Il tempo si è fermato a Genova

Pubblicato in Scrivi la città n. 2 – I racconti di Arcireport

marzo 2008


 

di Gianluca Ricciato (2007)

“al nostro per sempre e ai nostri mai

alle dipendenze allo stile che ci rende noi”

Baustelle

 

Giorni un po’ magici questi, giorni di persone nuove, di sorprese. Giorni di progetti su progetti, progettare come fare nuovi progetti, e i soliti incartamenti.

Giorni senza una lira né un euro in un sottodebito da incubo se non fosse ormai una barzelletta e non covasse una folle e dolce speranza. Che ci accompagna a periodi, che va e viene.

Ieri mattina la sveglia è suonata alle sette anche se era sabato, è suonata perché alle otto del diciassette novembre c’era il raduno per il treno speciale che portava Bologna a Genova. I ritorni e le partenze, ma io ho spento la sveglia disfatto dalla sera prima e mi sono rimesso a dormire. Mi sono risvegliato a mezzogiorno e mezzo, sono andato in cucina ho acceso la radio e ho spostato la lancetta dal canale alternativo popolare che mandava musica a quello di Radio Città 103. In realtà ora si chiama Radio Città Fujiko, ma allora nel duemilauno era 103 e i nastri d’archivio che stavano mandando erano di 103.

Mi risale un brivido, quello di questi anni, del dentro e del fuori, e mille immagini di me di noi e degli altri. Il mondo che prende un senso assurdo per chi non lo condivide – “ma tu fai la cosa giusta te l’ha detto quel calore” – gli oggetti parlano di cose nuove, tutto quello che hai intorno parla, il fornello manda messaggi di ecologia profonda e le dolci memorie fuorilegge e fuorimorale sono rimaste incise sulle mattonelle degli anni ’70 di questa casa in affitto, degradata ma in un quartiere bene della città dei ciccioli. La nuova era, la nuova etica nostre assorbite e triturate dal vecchio mondo delle rappresentazioni che mentre implode su se stesso si fa il restyling facendosi chiamare “società del 2000” e intanto inventa ogni mese una nuova generazione di oggetti radioattivi, e intanto ammicca e sorride maligno alle nostre giovani facce solidali olistiche e rinnovabili perché spera che con le nostre pratiche lo manterremo in vita, spera che il nostro ordito continuerà a tessere le trame di una comunità umana disintegrata dal doppio mediatico. A patto che facciamo i bravi però, che non rompiamo troppo le palle con gli stili di vita strani e con l’occupazione delle strade.

Dovevo partire perdìo, lo so, ma non essere egoista, la tua presenza non è fondamentale, fai qui quello che non potresti fare là, condividi con chi hai intorno, contatta contagia l’ambiente di questo spirito magico che fu la tua salvezza. Che distrusse i modelli unici una volta per tutte, sei anni fa. Così ti salverai dal rimpianto di non essere partito. E dalla perdita della ragazza che stava con te in quel viaggio di sei anni fa, con cui avevi fatto tutte quelle cose che per i tuoi compatrioti sono assurdità. Ma per te sono quel folle sogno che in questi giorni sta tornando a bussarti alla porta.

Alla radio si collegano con un tipo che sta sul treno speciale partito da Bologna. Sono ancora a Modena. Mi cambia lo scenario nella mente, devo partire, posso ancora farcela. Basterebbe che qualcuno mi accompagnasse a Modena ora, ma comunque questo vuol dire che codesto treno non arriverà mai per le quattordici e trenta a Genova, se è ancora a Modena all’una, quindi hai tutto il tempo. Chiamo Elio e chiedo di Leopoldo. È già partito. Intanto appare in corridoio Cristiana, non capisco bene se ha dormito qui ma comunque dà per scontato il fallimento dei nostri propositi di ieri sera, di partire di buon’ora insieme stamane qui da via Centopedoni verso la stazione dei treni. E lei sta molto più disfatta di me, non vuol saperne nemmeno di restare in posizione eretta, le scoppia la testa e ha la faccia da vomito. Con Elio ci sentiremo dopo, capisco in una dozzina di secondi che la mia ultima chance è già partita anche se poco prima, solo un’ora fa, ma comunque già partita. Ricordo a me stesso che per fare qualcosa devi crederci veramente, meno è popolare e più devi crederci senza lasciarla in pasto al caso o farla soccombere nell’inerzia del quotidiano.

