Massimo rispetto per Vito Lamola e i libri necessari

Lei che gli è stata sempre fedele, evitando persino di guardarli, i maschi. Manco i cugini si fermava a salutare. Se poi pensa alle attenzioni del macellaio, gran pezzo d’uomo; agli occhi dolci del farmacista che le guarda ogni volta il petto, pure se lei ha sempre cercato di coprirselo; al modo di salutare del fioraio, eccelso amatore. Di occasioni ne avrebbe avute, molte, se ne lambicca il cervello soltanto adesso. Ventisette anni, la maternità non l’ha sformata, tempo per vendicarsi ne avrebbe. L’unico problema sarebbe Mariolino. Se lo venisse a sapere, la ucciderebbe senz’altro. Bastardi tutti quanti, comandano e si divertono, loro invece a sgobbare, a riverire, a figliare. Lei ad allattare; lui a commentare con gli amichetti suoi, le zinne di quella e il culo di quell’altra. Eppure ce ne sono di donne spensierate al paese, che di battaglie ne hanno fatte: le ha sin qui disapprovate, sbagliandosi. Che già da ragazzina te la guastano la testa, con la storia della religione e del pudore. E poi ecco che sei bell’e fregata, da un pezzo di merda che non si merita niente, che va a dare i soldi, pure tuoi e di tuo figlio, ad una sventurata che, povera a lei, se li deve passare tutti: sporchi, luridi, mocciosi, vecchi, storpi, balordi, e pure assassini; altrimenti non campa. Che possa riposare in pace, donna sfortunata. Come lei.

Ci sono vari motivi per essere incazzati con questa società, e devo dire che di solito non li lesino i miei buoni motivi, che faccia bene o meno, che serva a qualcosa o meno. Uno di questi, che sembrerebbe a prima vista meno atroce ma non lo è, riguarda la possibilità di conoscere libri necessari. I libri necessari sono quelli che dopo averli letti capisci che non sono stati scritti per esercizio di stile, sebbene io non abbia niente contro i 99 esercizi di stile che surrealmente dimostravano l’infinita possibilità della forma.

Ma l’aggancio tra forma e contenuto è un altro esempio di quanto una scrittura sia stata necessaria per chi l’ha scritta e per quello che vuole dire, e tale necessità sussiste nel caso di due libri usciti tra il 2009 e il 2010, Entusiasmo e Urlano e cantano, dello scrittore pugliese Vito Lamola.

I motivi del mio livore letterario in questione derivano dal fatto che considero i testi citati libri necessari ma praticamente impossibili da trovare se non conosci l’autore o qualche suo amico (come è capitato a me), pubblicati con due case editrici che la memoria collettiva fatica a ricordare, se mai le ha sentite nominare. Per carità, la vita è fatta anche di botte di culo e passaggi astronomici imprevedibili che cambiano l’ordine delle cose, ma a me sembra che in questi anni tutto si stia mettendo di traverso anche a queste eventualità. E i motivi, ideologici e di mercato, ci sono.

Immagino che l’autore citato disdegni di andare a comprare il vestito da scrittore, il cappello da intellettuale, di contattare i luoghi e i nomi giusti che sono il lasciapassare per essere considerato uno scrittore nella società dello spettacolo in decomposizione che stiamo vivendo. Magari disdegna anche di essere uno stronzo, condizione necessaria anch’essa a quanto vedo spesso, senza voler generalizzare.

Questi due libri, che io farei rientrare a pieno titolo nelle narrazioni atroci, descrivono esattamente alcuni punti salienti di una società fatta appunto di stronzi, o forse solo di rincoglioniti che non hanno ormai alcuna cognizione delle relazioni umane e del senso della vita. A parte alcune eccezioni, che nel primo testo, Entusiasmo, sono più chiare, mentre nel secondo testo spariscono anche loro, per lasciare spazio solo ad un’asfissia iperreale da scenario paesano postatomico.

–         Credi mi, la cris’ è economic’, ma secondo me la cris’ è pur’ delle persone, come ti devo dir’?

–         Ho capito, vuoi dire che siamo tutti rincoglioniti.

–         Cosa vuoi dir’ rincoionit’?

–         Vuol dire che hai ragione tu

 

Entusiasmo narra di  Ghazi, immigrato tunisino che si accontenta di fare l’infermiere a domicilio di una vecchietta novantenne con cui abita anche, in una provincia bolognese che sembra un non luogo dominato da cittadini-zombies che vanno a suicidarsi l’anima ogni sabato pomeriggio al centro commerciale. Ghazi è solare, positivo, leggermente ingenuo e istintivamente anarchico, va a scuola serale di italiano con scarso successo. Ma almeno lì conosce Carmela, suo alter ego femminile, divorziata, con figlio blogger adolescente a carico di nome Mariano, refrattari madre e figlio anch’essi ad uniformarsi agli zombies e per questo considerati male e vessati dai loro simili – colleghe di lavoro e superiore piacione nel caso di Carmela, compagni di classe nel caso di Mariano.

