L’ultimo anno (7) # Trance mediterranea

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Aprile 1996

 

IMG_20160604_174209Alla fine del primo semestre avevo già lasciato Semiotica, Latino e altre lezioni che per un motivo o per l’altro non mi interessava più portare avanti. Nonostante la moretta fascinosa, non avevo più intenzione di ritentare i test e stavo iniziando ad appassionarmi alla filosofia. Non mi imposi alcun obiettivo iniziale di sostenere esami, nella mia situazione generale nebbie comprese non era il caso di spingere il pedale della produttività.
Decisi di tentare due esami entro luglio e li scelsi, uno era Storia Romana perché comunque due storie le dovevo fare, il professore era simpatico e mio padre aveva a casa già parte dei libri. Le reminiscenze del liceo miste ai racconti paterni riguardanti la presenza della storia antica nella nostra terra meridionale mi avevano già acceso la curiosità, nonostante il programma sterminato, quasi mille anni di nascente vita occidentale in un solo esame. L’altro che scelsi fu Poetica e Retorica, un’eccentrica materia che spaziava dalla letteratura alla filosofia del linguaggio, dal Medioevo alle teorie decostruzioniste, ma con la leggerezza divertita e sovversiva di chi ama immergersi nei libri per piacere. Uno spasso, avevo anche frequentato il seminario correlato per tutto il primo semestre dove conobbi la ragazzina pendolare di Modena, il seminario che parlava dei cliché e dell’ironia e di come fosse difficile tentare di prendere in giro Emilio Fede facendone l’imitazione, in quanto era già lui l’imitazione di se stesso. Era così, sosteneva il ricercatore, che oggi come oggi il potere gestisce l’immaginario collettivo attraverso il linguaggio e i suoi multilivelli di senso. Continua a leggere “L’ultimo anno (7) # Trance mediterranea”

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L’ultimo anno (6) # Anatroccoli della comunicazione

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unibo

Settembre-Ottobre 1995

E comunque non è vero che non ho tentato di seguire Erika. Ci eravamo iscritti, io e Tonio, ai test di Scienze della Comunicazione di Roma e di Bologna. Tonio era un altro mio amico e compagno di classe con cui condividevo grandi sogni. Era napoletano per metà da parte di madre, aveva un sacco di sorelle tornate alla terra materna per fare l’università e la loro casa spesso diventava un nostro punto d’appoggio negli anni turbolenti in cui iniziavamo a preparare la fuga dal Salento.
Ci iscrivemmo ai test di Roma ad agosto e a settembre andammo a farli, in due viaggi in cui il quartier generale era Napoli. Nella seconda sortita venne anche Erika che si iscrisse a Fisica a Roma e rimase un po’ con noi a Napoli e un po’ da una sua amica a Roma. Mi sentivo in famiglia in queste due città, avevo già amici e parenti e respiravo un’atmosfera di Sud solo più allargata e incasinata.
Le sorelle di Tonio ci accoglievano con affetto divertito, io ammiravo la vita comunitaria che facevano e sognavo di vivere come loro in una specie di famiglia allargata, i loro amici e compagni ci portavano in giro per la città ed erano sempre disponibili davanti alle nostre domande curiose.
Io e Tonio giravamo per Napoli, ci segnavamo le scritte fantasiose sui muri e gli eventi strani che notavamo in giro con rispetto e devozione, senza mai giudicare.
Nessuno dei due passò i test, né a Roma né a Bologna, anche se per poco. C’erano migliaia di piccoli intellettuali increduli di trovarsi di fronte a tali numeri da concorso militare per racimolare le poche decine di posti disponibili. Piccoli intellettuali che si guardavano male, si giudicavano a vicenda ed erano attenti a notare qualsiasi possibile irregolarità cui appigliarsi, con un’ansia moralizzatrice totalmente dettata dalla sanguinaria competizione cui stavano partecipando. Continua a leggere “L’ultimo anno (6) # Anatroccoli della comunicazione”

Il regime di ipermetaforicità

     La nostra cultura e la società che ne deriva risultano imbrigliati in un tentativo infinito di “integrale ripresentazione del mondo” attraverso parole, figure, immagini cioè astrazioni, generalizzazioni, razionalizzazioni che nel meccanismo della selezione e della codificazione dei significati escludono parti consistenti di realtà e finiscono spesso col trasformare le cose in segni di qualcos’altro e qualcos’altro ancora, così via fino a divenire segni di niente. (Un racconto metonimico)

Testo ripreso da: Gli ordini simbolici di metafora e metonimia

G. Ricciato, Tesi di laurea, Univ. di Bologna, 2004

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Il prossimo pasto

ghandi“Quando non si capisce una cosa bisogna fare uno sforzo di comprensione, non negare quella cosa. La negazione di ciò che non si capisce genera dei mostri” diceva Giuseppe Bucalo vent’anni fa, agli albori delle pratiche antipsichiatriche, dove anti-psichiatria, come dice lui, etimologicamente è agire prima della psichiatria, non contro. Quando i danni non sono ancora fatti. Oggi tra i danni psichiatrici quotidiani c’è la logica binaria dei social network dove la complessità viene cancellata dai conati reazionari che riducono i problemi filosofici, ecologici, alimentari, sociali e culturali a battaglie di schieramento. Dove la messa in discussione e il superamento di pratiche che hanno raggiunto i loro limiti evidenti – come ad esempio la produzione e il consumo alimentare nella nostra società, per dirne solo una – sono preda di isterie collettive al grido di gomblotto gomblotto, bufala bufala, vegani vegani. Isterie speculari e complementari a chi diffonde sul web bufale e complotti senza praticare il cambiamento che si vorrebbe. Come se, seguendo la logica binaria, a causa dei complottisti che vedono ovunque il Big Pharma spariscano i crimini delle multinazionali petrolifere, alimentari, farmaceutiche e chimiche. Il tempo come sempre spiegherà le cose fuori dalle logiche binarie, perché il tempo non è un’unità binaria come pensa la ragione riduzionista. Il tempo farà i collegamenti che la nostra ragione non riesce più a fare. Spiegherà perché diciamo da quindici anni che “voti ogni volta che fai la spesa”, ed è un voto politico molto più pesante delle fiction elettorali delle post-democrazie capitaliste. Perché diciamo da quindici anni che bisogna cambiare il mondo senza prendere il potere. Perché abbiamo iniziato a dire che un altro mondo, un’altra razionalità, un’altra scienza, un’altra cultura, un’altra intercultura, un’altra politica, un’altra forma di produzione, un’altra forma di convivenza e un altro linguaggio sono necessari. E le pratiche alternative sono in corso, nonostante le isterie e le guerre infinite. Con piacere quindi, ospitiamo questa riflessione. Per andare oltre.

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