Torno in cucina, metto l’acqua sul fuoco per una tisana al carciofo estemporanea ma che il mio fegato mi ha esplicitamente richiesto e mi siedo accanto alla radio accesa. Mandano l’interrogazione a Fournier, il questore pentito, mi catapulto in camera dove dorme ancora l’ospite precario di turno e prendo la cassettina ancora imballata. Perdo solo le prime battute dell’intervento, la sostanza è tutta qui nella cassettina. Entro nel vivo del merito della questione di oggi, nei contenuti della manifestazione. L’atmosfera si sta propagando per la casa. Dopo Fournier Radio Città manda lo storico pezzo dell’irruzione in diretta al Media Center registrato ai microfoni di Radio Gap, e io ovviamente continuo a tenere in REC la cassetta anche se ce l’ho già in tanti altri formati più moderni questa registrazione, ma repetita iuvant come sa bene chi riempie ogni giorno le testoline nostre di informazioni inutili. E poi la cassetta sa di antico, sa di movimento, di nostalgia, evoca tempi che furono mai vissuti e da cui provengono queste idee che stiamo vivendo oggi.

In questo mentre appare Claudio, che vede la scena di me seduto curvo accanto alla radio e sente i microfoni concitati degli attivisti radiofonici del duemilauno che stanno per essere invasi dai manganelli. Capisco che la posizione in cui mi trovo può dare adito a fraintendimenti e mi gioco la carta abbastanza sicura che lui non abbia mai sentito questo storico pezzo, o magari l’ha cancellato dalla mente perché non se l’è riascoltato ossessivamente cento-mille-diecimila volte come me in questi anni.

Parte la commedia:

–         Che cos’è? La radiocronaca da Genova?

–         Sì

“…ci dicono che siamo staccati…uno sgombero in diretta qui a radiogap…”

–         Radio Kappa?

–         Radio Gap

“…non ci devono fare niente, non abbiamo nulla da nascondere…no, non siamo staccati…”

–         O madonna di nuovo, sta di nuovo succedendo casino?

Non dico niente, Claudio sbianca mentre si prepara il caffè, io gongolo in silenzio.

“…mandate dappertutto la notizia, tutti devono sapere cosa sta facendo questo stato criminale…”

Mi basta pensare a quello che dicono per restare serio e continuare la mia messinscena. Ho pensato spesso a cosa abbia provato chi ha sentito in diretta quel pezzo, dato che io l’ho sentito dopo, quando era già storia perché in quel momento ero a Brignole buttato a terra ad aspettare il treno del ritorno a Bologna. Ora lo sto vedendo, Claudio è veramente turbato.

“…ecco ci sono, stanno per sfondare…mani in alto e spalle al muro, non abbiamo nulla da nascondere, uno sgombero in diretta a radiogap……ssshhh…”

Bene, questa era la registrazione dell’irruzione alla scuola Diaz del ventuno luglio duemilauno

–         Ma vaffanculoooo!!!

Gianluca Ricciato

La malattia cronica della sanità italiana

Pubblicato in origine su La Bottega del Barbieri

 

L'UNITA' 23 GIUGNO 1993
L’Unità del 23 giugno 1993

 

Prende sempre lo sconcerto nel leggere le vicende giudiziarie innescate il 22 giugno 1993 con l’arresto del ministro della sanità Francesco De Lorenzo, e poco dopo del direttore del sistema farmaceutico Duilio Poggiolini. Oppure nell’evocare espressioni ormai cult della storia italiana legata al capitolo sanità di Tangentopoli: «sua sanità», «sangue infetto», «malasanità», «Re Mida della sanità». Così è almeno per chi come me in quell’epoca era adolescente e ha assistito in diretta al crollo dall’interno di un sistema politico, svergognato da uno dei suoi poteri costituzionali, il potere giudiziario. E tutta la contraddittorietà che questo fatto si porta dietro in quanto «rivoluzione a suon di manette» e tutta intestina ai poteri dello Stato italiano.

