La messa in scena della normalità e la paura di trovarsi fuori posto

LA MESSA IN SCENA DELLA NORMALITA’

«Secondo alcuni studiosi, il linguaggio scientifico sarebbe una buona approssimazione del linguaggio non retoricamente elaborato. A ciò si potrebbe opporre che il discorso scientifico, almeno in alcuni suoi passaggi decisivi, fa delle operazioni che sono di carattere squisitamente retorico (*).

Si capisce tuttavia come esso appaia vicino al grado zero se si considera che nella ricerca scientifica i procedimenti metonimici e metaforici (**) si articolano in maniera insieme elastica e stabile, molto più che in altre pratiche significanti dove spadroneggiano ignoranza e licenza.

Discussioni secolari su induzione o deduzione per capire alla fine che la scienza non si trova ad affrontare simile alternativa. Non ne ha bisogno, dico io, poiché il passaggio dal particolare all’universale e viceversa è un’operazione pratica che si fa in tanti modi e versi, ogni volta che sia possibile oltre che opportuno. Ed è possibile appena si riesce ad inventare un significato capace di esprimere e progettare il senso globale di un movimento esplorativo, poco importa quanto esteso o di quale natura. I botanici lavorano su lunghe e minuziose raccolte, Galileo si è concentrato su pochi esperimenti mentali, Freud si è dibattuto con i fantasmi suoi e dei suoi pazienti. Naturalmente le scienze non sono tutte uguali neanche da questo punto di vista.

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Resistere ballando: il movimento Danser encore

“C’è troppo menefreghismo, c’è troppo individualismo, si ha paura di mettersi in gioco, di rischiare, di perdere la zona di comfort e quindi ci si adegua un po’ a quelli che sono i dettami che vanno avanti di giorno in giorno. Perché lottare contro questi ti toglie la terra sotto i piedi. Non c’è unione di popolo, mentre in altri paesi, tra cui la stessa Francia da cui parte questo flash mob, sono più famosi per la loro unità di popolo. Non è casuale che sia nato nel paese della rivoluzione francese” (1)

Queste sono le parole di uno degli attivisti italiani del movimento Danser encore, se così si può definire. Il “Danzare ancora” è un’azione situazionista diffusa, un flash mob artistico interplanetario nato in Francia, dove un gruppo di persone canta, suona e balla una canzone di libertà in un luogo improvvisato di una città, in mezzo ai passanti. E a prescindere dal regime di restrizioni in atto in quel territorio. “Danser encore è una canzone del cantante HK (nome d’arte di Kaddour Hadadi) pubblicata nel dicembre 2020. La canzone viene ripresa in Francia e in diversi altri paesi durante dei flash mob, in contesti di mobilitazioni che si oppongono alle misure prese contro la pandemia di Covid-19. HK doveva presentare uno spettacolo con il suo gruppo ad Avignone, ma è stato cancellato durante la crisi sanitaria perché ritenuto non essenziale. In quel momento è nata l’idea di creare una canzone.” (2)

Da dicembre a oggi questa azione di resistenza ha letteralmente girato il mondo coinvolgendo o raggiungendo probabilmente milioni di persone. È raro ormai che mi capiti di dover spiegare a qualcuno cosa sia, perché in qualche modo se non si è venuti a contatto diretto è capitato di vedere una di queste performance online.

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La lotta di classe del sistema immunitario

Per essere lì alle otto devo mettere la sveglia almeno alle sei meno un quarto.

E mi deve andare bene che la metro deve passare entro dieci minuti, cosa che spesso non succede. Allora per non rischiare decido di non fare colazione a casa, di iniziare a cornetti e farine bianche già dalle sei di mattina.

Il bar sotto casa è aperto acca ventiquattro, come si dice, e non è un modo di dire. Si passano la staffetta ragazze varie, un tipo albanese, barman locali maschi dal carattere diffidente. Mi hanno visto un po’ tutti, a tutte le ore. D’estate spesso arriva la polizia alle tre di notte e fa un gran casino, la sento chiaramente dalle finestre aperte del quarto piano che affacciano sulla pensilina del bar. Ha l’insegna a luci rosse non a caso, ha accanto un finto bingo che funziona da ricettacolo di magnaccia e altra gente losca – alle dieci di mattina vedi uscire dalla porta stangone biondo platino impellicciate che vengono appunto a fare colazione al bar – e poi ha una sala videopoker nascosta da una tendina nera che dovrebbe coprire le malefatte che si compiono là dentro.

Mentre mangio la treccia ai cereali e pera, atto inaugurale della mia giornata fatta di fiorellini messi intorno alle gabbie per sopravvivere, la ragazza dietro al bancone si lamenta delle zingare nella metro. Con il collega albanese. Chiudo gli occhi e addento l’ultimo morso di treccina digrignando i denti. Hanno appena attaccato tutt’e due dandosi il cambio con gli altri due che nel frattempo stanno ancora in giro nel locale sfumacchiando e raccogliendo i cocci della notte.

