R-I-C-O-N-N-E-S-S-I-O-N-I

L’anima libera è rara, ma quando la vedi la riconosci: soprattutto perché provi un senso di benessere, quando gli sei vicino.

Charles Bukowski


Il distacco delle menti dai corpi, della ragione dalle emozioni, del sé dal mondo non avviene in due anni.

L’accettazione della narrazione totalitaria della globalizzazione è stato un processo lungo decenni che a sua volta aveva le radici nella società capitalista fordista e nel modello dominatore e competitivo patriarcale.

Il capitalismo globale ha lavorato negli ultimi due decenni per distruggere qualsiasi forma di aggregazione sociale reale e sostituirla con la finzione dell’aggregazione virtuale.

Non solo perché questa è più controllabile rispetto ai corpi reali, ma perché in questo modo ogni interazione è monetizzabile. Ogni amicizia social, ogni riunione online, ogni contatto telefonico porta soldi alle multinazionali hi-tech.

E soprattutto, ogni fatto reale può essere facilmente distorto dalla sua riproducibilità virtuale deformandone il senso.

Non si arriva in pochi giorni o mesi o anni a un tipo del genere di distruzione sociale, a una psicosi di massa e a una falsità ideologica tanto palesi quanto invisibili, su scala globale o quanto meno a livello così invasivo nei paesi dove la vita sociale delle comunità è stata compromessa. La si mette in atto quando si è lavorato bene e a lungo a creare deserto dove prima c’era vita. La riconnessione mente-corpo, la riconnessione delle comunità territoriali e la riconnessione umani-natura sono le uniche vie in questo momento per affrontare la crisi antropologica interna al tardo capitalismo che ognuno/a di noi ha alimentato e da cui non si esce con una manifestazione o con un boicottaggio.

Per smettere di essere automi imboccati dalla notizia di oggi che cancella la notizia di ieri, di essere telecomandati/e nelle nostre scelte di vita, per smettere di essere scelti/e come burattini occorre riconnetterci ad uno stadio di profondità difficile e doloroso, che può essere indipendente dal livello di indottrinamento che abbiamo.

Paradossalmente proprio questo può essere il momento giusto. Perché è il momento in cui la persecuzione si è orientata in modo chiaro verso i nudi corpi.

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Zone rosse

“Noi non vogliamo che il governo ci tenda la mano, quello che vogliamo è che ci levi i piedi di dosso. Abbiamo dimostrato che possiamo governare e governarci meglio di coloro che lassù in alto si arricchiscono alle nostre spalle” (EZLN)

Il luogo esatto in cui è stata fondata la società della paura ed è iniziata la psicosi di massa che stiamo vivendo. Visibile in una mappa di Genova, 20 anni dopo.

Le zone rosse sono l’arma del terrorismo globale.

1: Palazzo Ducale – sede del Vertice G8 (where the G8 summit took place)
2: piazza Portello
3: piazza Manin
4: piazza Dante
5: piazza Paolo da Novi
6: Boccadasse
7: Arrivo del corteo dei sindacati di base (end of the free unions demo)
8: Partenza del corteo della disubbidienza civile – Tute Bianche (TB) (starting point of the civil disobedience)
9: piazzale M. L. King – GSF convergence center
10: Punta Vagno – GSF public forum
11. Scuole Diaz – GSF media center
12: Fiera – “cittadella” delle Forze dell’ordine (temporary housing for Police Forces)
13: Questura (Police HQ).
14: piazza delle Americhe – dove sarebbe dovuto arrivare il corteo delle TB (where the TB demo should have ended).
15: percorso (route of) Mondelli + carabinieri BTG. “Lombardia”. All’incrocio con via Tolemaide si fermano e attaccano il corteo delle TB (at the Via Tolemaide intersection carabinieri forces stop, and attack the TB demo)
16: percorso (route of) Pagliazzo Bonanno + reparti mobili PS. In Piazza Manin caricano i pacifisti della Rete Lilliput (Police anti riot-units led by Pagliazzo Bonanno attack the Lilliput Net pacifists in Piazza Manin)
17: piazza Giusti, attacco al supermercato “DìxDì” (“DìxDì” supermarket attacked)
18: Marassi, attacco al carcere (the Marassi prison attacked)
19: piazza Alimonda, uccisione di Carlo Giuliani (where Carlo Giuliani was killed)
20: corso Gastaldi e via Tolemaide, carica finale e pestaggi (final police attack and beatings)

Fonte: https://commons.wikimedia.org/wiki/File:G8_genova_map.jpg

Un altro mondo è possibile

Genova qui e ora

“Il mio Mediterraneo non è quello delle cartoline. La felicità non ti viene mai regalata, te la devi inventare.”

Jean Claude Izzo

Tramonto su Bogliasco

Genova qui e ora è una città che si sporge ancora sul Mediterraneo.

Genova qui e ora è anche una città, “quella in cui affiorano l’amarezza e la grandiosità dei sogni”, come scrisse il marsigliese Izzo nel suo ultimo libro poco prima di morire. 

Genova qui e ora è molto più di una città, è un modo di vivere vecchio e nuovo al tempo stesso che in quei giorni ci assalì. 

Genova qui e ora è un concentrato di desideri che da allora non se ne è più andato, anzi che esonda più passa il tempo e più si avverano quelle cose. 