Lo sconcerto però si moltiplica nell’apprendere che oggi quei nomi, quelle aziende private, quelle multinazionali del farmaco, quelle modalità che Poggiolini definì eufemisticamente come un adagiarsi «in quella che voi giudici chiamate situazione di corruzione ambientale»(1) sono in buona parte ancora protagoniste dell’attualità. Lo sconcerto si trasforma allora in dubbio consistente: che quelle modalità di corruzione del sistema sanitario da parte di aziende private interessate principalmente al profitto allora fosse solo agli albori, mentre ora, nel 2020 della pandemia globale, è a pieno regime. E che la rivoluzione italiana delle manette, in questo caso, sia stata solo un tentativo ammirevole ma inconsistente di fermare un sistema di potere troppo forte: la globalizzazione vincente delle multinazionali chimico-farmaceutiche.

Un tentativo dettato in quel momento dallo scoprire però qualcosa di troppo forte, letteralmente osceno: «Le tangenti sul prezzo delle medicine… vuol dire taglieggiare i vecchi, i malati, i più deboli», dissero i giudici allora, allibiti. (2) Continua a leggere “La malattia cronica della sanità italiana”

La terra metonimia della Terra

Irrompe nel discorso politico di queste settimane il testo della Confluencia femminista “Un’economia femminista per un mondo in trasformazione”, a ricordarci come ecologia e femminismo dovevano essere sovversione del capitalismo, non giardinaggio e passeggiate, e nemmeno occasioni di assimilazione nel sistema senza mettere in discussione il logocentrismo del patriarcato tecnocratico. Agroecologia, ecofemminismo e mediattivismo: le parole scippate dell’inizio millennio antiglobal sono state state pratiche di vita smorzate?  Ci hanno davvero rubato l’agibilità politica in questi venti anni di millennio globalizzato?

echaurren
Immagine di Pablo Echaurren

 

“La chiesa dice: il corpo è una colpa

La scienza dice: il corpo è una macchina

La pubblicità dice: il corpo è un affare

Il corpo dice: io sono una festa”

Eduardo Galeano

Continua a leggere “La terra metonimia della Terra”

Lockdown Playlist – 50 songs

lockdown music
Immagine tratta da Orme svelate

Quando una insopportabile disciplina è stata sopportata solo la musica ti può salvare. Sparare musica sulla guerra psichica è l’unica metafora che accetteremo, ora e sempre. 50 canzoni per un lockdown scelte in modo arbitrario. O forse un senso ce l’hanno. Dall’Italia al resto del mondo, ma senza pulsioni patriottiche. Sono state la mia colonna sonora di questi mesi.

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Un’economia femminista per un mondo in trasformazione

Ospito il testo che la Confluencia Femminista ha pubblicato su Trasformadora.org, il sito del Forum Sociale Mondiale delle Economie Trasformative che si sarebbe dovuto tenere a fine giugno a Barcellona. Queste riflessioni sono di vitale importanza, ed è necessario che emergano anche in Italia, visto anche lo stato di emergenza politica e culturale, appunto. Gianluca

Traduzione italiana di Adriana Maestro

WSFTE – WORLD SOCIAL FORUM OF TRANSFORMATIVE ECONOMIES

social forum economia trasformativa

Riflessioni della Confluenza Femminista verso il Forum Sociale Mondiale delle Economie Trasformative, di fronte alla pandemia da COVID19

UN’ECONOMIA FEMMINISTA PER UN MONDO IN TRASFORMAZIONE

Nelle eccezionali condizioni di distanziamento sociale con cui si cerca di far fronte alla pandemia da COVID19, le nostre società stanno affrontando ogni giorno le sfide della cura della vita in mezzo all’emergenza e all’incertezza, senza perdere di vista il futuro immediato in un mondo che già non è né sarà più lo stesso, e che è in rapida trasformazione.
Sono le donne che stanno rispondendo per prime, articolando lavori, saperi e proposte a partire da una logica della “cura” – che il femminismo assume come concetto chiave – consapevoli delle vecchie e nuove disuguaglianze e ingiustizie, esacerbate ulteriormente in questo momento. In queste settimane, ci si sta rendendo conto che non ci può essere vita né economia senza “cura”, come pure del grado di squilibri del capitalismo neoliberista che ci ha condotto a questa crisi.
Tra problemi e alternative che si mescolano in modo intenso e contraddittorio, si rafforza l’urgenza di costruire un’economia per la vita.


Quindi:

• Nella “vita di prima” abbiamo denunciato lo sfruttamento del lavoro delle donne e la violenza sessista che caratterizzano questo sistema e che oggi si accentuano. Il confinamento domestico ha significato concentrare in spazi spesso precari persone, attività e faccende vecchie e nuove.