Eppure serve a svegliarmi, più della colazione sana che avrei dovuto prepararmi in otto minuti a casa. Sì mi potevo anche svegliare alle cinque e fare colazione con calma, ma considerando che ho messo la testa sul cuscino alle due per finire di preparare la lezione, già così è un mezzo suicidio. E non avevo alternative, dovevo studiare e poi una volta ripetute le cose che non leggevo dagli anni universitari, c’è quella parte di me che non si ferma e vuole capire come non diventare l’automa che entra in classe e spiega cose pallose di cui non frega niente a nessuno, e che inizieranno a odiare. E allora metà del tempo se ne va a inventare strategie educative per farli appassionare, video, canzoni, giochi di gruppo e boutades varie. Del resto l’unico momento bello della mia giornata è quando entro in classe, chiudo la porta e sto con loro, mandando affanculo tutti gli adulti zombi come me con cui devo interfacciarmi tutto il giorno. Con loro ritorno umano. L’unico momento bello della mia giornata, anzi della mia vita in questo periodo.

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Che cos’è per me l’anarchia


Immagine ripresa dal gruppo facebook “Anarchia” (post di Maria Faggiano)

Che cos’è per me l’anarchia

di Gianluca Ricciato


Cos’è l’anarchia? Di base per me è una cosa, principalmente. Che nessuno decide del mio corpo. Perché non è che il corpo è mio, è che io sono il mio corpo. E nessuno mi può passare sopra nelle decisioni, così come io non posso passare sopra alle decisioni di nessun altro corpo-essere.

Questa è la condizione necessaria di ogni convivenza e vale per i comportamenti delle persone, delle associazioni di persone, delle strutture sociali,  delle istituzioni politiche, culturali, mediche o scientifiche.

Senza di questo non esiste nessuna possibilità di condivisione, perché senza di questo c’è una vita sottoposta al potere di qualcuno. An-archia, senza potere, non senza regole. La regola che ho descritto finora è la regola basilare di qualsiasi convivenza: nessuno obbliga nessuno a trapassare un corpo-mente-anima, un essere. La regola la fa la convivenza libera.

E tra l’altro questo dovrebbe valere per ogni essere, non solo umano, solo che è ancora più difficile all’interno di una cultura millenaria in cui è gradualmente cresciuta la volontà di dominio sulla Natura. Allora ogni discorso di diritti delle minoranze umane o non umane, senza decolonizzazione interiore della civiltà del dominio, è ipocrita fuffa progressista funzionale al potere.

Ma non sono io da solo che mi posso decolonizzare da una cultura del dominio millenaria, e non posso accusare un’altra persona di non averlo fatto. Posso solo muovere i passi verso un essere senza potere. Posso solo tendere all’anarchia, un’anarchia che può avere mille nomi e colori, ecologista, femminista, comunitaria, socialista e tanto altro.

Ma di base vuol dire una cosa sola: libertà profonda.

E nella libertà profonda dell’essere-umano non esistono confini, passaporti, muri, lasciapassare. Untori, identità nemiche, trattamenti sanitari obbligatori, dogane. Paura dell’altro. Tutto questo è figlio della stessa idea del mondo oppressiva che ha costruito una civiltà della paura.

Nello stato della libertà profonda nessuno impone a nessun altro il divieto di muoversi ed incontrarsi liberamente nel mondo, che sono le attività principali dopo la sussistenza. Chiunque lo imponga, da qualunque parte venga questo qualcuno, sostiene un pensiero, un’idea di vita, un’esistenza e una pratica politica nemiche della libertà. Un’irrealtà insostenibile che genera una non-vita e fa sembrare utopistico l’ovvio, cioè la possibilità di una vita che valga la pena di vivere.

La libertà profonda è costruzione di autodeterminazione e responsabilità comune, sapere condiviso e partecipazione reale, non confusione e terrore imposto dall’alto: per questo l’anarchia fa paura alla borghesia di qualunque colore, che ne cambia il segno e ne riempie di fango il senso e la storia.

Perché la borghesia capitalista ha eretto statue, inni e case alla libertà degli esseri umani per non doverla più applicare nella realtà, perché la borghesia ha paura sia della libertà che della verità.

Ma quando i tempi si fanno cupi la sua vera faccia si ripresenta alla storia, e in quel momento diventa necessario esaurire le chiacchiere e far emergere l’essere-senza-potere, che è il significato letterale dell’anarchia.

L’anarchia è la libertà dei corpi dentro una comunità umana vera e senza confini, è un modo modo di stare al mondo che supera l’odio, la falsità, la paura, la distruzione e il terrore. Compreso quello che da duecento anni il sistema capitalista sta iniettando alla Terra e ai suoi esseri viventi.