Era impensabile che una persona vivesse di così poco. Non aveva mai conosciuto un uomo come Ghazi. Tutti cercavano di più, dandosi affanno. Lui no, si accontentava

Il micro-mondo di Ghazi diventano Carmela e Mariano, la famiglia della sorella di Ghazi venuta in Italia prima di lui, l’anziana e sola signora di cui Ghazi si prende cura in cambio di vitto e alloggio, abbandonata anche lei dai figli in carriera, novantenne che si rende conto di tutto e anche di quanto Ghazi sia vulnerabile proprio per la forza d’animo che si porta dall’Africa, odiata dagli zombies proprio perché è quello che loro hanno perso per sempre, nel loro inutile giro a vuoto frenetico di cui sono ormai fatte le loro vite. Sempre che riesca a sopravvivere, quella forza d’animo, immergendosi in questo inferno.

Sperare di non tornarci era vano, presto o tardi si sarebbe ripresentata l’occasione. Ti convincevi che non c’era altro da fare nel fine settimana e non potevi pentirtene, visto che tutti lo facevano

Lamola non è un realista secondo me. Lo stile laconico nasconde la sua partecipazione biografica ed emotiva a quello che sta scrivendo, è una cronaca quasi giornalistica fintamente fredda che all’inizio sembra lasciare a bocca asciutta ma bastano poche pagine per capire che saranno i fatti stessi a suscitare le emozioni e i sentimenti, quelli belli e quelli terribili.

Ancora di più tutto questo emerge in Urlano e cantano (da cui è tratta la citazione iniziale a questo articolo), un libretto di meno di cento pagine che per me e alcune persone che conosco è ormai un classico, sconosciuto alle patrie lettere naturalmente, per i motivi di cui si diceva sopra. E il suo valore me lo fa capire ad esempio il fatto che io mi senta abbastanza distante dal modo di scrivere di Lamola, sono distanti probabilmente anche i miei riferimenti narrativi, ma nonostante questo lo considero uno dei libri più belli che ho letto negli ultimi anni.

Gli zombies, in Urlano e cantano, fanno un salto di qualità, merito il fatto che lo scenario cambia, ora è il paese meridionale narcotizzato da un inquinamento infame e senza regole, necrotizzato da relazioni senza qualità il cui unico scopo rimasto è sostenere sempre e comunque la mentalità mafiosa che di fatto governa le situazioni umane di quel luogo. E soprattutto, dominate da un patriarcato divenuto ormai barzelletta, un mondo di maschi di giovane, media e tarda età che non hanno più nulla da giocarsi, nessun carro da trainare per dimostrare alla società il proprio valore virile, non hanno più alcun punto di riferimento che non sia quello della coazione a ripetere le stesse azioni, le stesse parole, gli stessi passatempi, le stesse strade, le stesse battute, la stessa misoginia dei loro predecessori ma senza averne più i motivi.

Caricature del maschio latino.

La cronaca giornalistica diventa qui esilarante, descrivere l’orrore umano come se fosse la cosa più naturale del mondo stride a tal punto che si passa dalla comicità alle lacrime con estrema facilità, perché nonostante tutto questi sono uomini e donne, ed è tutto quello che sanno fare per tirare avanti, per mantenersi in vita, per dare un senso all’insensato, per non suicidarsi veramente guardando in faccia la verità delle loro vite. E tutto questo fa rabbia e fa dolore, specie se conosci esattamente le situazioni che Lamola sta descrivendo, e dici cazzo è così, è esattamente quello che è successo, sono esattamente queste le leve che hanno spinto gli esseri umani ad autodistruggersi e ad arrivare al punto in cui siamo arrivati.

Apocalisse sì, iperreale, non è che nella realtà tutto succede così brevemente in novanta pagine, ci sono voluti decenni o forse secoli. Ma è questo il punto di osservazione giusto per capire certe dinamiche assurde, nelle metropoli e nei borghi antichi. Senza inutili litanie politicanti e senza lasciarsi andare all’apocalisse. Mettendo anzi la giusta distanza per guardarla da lontano, salutarla e decidere di essere altro nella vita.

Altro dagli zombies, altro da quelle vite.

E altro anche dalla letteratura inutile.