• Ai lavori di cura abituali ora si sono aggiunte nuove attività come il “telelavoro” e lo spostamento virtuale della scuola a casa. Questo schema, che continuerà con qualche sfumatura nella prossima fase del “distanziamento sociale”, lungi dal rappresentare un miglioramento nel sistema di assistenza reale, costituisce invece una battuta d’arresto nelle forme già limitate di organizzazione dei servizi quanto a risorse, tempi e spazi. Questo, tanto per le reti familiari e sociali, che per le istituzioni prestatrici di servizi e per gli istituti scolastici – che in alcuni casi includevano anche il servizio di mensa.

• A questo si aggiunge il rafforzamento di una visione della famiglia nucleare, androcentrica ed etero-patriarcale come nucleo dell’organizzazione sociale ed economica, che implica anche una recrudescenza della violenza di genere, come dimostra il moltiplicarsi delle denunce in molti paesi. Così, mentre si riconosce l’importanza e la centralità dei lavori di cura per la vita e per l’economia, si assiste contemporaneamente anche a un arretramento delle loro condizioni. Cambiare questa situazione è una priorità che implica, allo stesso tempo, pensare a una
ripresa economica di tipo nuovo.

• Nei servizi sanitari, da sempre femminilizzati e in molti casi precari a causa dei tagli alla spesa pubblica e della privatizzazione neoliberista, le donne svolgono la maggior parte del lavoro di cura e di assistenza alle vittime di COVID19. Con giornate di lavoro estenuanti, in condizioni di lavoro precarie e protezione minima, esposte al contagio e non di rado alla morte. La priorità di un sistema di salute pubblica universale, che garantisca questo fondamentale diritto umano, va di pari passo con la necessità di superare questa disparità di condizioni degli operatori sanitari, così come di ridefinire il profilo privato e commerciale dell’industria farmaceutica, che continua a far sentire il suo potere corporativo, ignaro della vita, nel bel mezzo della crisi.

• Mentre le catene di supermercati e le industrie alimentari traggono profitto da questa situazione che favorisce i settori con potere di acquisto, le economie contadine e le esperienze di economia sociale, solidale e comunitaria stanno sviluppando moltissime iniziative per garantire a tutta la popolazione i prodotti alimentari di base. È evidente l’importanza strategica della produzione locale, della sua capacità di risposta – basata su reti socio-produttive, sulla solidarietà e la complementarità – che ora richiede forme di presenza differenti, per le restrizioni della quarantena. In altre parole, si rivela il potenziale delle esperienze promosse dalle donne rispetto all’attenzione ai bisogni fondamentali della riproduzione e della cura della vita.

• La pandemia mette a nudo e accentua le disuguaglianze, diventando al tempo stesso pretesto per un’escalation di forme di fascismo governativo e sociale. La vulnerabilità economica comporta una netta diminuzione o sospensione del reddito, elevate possibilità di contagio e minima attenzione per i lavoratori precari, per le donne migranti e rifugiate, in carcere, ecc. L’impennata di classismo, razzismo e xenofobia è arrivata al punto di incolpare queste fasce di popolazione per la diffusione del virus e di diffondere, direttamente o velatamente, l’idea che esistano vite usa e getta, inutili. Vengono incoraggiati atteggiamenti sociali di sorveglianza, non di solidarietà.

• Il distanziamento sociale ha segnato una inflessione nelle dinamiche di mobilitazione sociale degli ultimi mesi contro il neoliberismo. Nel mezzo delle restrizioni alla mobilità, nuove iniziative stanno prendendo forma in relazione diretta con l’attenzione alle esigenze più urgenti di cibo e salute. Le donne hanno attivato forme alternative di espressione, contatto e azione solidale, non sulla scala delle cucine popolari o simili di altri periodi di crisi, ma che supportano, ad esempio, l’acquisto di alimenti agro-ecologici da donne contadine, sapone e mascherine da produttori dell’economia solidale, e la loro distribuzione a fasce di popolazione non protetta.

