e soddisfatto dentro di te, che te ne frega del Gran Fratello e del Piano Triennale, e dei Due Minuti di Odio, e di tutto il resto di quelle loro porcate?»


Tutto questo era verissimo, pensò. C’era un rapporto diretto e intimo fra l’astinenza sessuale e l’ortodossia politica. In che modo si sarebbero potute mantenere sempre eccitate la paura, l’odio, la folle credulità di cui il Partito abbisognava, nelle persone dei suoi membri, se non coll’imbottigliare un istinto potente come quello del sesso, e sfruttarlo, invece, come una forza motrice? L’istinto sessuale era un pericolo per il Partito, e il Partito l’aveva messo a frutto snaturandolo. Avevano fatto un trucco del tutto simile con l’istinto materno e paterno. La famiglia non si poteva abolire, e anzi la gente era incoraggiata, di solito, a esser fiera e amorosa della propria prole, press’a poco nella solita maniera del passato. Ma i figli, invece, venivano sistematicamente istigati a rivoltarsi contro i genitori, e si insegnava loro a far la spia del loro operato e a denunciare le loro mancanze. La famiglia era divenuta, in sostanza, una sottosezione della Psicopolizia. Era una trovata geniale mediante la quale tutti erano circondati, notte e giorno, da delatori che li conoscevano intimamente bene.
Tutt’a un tratto, ritornò col pensiero a Katharine. Katharine l’avrebbe certamente denunciato alla Psicopolizia, se non fosse stata troppo stupida per scoprire l’eterodossia delle sue opinioni. Ma ciò che in quel punto gli fece ricordare Katharine fu soprattutto il caldo snervante del pomeriggio, che gli aveva imperlato la fronte di sudore. E cominciò a raccontare a Julia qualcosa che era successo, o meglio che non era successo, durante un altro pomeriggio estivo di gran calura, undici anni prima.
Era tre o quattro mesi dopo che s’erano sposati. Avevano perduto la strada durante una gita organizzata, in una qualche parte del Kent. Erano rimasti indietro per qualche minuto, e poi avevano imboccato un sentiero sbagliato, s’erano trovati, in breve, sull’orlo di una vecchia cava di gesso. Era un salto ripidissimo, d’un qualcosa come venti o trenta metri, e tutto pieno di sassi nel fondo. Non c’era nessuno a cui potessero chiedere la strada. Appena si rese conto che s’erano perduti, Katharine cominciò a sentirsi a disagio. Lo starsene lontana dalla folla rumorosa dei gitanti, anche se per un solo minuto, le faceva venire come il rimorso per una cattiva azione. Voleva ritornarsene per la stessa strada per la quale erano venuti e quindi cercare nella direzione opposta. Ma in quel momento Winston notò qualche ciuffo di primulacee che crescevano in certi crepacci che s’aprivano in uno sprone, proprio sotto di loro. Un ciuffo era di due colori, cremisi e rosso mattone, sebbene paresse crescere tutto di sulla stessa radice. Non aveva mai veduto prima d’allora un fenomeno simile, e aveva dato una voce a Katharine, perché venisse a vedere.
«Guarda, Katharine! Guarda quei fiori. Quella macchia là, vicina al fondo. Non vedi che hanno due colori diversi?»
Lei s’era già incamminata per ritrovare i compagni, ma pure se ne tornò indietro, per un momento. Si sporse perfino a guardare sullo sprone dove lui indicava. Lui se ne stava appena dietro di lei, e le aveva passato una mano attorno alla vita, per sostenerla. In quel punto gli venne fatto di pensare, all’improvviso, che erano soli, completamente soli. Non c’era anima viva intorno, nemmeno il fruscio d’una foglia, nemmeno il cinguettio d’un uccello. In un luogo simile, il pericolo che ci fossero dei microfoni nascosti era addirittura minimo, ed anche se ci fosse stato qualche microfono avrebbe potuto captare soltanto dei suoni. Era la più calda, la più sonnolenta ora del pomeriggio. Il sole raggiava ferocemente su di loro: il sudore gli pizzicava la faccia. E allora gli era venuto in mente…
«E perché non le hai allentato un bello spintone?» disse Julia. «Ah, io gliel’avrei allentato davvero!»
«Sì, cara. Tu gliel’avresti allentato. E anch’io, se fossi stato, allora, la stessa persona che sono adesso. O forse… non so…»
«Ti dispiace, di non averlo fatto?»
«Eh, sì. Tutto sommato mi dispiace.»
Sedevano l’uno accanto all’altra, sul suolo polveroso. Lui la attirò a sé. La testa di lei gli si posò sulla spalla, e il grato odore dei capelli vinse la puzza delle fatte di piccione. È molto giovane, pensò lui, aspetta ancora qualche cosa, dalla vita; non capisce che dare una spinta a una persona importuna e farla rotolare giù da uno sperone non risolve niente.
«Non sarebbe servito a niente» disse.
«E allora perché ti dispiace di non averlo fatto?»
«Così, solo perché preferisco un fatto positivo a un fatto negativo. In questo giuoco che stiamo giocando, non possiamo vincere. Un certo tipo di insuccesso è preferibile a un certo altro tipo. Quest’è tutto.»
Sentì che le spalle di lei davano una scrollata, come per dire che non era d’accordo. Lo contraddiceva sempre, ogni volta che lui diceva qualcosa di simile. Non voleva accettare, come legge di natura, che gli individui devono essere sempre destinati alla sconfitta. In un certo modo, sapeva benissimo d’essere condannata anche lei e che, prima o poi, la Psicopolizia l’avrebbe colta sul fatto e ammazzata, ma pure, con un’altra parte della sua mente, credeva che fosse possibile, in qualche modo, costruirsi un mondo proprio e segreto nel quale si sarebbe potuto vivere benissimo a proprio piacimento. Quel che serviva era un pó di fortuna, un pó di furberia, un pó di sfacciataggine. Non capiva che non esisteva una cosa come la felicità, che la sola possibilità di vittoria era in un lontanissimo futuro, molto tempo dopo che lei era morta, e che dal momento in cui si decideva di muovere guerra al Partito la cosa migliore da fare era di considerarsi, da se stessi, nulla più che un cadavere.