Ps: ovviamente ho esagerato, i due libri sono facilmente rinvenibili via internet dai siti delle case editrici Boopen e Zona contemporanea, e anzi vi invito a farlo. Ma la sostanza non cambia, a meno che…

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Life in Utopia

Don’t go away, stay here   

I live in Utopia

If you want to stay with me

You have to stay here

I think you aren’t brave

And so you’ll fly away

I won’t touch you anymore

‘Cause I don’t want to feel bad

Tracollo. Meno di un’ora di olive e crollo per il ritorno del mal di testa. Pensieri angoscianti e definitivi. Non glie la posso fare. Mi sono giocato tutto, anche qui, ed ora è tutto inutile. Senso di asfissia tipico di quei mal di testa che sono più psicosomatici degli altri. E dire che era una giornata stupenda, una vista da Pianeta verde, collinare, la masseria vicina, la passeggiata con I.
Niente, tracollo. Mi rifugio qui in camera a soffrire per la mia sconfitta universale. Tutto l’infinito finisce qui. Se ce la farò a riprendermi cambierà tutto.

È cambiato tutto.

Anche se sento ancora i postumi del terremoto. Sono riemerso alle 14 ancora dolorante e ho scoperto che mi ero segnato per la cucina, non me lo ricordavo più, figurarsi. C’è un clima più partecipato, rispetto al solito di questi giorni, e si preoccupano che io ce la faccia. Dico che ce la faccio, ci mancherebbe. Faccio orzo e cavoli cappucci a cui si aggiungono gli arancini fatti da A. e T. a pranzo con gli avanzi del mio riso alla zucca bagnato (metaforicamente) dalle mie lacrime (vere) di ieri. Riso integrale, zucca, bocconcini di soya, rosmarino, carote, cipolle, tante olive, olio, sale. Questo è il “riso E.”

Prenderò C. in disparte prima o poi, prima di andarmene, è sempre di corsa e non la voglio ammorbare. Vorrei che venisse qui in camera. Stasera intanto le ho preparato i files che le devo dare, li ho preparati in cucina (dove ho portato il pc per sentire musica) mentre gli altri sfumacchiavano davanti al camino dato che i bambini se ne erano andati.

Rosa di Devendra Banhart, accompagnata con la chitarra e il tramonto che entrava piano dai vetri appannati, è stata formidabile e impagabile.
Un po’ di coraggio cazzo, tutto è ancora qui.
Possibile che non ti ricordi che c’è sempre stata vita dopo? O sono io che ho bisogno di soffrire ancora per darmi un senso?
Il fatto è che è tutto diverso dai soliti drammi miei. Non so con chi prendermela adesso. Me la prendo con quella richiesta, quella breve frase detta nell’unica lingua comune che avevamo. “Stay here!” Che insieme alle altre – “I don’t want to feel bad”, “I live here, at Urupia” – mi roteano nel cervello senza fine in queste ore.

È spiegabile tutto questo? Che uno, adulto secondo l’anagrafe, stia così male per il ricordo sbiadito di una ragazzina? Ditemelo tecnici della psiche!
Anzi ve lo dico io. Dietro a tutto questo c’era un mondo immenso, personale politico e sentimentale. Tutte le nostre fobie e le incapacità di vivere le relazioni, i maschi le femmine, gli italiani le tedesche, la nuova era da fare e gli ostacoli del piccolo mondo antico. Presente anche qui.
A. mi guarda dietro il suo lieve ironico cinismo e non favella, ma so che ha fiducia in me. Mi ha suonato I’m easy di Keith Carradine, presente in Nashville di Altman, la troverò e la imparerò, come trovai quel giro che mi insegnò per suonare Quattro cani, in quell’epoca che fu lo spaziotempo delle mie paturnie attuali rivomitatemi addosso dal qui e ora. Come imparai Lu sule calau, E. me la chiedeva continuamente da quando ce l’aveva sentita cantare una sera davanti al camino.

Di tanto amore morirò.
Cos’altro c’è, cos’altro devo andare a rimestare, per alfine arrivare a capire il perché, il motivo vero per cui mi si è sbotolata d’amblè questa condensa di ricordi che mi ha messo ko? Il cielo stellato dentro di me, questo. La Luna che si spalma sulla collina di Oria, questa, la stessa di sette anni fa. Almeno lei è la stessa. Questa energia, che è anche materia e muove tutto, i sensi intangibili, l’indicibile o il non detto per troppo tempo che ti ritorna, che tu puoi anche seppellirle ma ecco come spuntano fuori, nella banale routine quotidiana perfino di una comune anarchica. Rivedere quegli occhi su una foto, rivederli per la prima volta. Dopo sette anni.

Ci sono, sono vivo per ora.
E mi sento meglio, e anche la comune stasera dopo la riunione mi sembrava stesse meglio. E non dimenticherò mai più tutto questo e l’importanza e la presenza dell’intangibile, del reale invisibile, dell’emozionale in mezzo alla serietà della vita. Io non sono serio. Anzi forse dopo questa botta è la volta buona che io diventi quello che sono.

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Per fortuna poi arrivano sempre le canzoni a salvarti al momento giusto. Questa è venuta da sé e sembra sia stata scritta apposta. Renoir.