Di fronte all’opposizione “vita o morte” che ha sollevato la pandemia, risultano evidenti gli elementi per un’agenda trasformativa e sta crescendo la consapevolezza della necessità di un’economia per la vita, non contro la vita.
Sebbene ciò sia evidente, assistiamo a programmi inerziali, che insistono sul trasferimento di risorse pubbliche e sociali alle aziende, per salvare “i mercati”, reiterano formule di debito che esercitano una ulteriore pressione sulle economie nazionali e familiari già sovraindebitate.
Vediamo anche reazioni di altro profilo, che hanno adottato misure di protezione sociale,
migliorando l’accesso alla salute e alle cure, garantendo redditi di base, trasferimenti di denaro o ferie retribuite per i lavoratori/trici, sostenendo in particolare il personale sanitario e assistenziale, ecc., cioè misure necessarie ma non sufficienti, data l’entità dei problemi precedenti.
A partire dagli ambienti economici e sociali impegnati nella riproduzione della vita, sta prendendo forza un’agenda di cambiamento delle priorità, delle forme di organizzazione della produzione, degli scambi, del consumo. Oltre all’evidente fallimento del capitalismo che si sta manifestando nella pandemia, esiste una vasta gamma di esperienze che fornisce supporto e strumenti per proposte trasformative: nuova architettura finanziaria, giustizia fiscale, commercio equo, valute alternative, economia sociale e solidale, agroecologia, sovranità alimentare, eccetera.
Data la priorità di soddisfare le necessità primarie di alloggio, istruzione, reddito di base, salute, per tutti e tutte, è necessario un consenso sociale rispetto all’imperativo di tassare le grandi ricchezze per andare verso forme alternative di ripresa economica. Il che comprende la ridefinizione dei lavori socialmente necessari e dei lavori che sono invece biocidi, i quali dovranno essere riconvertiti in un nuovo schema di lavoro e produzione in chiave eco-femminista.

Resistiamo collettivamente, non abbandoniamo lo spazio pubblico, ci moltiplichiamo negli altri. Stiamo disegnando una nuova economia che andiamo tessendo con pazienza e che ci condurrà verso un’umanità migliore.

UN’ECONOMIA PER LA VITA NON CONTRO LA VITA

Un ringraziamento particolare per i contributi a Alejandra Santillana Ortiz – Instituto de Estudios Ecuatorianos e Observatorio de Cambio Rural, Analía Woloszczuk – Universidad de Huelva, Alicia Rius Buitrago – ESS REAS, Gina Vargas – AFM, Magdalena León – REMTE, Miriam Nobre – SOFMarcha Mundial de Mujeres, Rosy Zúñiga – CEAAL; e ad Alejandra Scampini – DAWN per il coordinamento e la redazione.

 

HASHTAG PER LE RETI SOCIALI

#LaSostenibilidadDelaVidaEnElCentro
#EconomíaparalaVidaNOaExpensasdelaVida

Per unirti alla Confluenza Femminista verso il FSM ET e per saperne di più scrivi a:

Florencia Partenio florencia.partenio@gmail.com

María Atienza Maria.atienza@reasnet.com

escuelitazapatista
Immagine tratta da Euronomade

 

Organizzazione e reti firmatarie:

Ana Felicia Torres, Mesoamericanas en Resistencia por Una Vida Digna Costa Rica/REPEM

Articulación Feminista Marcosur

Centro de Estudios de la Mujer de Honduras – Mesoamericanas en Resistencia por Una Vida Digna Honduras.

Ciranda, Brasil 

CISCSA, Córdoba, Argentina

Comissió d’Economies Feministes de la Xarxa d’Economia Solidària de Catalunya (XES)

Consejo de Educación Popular de América Latina y el Caribe, CEAAL

Coordinadora de la Mujer, Bolivia

DAWN, Red de feministas del Sur Global

Espacio de Encuentro de Mujeres-Mesoamericanas en Resistencia por Una Vida Digna Panamá.

Espacio de Géneros de la Red Universitaria de Economía Social y Solidaria (RUESS)

Espacio de Géneros del Centro Cultural de la Cooperación Floreal Gorini, Argentina. 

Instituto de Estudios Ecuatorianos, Ecuador

Movimiento Manuela Ramos, Perú.

Mesoamericanas en Resistencia por Una Vida Digna – Chiapas.