Genova qui e ora è l’esibizione spettacolare di una catapulta che ci sputava fuori dal ‘900 dopo aver distrutto tutte le cose belle del ‘900, la vita, l’arte, la bellezza, la trasgressione, le avanguardie, i quartieri, i teatri, i cinema, le trattorie, la solidarietà delle comunità, e ci aveva lasciato in preda ad un futuro tecnocratico senza futuro. 

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2001 L’oscena bellezza della verità

Un incrocio di forze astrali nel passaggio del millennio, che apre un passaggio extrasensoriale verso un altro mondo possibile, uno squarcio nella noiosa seriale narrazione quotidiana dell’orrore scintillante consumista, dove l’etica, l’estetica, la logica, la verità hanno dei canali prestabiliti e non esistono altri pensieri possibili.

Tutto inizia a cambiare a cavallo tra i due millenni.

I primi vertici del nuovo villaggio globale, lo zapatismo del Chiapas, la nuova autonomia, la richiesta di principi di precauzione, la rivolta di Seattle. Napoli, Goteborg, Genova. La verità sulle multinazionali farmaceutiche, petrolifere, agro-chimiche, verità già narrate nei quotidiani nazionali, ma mancano i passaggi, i collegamenti, le interpretazioni perché nel mare inutile dell’informazione quotidiana la notizia di oggi lava quella di ieri.

Lo squarcio che si apre è proprio quello sull’orrore violento dell’economia predatoria capitalista, che schiavizza il Sud del mondo e aliena il Nord, distruggendo l’esistente, terra, piante e animali.

E ora si scopre che il dio denaro è nudo. Si sa già tutto, basta solo fare i collegamenti. Ma la novità di questa inedita forma di dominio più virtuale che reale è proprio questa: non si censura la notizia, si rendono incapaci le menti di fare i collegamenti. E’ una guerra psichica quotidiana, apparentemente pacifica, che diventa violenta quando qualcuno cerca di svelarne i meccanismi: allora quelle menti si rivoltano contro la verità, e contro sé stesse principalmente.

Non è un discorso facile da fare, è un discorso di una complessità profonda, globale. Ci siamo coinvolti/e tutti/e nella guerra psichica, siamo vittime e carnefici di noi stessi/e, ma gli squarci di liberazione sono inenarrabile fonte di ossigeno, vita e felicità. Chi invece tratta con superficialità questa situazione, non fa che produrre danni peggiori, riproducendo il sistema che vorrebbe combattere. Come quelli che giocano al machismo sulle barricate.

Dal 2001, fino ad oggi, pistole, bombe, manganelli e depistaggi informativi quotidiani, spesso raffinatissimi come quello di far credere che “possa parlare di genocidio solo chi è laureato in genocidio” hanno provvisoriamente spezzato i collegamenti, e tengono in vita un sistema in coma, sempre più violento.

Ma l’oscena bellezza della verità, ormai, ha rotto gli argini della morale consumista.

Limes Marzo 2001
http://www.limesonline.com/sommari-rivista/i-popoli-di-seattle

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C’era una volta un movimento globale. Che partiva dal personale


di Gianluca Ricciato

 

movimento altermondialista.jpgIl movimento globale dentro di me iniziò in un preciso momento, anche se ci furono molti altri momenti preparatori. Questo preciso momento avvenne durante una festa di laurea in una casa studentesca bolognese. Una festa in cui tutti erano piuttosto alticci o proprio sfatti dai festeggiamenti. Ma io no, e non perché fossi particolarmente virtuoso, ma perché in quel momento avevo dentro un’inquietudine. Ero nervoso. Era la sera del 20 luglio 2001 e nel salone c’era la TV accesa sugli scontri per le strade di Genova, ed era da poco stata data la notizia di un morto. Forse uno spagnolo, sicuramente uno del blocco nero.

Mentre guardavo la TV apparve una foto di questo presunto spagnolo: di spalle, incollato ad una camionetta dei carabinieri bloccata contro un cassonetto riverso dei rifiuti, intento a scagliarle addosso un estintore rosso da distanza ravvicinatissima. La foto fu mandata in onda a lungo, mentre di sottofondo i commentatori blateravano. La guardai a lungo e iniziai a non credere che quello fosse possibile, che non fosse la realtà. Iniziai a non credere a quella foto perché mi sembrava una fiction. Iniziai a pensare che non era così, che quella ricostruzione che stavano dando non fosse vera. Che fosse falsa. Che fosse una fake news come si dice oggi, una bufala. O meglio, come si dovrebbe dire in questi casi, un depistaggio. E non so perché ebbi questa intuizione, visto che normalmente non è che mi occupi di omicidi o cose del genere. Ma quella intuizione era fondata: quella foto non rispecchiava la realtà, ma la deformava, la depistava. Perché, e questo da studente di filosofia estetica lo sapevo, il rapporto tra immagine e realtà è una cosa complessa e non lineare. Un’immagine può essere usata per imporre un’opinione, travisata, mal compresa o manipolata. 

In quel preciso momento, a quell’ora e in quella festa, iniziò dentro di me il movimento globale. Continua a leggere “C’era una volta un movimento globale. Che partiva dal personale”