L’ultimo anno (2) # La nebbia

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LA NEBBIA PLACE DE LA BASTILLE

Ottobre 1995

Nelle prime due settimane di domicilio effettivo a Bologna ho capito alcune cose. Che le ragazze quando arrivano si tingono i capelli di rosso, di fucsia o di verde. Che l’Osteria delle Dame non esiste più, anche se da qualche parte fuori dalla Via Emilia esistono dei locali fumosi dove si suona il jazz che io non conosco. Che ai bolognesi non frega niente dei locali fumosi dove si suona il jazz, interessa solo a me e a qualcun altro. Che al 36 occupato parlano di cose pallose e poco comprensibili mentre al piano di sotto certi altri si fanno le pere. Che se non ce la faccio a tornare a casa per la fattanza posso anche dormire al 36 unendo due banchi. Che il bar fighetto di Piazza Maggiore non mi dà un bicchiere d’acqua dal rubinetto perché non si paga. Che non serve andare dal controllore, sul 62 notturno alle tre di notte, per comunicargli che non c’erano biglietterie aperte dove acquistare il titolo di viaggio, tanto la multa me la fa lo stesso. Continua a leggere “L’ultimo anno (2) # La nebbia”

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Duelli

Brano tratto dal romanzo:

L’ultimo anno, Gianluca Ricciato (Smasher 2013)

Frida Kahlo
Frida Kahlo Il mio vestito è appeso là o New York, 1933 Olio e collage su masonite, cm 46 × 50 Monterrey, FEMSA © Banco de México Diego Rivera & Frida Kahlo Museums Trust, México D.F.

Luglio 1996

Solo un altro giorno nella vita di un guaglione
tempo che non dà soddisfazione
Neffa

«Hai scopato?»
«Sì.»
«Ah beh.»
«Che cosa?»
«No, niente, dicevo beata te.»
«Mah, a te com’è andata?»
«Mmm, così così, ho scambiato qualche effusione affettuosa.»
«Certo, affettuosa.»
«Perché tu non sei stata affettuosa?»
«Per me l’affetto è un’altra cosa rispetto alla scopata dell’altra notte.»
«E chi è?»
«Che ti interessa?»
«Così per curiosità…»
«È un ragazzo marchigiano, si chiama Luigi.»
«Marchigiano?»
«Sì, perché non si può?»
«Ma stiamo litigando?»
«Non so, se vuoi litighiamo, sei tu che sei strano.»
«Non è che sono strano, è che non lo so, non me l’aspettavo e… dai non fare la svampita, non è che mi lascia indifferente.»
«Non sono svampita, nemmeno a me lascia indifferente che tu abbia avuto effusioni affettuose con Anja.»
«Senti, io ho passato una notte terribile con lei, va bene?»
«Mi dispiace.»
«Sei sicura che ti dispiaccia?»
«Sì.»
«Grazie, ma non lo so se mi va di parlarne adesso con te.»
«Va bene parliamo di altro.» Continua a leggere “Duelli”

Abbiamo sputato

Brano estratto da L’ultimo anno

MONOSCOPIO.png

Abbiamo sputato sulla fine della storia, per questo ci siamo salvati. Abbiamo sputato sul mondo pacificato, conforme a chi non si è capito mai, uguale a se stesso e alla sua immagine, contenitore vuoto di cose vuote, all’infinito, come la sequenza infinita delle televisioni che contengono altre televisioni che contengono altre televisioni e così via, all’infinito. Negli anni Ottanta si vedeva spesso questa immagine, ora non più, chissà perché.

Se non avessimo sputato sul nulla, ora non avremmo più parole. Saremmo come quelli che si vedono girare per strada, quelli stile campus, i finti intelligenti che affollano le scuderie bentivoglie facendo finta di apprezzare il jazz, quelli che riempiono con rituali macabri luoghi che un tempo pullulavano di vita, di storie particolari, di eccessi tali e talmente disordinati che alla fine hanno distrutto tutto, si sono auto-divorati complici i virus del sistema. La normalità dell’attuale università. Ieri ero lì e sentivo il nulla delle parole inutili, l’assenza di racconto di volti che si trovavano lì per dovere, perché lunedì non si fa tardi cosa tranquilla concertino jazz Piazza Verdi luogo in. Piazza Verdi due coglioni luogo in. Piazza Verdi divorata dalla sua stessa merda, dalla merda simbolica di un luogo normalizzato, reso simile a milioni di altri luoghi uguali al mondo, i campus dell’università di massa, macchine da soldi edificate simbolicamente sulle macerie di un’era spazzata via, cancellata, annullata e conquistata nei suoi simboli.