No Tan Distintas, Argentina

Observatorio del Cambio Rural, Ecuador

Observatorio de Violencias de Género en el Cooperativismo, Argentina

REAS Red de Redes de Economía Alternativa y Solidaria

Red de Educación Popular entre Mujeres- REPEM

Red Latinoamericana de Mujeres Transformando la Economía (REMTE)

Red Ecofeminista 

Red Mujeres del Mundo-Quartiers du Monde

Red Sindical Internacional de Solidaridad y de Luchas

SOF, Sempreviva Organização Feminista, Brasil

SET (Scuola per l’Economia Trasformativa) – Università per la Pace delle Marche, Italia

Union Syndicale Solidaires, Francia

Adhesion and support:

L’Associazione Coalizione Civica per Pescara, Italia

DiEM25 Italia, Italia

Cátedra Abierta de Educación para la Paz “Alfredo Marcenac”, FACSO-UNICEN, Argentina

Antonella Trocino, Italia

Marcella Leoncini, Italia

Marcella Corsi, Italia

Roberto Brioschi, Italia

Luigi De Giacomo, Italia

Ugo Mattei, Italia

Comitato Rodotà, Italia

Jason Nardi, Solidarius Italia

Partire da sé e non farsi trovare dal Patriarcato Tecnocratico Scientista (PTS)

 

verano 43
Via dello Scalo di San Lorenzo, 1943 – sarahegain.wordpress.com

 

Partire da sé e non farsi trovare dal PTS

Gianluca Ricciato

 

SAN LORENZO

In questi giorni mi è tornata alla mente e alle orecchie una canzone di De Gregori del 1982, “San Lorenzo”, dedicata alle conseguenze dei bombardamenti americani a Roma del 19 luglio 1943. Quando la conobbi, durante la mia adolescenza, la consideravo una canzone minore e così l’ho sempre considerata fino al giorno in cui la ascoltai per caso passare in radio, nella casa dove abitavo in zona Nomentana, poco tempo fa. Ero a Roma da un paio d’anni, e già la terza strofa mi paralizzò: “Sconquassato il Verano, dopo il bombardamento”. Fino a quando non vivevo a Roma, il Verano era semplicemente come per tutti il famoso cimitero e bla bla. Dopo invece è diventato principalmente la fermata del bus o del tram dove scendo sempre per andare a San Lorenzo, cioè uno dei luoghi da me più frequentati a Roma. Il luogo in cui un giorno ho litigato animatamente con un autista dell’Atac, dove c’è il locale in cui ho passato serate estive a sentire Latin Jazz, che ha fatto da cornice a sogni e drammi importanti della mia vita, a incontri e addii.

Sapevo del bombardamento degli Americani, non bene, non l’avevo mai approfondito, lo consideravo uno dei tanti episodi inevitabili che l’Italia ha dovuto attraversare per liberarsi dal nazifascismo. Ma non voglio fare analisi storiche qui. Subito dopo averla risentita in radio, sono andato ad ascoltarla bene questa canzone. Ho trovato un video su Youtube con le foto di Roma devastata: San Lorenzo, il Tiburtino, il Prenestino. Il Nomentano, casa mia. Mi sono messo a piangere, senza senso, per un evento del 1943 e per una vecchia canzone che conoscevo già da vent’anni.

Che cos’era successo? Questo fatto era uscito dal mio logos ed era entrato nei miei sensi. Ho pensato, tra le altre cose, che avrei voluto farla ascoltare ai miei alunni, ma non l’ho mai fatto. Continua a leggere “Partire da sé e non farsi trovare dal Patriarcato Tecnocratico Scientista (PTS)”

Coronavirus: denunce e multe. Nei guai due vegetali con precedenti penali

pisello nano

di Las Manitas

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biani troiaZollino, 8 aprile 2020 – Due tipi sospetti sono stati identificati dalle telecamere a circuito chiuso, installate dalle forze di polizia nei pressi di un’aiuola. Si tratta di una leguminosa, nota come «Pisello nano», 4 mesi, di Zollino, con numerosi precedenti penali: manifestazioni di vita non autorizzate, attività finalizzate allo spaccio di sostanze altamente nutritive, dispersione illegale di azoto nel terreno e turbamento dell’ordine multinazionale precostituito. Continua a leggere “Coronavirus: denunce e multe. Nei guai due vegetali con precedenti penali”

La metafora della guerra

gabbie-mentaliAprile 2020. Siamo in cattività. Costrette e costretti a casa e con una marea di relazioni e comunicazioni mediate e non dirette. Quelle dirette, i rapporti in carne e ossa con familiari o conviventi risentono di questa cattività. Ci troviamo bloccate e bloccati dove eravamo nel momento in cui non abbiamo più potuto circolare. Magari per molti di noi sarebbe stato diverso 6 mesi o un anno fa, diversissimo.