«Noi siamo i morti» disse lui.
«Non siamo morti ancora» disse lei.
«Fisicamente, no. Sei mesi, un anno… cinque anni, forse. Io ho paura della morte. Tu sei giovane, e così, con tutta probabilità, ne sei anche più impaurita di me. Naturalmente cercheremo di resistere più che possiamo. Ma non fa molta differenza. Fino a quando le cose degli uomini resteranno le cose degli uomini, la vita e la morte saranno la stessa cosa.»
«Quante stupidaggini! Con chi preferiresti andare a letto? Con me o con uno scheletro? Non ti piace d’essere vivo? Non ti piace di sentirti? Di poter dire: questo sono io, questa è la mia mano, questa è la mia gamba, io sono vero, io sono di carne e ossa, io sono vivo! Non ti piace tutto questo?»
Si volse e s’appoggiò al suo petto. Winston poteva sentire i seni di lei maturi eppure duri e diritti, sotto l’uniforme. Quel suo corpo sembrava quasi trasfondere un pó della sua giovinezza e della sua forza nel proprio.
«Ah, sì. Mi piace» disse.
«E allora piantala di parlare della morte. E stà a sentire, bellezza: dobbiamo pensare a combinare dove possiamo vederci la prossima volta. Possiamo anche tornare nella radura del bosco. Però ci devi arrivare da un’altra parte, questa volta. Ho già tutto l’itinerario in testa. Tu prendi il treno… ma guarda, adesso te lo disegno.»
E in un minuto mise insieme un piccolo quadrato di polvere e con un rametto rubato al nido d’un piccione cominciò a disegnare una pianta per terra.

 

1984 radford
Suzanna Hamilton interpreta Julia in “1984” di Michael Radford

 

GEORGE ORWELL – 1984

 

 

 

 

 

 

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