La critica femminista della scienza

«La natura nella concezione di Bacone doveva essere “rincorsa nelle sue peregrinazioni”, “costretta a servire” e resa “schiava”. Essa doveva essere “messa in ceppi” e scopo dello scienziato doveva essere quello di “strappare con la tortura i suoi segreti”. Pare che gran parte di queste immagini violente siano state ispirate dai processi per stregoneria, che erano frequenti al tempo di Bacone. In quanto ministro della Giustizia sotto il re Giacomo I, Bacone aveva grande familiarità con tali processi, e poiché la natura era considerata di solito femmina, non sorprende che egli trasferisse nei suoi scritti scientifici le metafore usate nei tribunali. In effetti la sua concezione della natura come donna alla quale si debbano strappare i segreti con la tortura per mezzo di dispositivi meccanici richiama alla mente con grande evidenza la diffusione della tortura alle donne nei processi per stregoneria dell’inizio del Seicento»

Carolyn Merchant 

«La morte della natura. Donne, ecologia e Rivoluzione scientifica. Dalla Natura come organismo alla Natura come macchina», (1988)



Scienza e modelli di sviluppo

di Elisabetta Donini

La critica femminista della scienza degli anni ’70 e ’80 è ancora attuale? Ed è ancora in grado di misurarsi efficacemente con i fenomeni di maggiore portata della realtà mondiale contemporanea, segnata da squilibri sempre più profondi e da una rilegittimazione sempre più diffusa e devastante degli orizzonti della violenza armata e della guerra?

I lavori di Evelyn Fox Keller, Carolyn Merchant, Sandra Harding, Londa Schiebinger sono maturati entro il contesto della cultura occidentale, mettendone però radicalmente in discussione uno dei pilastri fondanti: il carattere neutro, oggettivo ed universale della conoscenza scientifica così come è andata costituendosi in epoca moderna, con il suo risvolto di volontà di dominio tecnico e poi tecnologico sulla natura. In sede storica ed epistemologica, scavare nel nesso tra la parzialità di genere nel segno del maschile e la pretesa univocità di quella forma di conoscenza/intervento è stata l’espressione di una soggettività politica più ampia, che non soltanto non si riconosceva nei rapporti invalsi tra donne e uomini, ma che a partire dalle istanze di liberazione in quanto donne aspirava a contribuire al cambiamento degli assetti generali del mondo.

Nel corso degli ultimi quindici anni l’incisività di tale prospettiva si è a mio parere radicalmente appannata, sia perché tra le stesse donne che sono entrate sempre più numerose nella ricerca scientifica gli interrogativi originari sollevati dalla critica femminista non paiono destare grande interesse sia perché intanto sono invece diventati più incalzanti altri modi di misurarsi con il rapporto tra scienza, potere e modelli di sviluppo, non riducibili a quelli di cui si era nutrito il femminismo nei paesi dell’Occidente. Le vicende della cosiddetta mondializzazione dell’economia hanno infatti fatto esplodere la contraddizione tra la pressione ad assoggettare l’intero pianeta al sistema di mercato e agli stili di vita dei paesi che si autodefiniscono come “sviluppati” e l’insostenibilità di questo stesso sistema e questi stili su scala globale. Perciò voci dal Sud del mondo come quella di Vandana Shiva pongono questioni in cui la critica della volontà di dominio intrinseca alla scienza moderna si richiama si alla parzialità di genere di quest’ultima, ma in un quadro in cui è altrettanto cruciale ragionare del carattere colonialistico e imperialistico del progetto socio-economico cui la scienza moderna è costitutivamente connessa.

Se Evelyn Fox Keller o Carolyn Merchant sono state una guida preziosa per molte donne della mia generazione per rileggere la nascita del metodo sperimentale alla luce del linguaggio da caccia alle streghe con cui Francesco Bacone esaltava la penetrazione violenta nel corpo della natura per strapparne i segreti, non credo irrilevante che oggi compaiano studi (1) in cui quel medesimo Bacone spicca piuttosto come coprotagonista del processo fondativo del capitalismo e del colonialismo inglese tra ‘500 e ‘600, da un lato arricchendosi con la partecipazione in patria all’espropriazione/appropriazione di beni fino ad allora comuni (la vicenda delle enclosures) e oltre Oceano allo sfruttamento delle terre di conquista e dall’altro lato proclamando una Holy War contro ogni ribelle al nuovo dominio. Né credo che, allora come oggi, possano essere condonati come “incidenti di percorso” o spiacevoli quanto incolpevoli “effetti collaterali” i milioni di persone uccise, le distruzioni dell’ambiente, le cancellazioni di culture e modi di vita attraverso cui sono prosperati gli imperi.

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