Siamo bombardati. E non uso a caso questo termine: siamo assediati, minacciati, terrorizzati, attaccati (volgetele anche al femminile).

Tutte queste espressioni fanno parte di una macro-espressione che si fonda su un grande concetto metaforico: la discussione è una guerra. Accanto a questa grande metafora, che sottende alla comunicazione soprattutto in questi giorni, ne abbiamo un’altra: la malattia è una guerra. Continua a leggere “La metafora della guerra”

Una settimana nel 1984 (7) # Distopia. Psicopolizia. Controllata pazzia

1984 occhio«”Tutte le passate oligarchie hanno dovuto rinunziare al potere o perché si sono irrigidite, o perché si sono addolcite. Sia che divenissero, insomma, troppo sciocche o troppo arroganti, non furono capaci di adattare se stesse alle circostanze, e vennero rovesciate: se invece diventarono liberali e per debolezza fecero delle concessioni allorché avrebbero, invece, dovuto usare la forza, furono rovesciate anche allora. Vale a dire che esse caddero sia per la consapevolezza della propria natura sia per la non consapevolezza di essa. È appunto opera del Partito l’aver prodotto un sistema filosofico nel quale entrambe le condizioni possono esistere simultaneamente. Ed infatti non si può pensare ad altro fondamento sul quale il dominio del Partito avrebbe potuto raggiungere appunto quel suo carattere di permanenza. Se si vuol comandare e persistere nell’azione di comando, bisogna anche essere capaci di manovrare e dirigere il senso della realtà. Poiché il segreto del comando consiste, per l’appunto, nel combinare, fra loro, da un lato la fede nella propria infallibilità e dall’altro la capacità di apprendere da passati errori.

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Una settimana nel 1984 (6) # I sacerdoti del potere

1984 occhio«Noi siamo i sacerdoti del potere» disse. «Iddio è il potere. Ma in questo momento, per quanto riguarda te, il potere è soltanto una parola. Siamo arrivati al punto in cui è bene tu abbia una qualche idea di che cosa realmente significa il potere. La prima cosa che tu devi capire è che il potere è collettivo. L’individuo raggiunge il potere solo in quanto cessa di essere individuo. Tu conosci lo slogan del Partito: “La libertà è schiavitù”. Hai mai pensato che si può rovesciarlo? La schiavitù è libertà. Fino a quando è solo e libero, l’essere umano è sempre condannato alla sconfitta. Deve essere così, perché ogni essere umano è condannato a morire, il che costituisce la maggiore di tutte le possibili sconfitte. Ma se egli riesce a fare una completa, totale sottomissione e rinunzia, se riesce a evadere dalla sua stessa identità, se si può completamente immedesimare nel Partito, in modo da fare che egli sia il Partito, solo allora riesce a essere onnipotente e immortale. La seconda cosa che tu devi capire è che il potere significa il potere sugli uomini. Sul corpo… ma soprattutto sulla mente. Il potere sulla materia, quella che tu chiami realtà esterna, non è importante. Il nostro controllo della materia è già assoluto e totale.» Continua a leggere “Una settimana nel 1984 (6) # I sacerdoti del potere”

Una settimana nel 1984 (5) # Neolingua

1984 occhio«La neolingua era la lingua ufficiale dell’Oceania ed era stata messa a punto per le esigenze ideologiche del Socing, o Socialismo inglese. Nel 1984 non c’era ancora nessuno che ne facesse uso, tanto nella lingua parlata che in quella scritta, come suo unico mezzo di comunicazione. Gli articoli di fondo del «Times» erano scritti in neolingua, ma si trattava di un tour de force al quale soltanto uno specialista poteva sobbarcarsi. L’auspicio era che attorno al 2050 potesse sostituire totalmente l’archelingua, vale a dire l’attuale lingua standard. Nel frattempo, comunque, guadagnava terreno abbastanza celermente, dal momento che tutti i membri del Partito tendevano, nei loro discorsi di ogni giorno, a fare un uso sempre più ampio di parole e strutture grammaticali della neolingua. Continua a leggere “Una settimana nel 1984 (5) # Neolingua”

Una settimana nel 1984 (4) # Sesso e potere

1984 occhio«Quando fai all’amore, spendi energia; e dopo ti senti felice e non te ne frega più di niente. Loro non possono tollerare che ci si senta in questo modo. Loro vogliono che si bruci l’energia continuamente, senza interruzione. Tutto questo marciare su e giù, questo sventolio di bandiere, queste grida di giubilo non sono altro che sesso che se ne va a male, che diventa acido. Se sei felice e soddisfatto dentro di te, che te ne frega del Gran Fratello e del Piano Triennale, e dei Due Minuti di Odio, e di tutto il resto di quelle loro porcate?»