San Lorenzo come Piazza Verdi. Piazza Verdi divorata dall’irriducibilità di quel mondo passato, dalla merda reale che calpesti girando in via Petroni, perché dopo la grande repressione sono spuntati come tumori i pusher clandestini e le cacche dei cani. Non i cerchi di carne dei ragazzi seduti a terra a mezzogiorno e mezzanotte, non Geremia e Sasà o altri normali borderline che tiravano tardi, non i frisbee, i chilom, i palloni da calcio, le chitarre, i baci appassionati rubati dietro le colonne, i viaggiatori di passaggio a Bologna spartiacque tra Sud e Nord del mondo, non le relazioni, non le amicizie, non gli amori.

Solo i macabri rituali la cui colonna sonora sono le suonerie dei cellulari, la cui scenografia sono gli orrendi vestiti trendy e i cui dialoghi sono i tormentoni grassi dei tristi comici e le cantilene dei grandi fratelli e degli uomini e donne, la Tv del dolore, la Tv dell’amore.

Ma noi abbiamo sputato su tutto questo. Sull’alienazione di una società fintamente pacificata e intrinsecamente violenta, violenta senza più senso, violenta di una violenza neutra, oggettiva, tecnica, abbiamo sputato su chi ci portava le evidenze oggettive e tecniche secondo cui ogni pensiero diverso è solo un’ideologia sbagliata, ogni comportamento differente dalla norma solo una bizzarria folkloristica. Abbiamo sputato sul crollo delle ideologie, sulla morte dell’arte, sulla fine della storia, sul pragmatismo economicista. Abbiamo, anche noi, sputato su Hegel, ma senza saperlo prima che sputavamo su di lui. Gli anni Novanta non avevano più il problema del rapporto tra politico e privato, perché tanto di privato c’erano solo le nevrosi e di politico c’era rimasto solo il teatrino, i buffoni di corte e di palazzo. Poi il problema ritorna, la storia invece non finisce e il rapporto tra pubblico e privato ritorna non solo come uno dei problemi, ma come la matrice di tutti i problemi, i rompimenti di coglioni che ci piombano addosso da quando siamo nati, dalle schifezze che ci fanno mangiare alle stronzate che ci inculcano e se la politica come la intendevano quelli degli anni Settanta è morta sapete che c’è di nuovo?

Tra diventare pazzi, depressi, schizofrenici, afasici patologici, avanzi di comunità, galere e centri di detenzione, punkabbestia psicotici, impanicati perenni, tra diventare tutto questo o in alternativa diventare gli zombi della normalità, oltre tutto questo c’è la nostra libertà che si pratica ogni giorno in come decidiamo di fare la giornata e la vita fuori dalla serialità del tempo e delle azioni. Farlo, non solo dirlo. C’è la lotta per conservare gli spiragli per questa libertà, c’è la voglia di non transigere più sui nostri corpi, sui nostri sessi, le scelte di vita le abitudini la quotidianità. Non è la fine della storia, è la fine di questa storia di questo mondo mortifero che vorrebbe trascinarci nel baratro, annullare le intelligenze e le sensibilità specialmente quando si manifestano insieme, vorrebbe distruggerci anche a costo di autodistruggersi perché non sopporta di vedere chi anela alla libertà e alla felicità, chi spezza il meccanismo insensato di un potere impersonale che gira a vuoto.

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Le interviste di Valerio (Libri diffusi vs L’ultimo anno)

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  1. Due parole di presentazione per gli utenti del portale di Libri Diffusi

Sono Gianluca Ricciato, salentino d’origine e bolognese per molta parte della mia vita. Ho appena pubblicato il mio primo romanzo, L’ultimo anno, ambientato negli anni Novanta a Bologna, con la casa editrice siciliana Smasher.

  1. Racconti di come ha iniziato a scrivere

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