Continua a leggere “Una settimana nel 1984 (4) # Sesso e potere”

Una settimana nel 1984 (3) # La verità

1984 occhio«Come si sarebbe potuto distinguere quello che era vero da quel che non lo era? Poteva essere vero che la media degli individui stava meglio ora che non prima della rivoluzione. La sola prova che era vero, invece, il contrario, era una specie di muta protesta che si sentiva nelle ossa, un sentimento istintivo che le condizioni in cui si viveva erano intollerabili e che ci doveva essere stata un’epoca precedente in cui esse erano state diverse. Lo colpì il fatto che la vera caratteristica della vita moderna non consisteva nella sua crudeltà o nella sua insicurezza, ma solo nella sua nudità, nel suo squallore, in quella sua incapacità d’ascoltare e d’apprendere. La vita, se si faceva tanto di guardarsi attorno, non rassomigliava in nulla non solo a ciò che proclamavano le menzogne del teleschermo, ma nemmeno a quegli ideali che il Partito cercava di raggiungere. Una gran parte della vita, anche per un membro del Partito, era neutrale, fuori di qualsiasi interesse o contingenza politica, semplicemente una serie di atti, come lo sgobbare in un lavoro monotono e privo di interesse, sbracciarsi per un posto nella metropolitana, rammendare un calzino bucato, elemosinare una pastiglia di saccarina, mettere da parte una cicca. Continua a leggere “Una settimana nel 1984 (3) # La verità”

Una settimana nel 1984 (2) # Bispensiero

1984 occhio«Il primo e il più elementare stadio di tale disciplina, e che si può insegnare anche ai fanciulli in età più tenera, si chiama, in neolingua, lo stopreato. Lo stopreato sta a rappresentare, in sostanza, la facoltà di arrestarsi in modo rapido e deciso, e come per istinto, sulla soglia di qualsiasi pensiero pericoloso. Esso include la capacità di non cogliere le analogie, di non riuscire a percepire errori di logica, di equivocare anche sugli argomenti più semplici, ove essi siano incompatibili con il Socing, e soprattutto d’esser presto affaticati e respinti da qualsiasi tentativo di elaborare una dialettica di pensiero che sia suscettibile di condurre in una direzione eretica. Stopreato significa, in sostanza, stupidità protettiva. Ma la stupidità non basta. Al contrario la piena ortodossia richiede un controllo sopra la propria capacità induttiva pari a quello che si suppone debba avere un contorsionista sul suo corpo. Continua a leggere “Una settimana nel 1984 (2) # Bispensiero”

Una settimana nel 1984 (1) # Due Minuti d’Odio

1984 occhio«La cosa orribile dei Due Minuti d’Odio era che nessuno veniva obbligato a recitare. Evitare di farsi coinvolgere era infatti impossibile. Un’estasi orrenda, indotta da un misto di paura e di sordo rancore, un desiderio di uccidere, di torturare, di spaccare facce a martellate, sembrava attraversare come una corrente elettrica tutte le persone lì raccolte, trasformando il singolo individuo, anche contro la sua volontà, in un folle urlante, il volto alterato da smorfie. E tuttavia, la rabbia che ognuno provava costituiva un’emozione astratta, indiretta, che era possibile spostare da un oggetto all’altro come una fiamma ossidrica. Continua a leggere “Una settimana nel 1984 (1) # Due Minuti d’Odio”

L’ultimo anno (finale) – Appendice sul 36 occupato

L’appendice finale de L’ultimo anno

odia

Agosto 1996

Sgomberi d’agosto: la polizia chiude anche il “36 occupato”[1]

Dopo le case del Pratello e di via Mascarella sgomberate venerdì scorso, ieri le forze dell’ordine sono tornate nuovamente in azione a Bologna. All’alba hanno circondato la zona universitaria, hanno piazzato i blindati e iniziato a murare gli ingressi del “36 Occupato”: una sala studio autogestita dal ’91 e riconosciuta per le numerose iniziative politiche e culturali. Continua a leggere “L’ultimo anno (finale) – Appendice sul 36 occupato”