10 autodifese dal fascismo scientista

“In un convegno del settembre 2017 presso il Cicap – Comitato Italiano per il Controllo delle Affermazioni sulle Pseudoscienze, Silvio Garattini, presidente di una fondazione privata di ricerche farmacologiche, tiene una lectio magistralis per smascherare la «finta scienza». Ma si evince subito che i suoi obiettivi non sono i seguaci del paranormale, bensì suoi colleghi medici e ricercatori che hanno idee e pratiche diverse dalla sua. Obiettivo legittimo naturalmente, quello di criticare. All’interno però di questa conferenza – che si può ascoltare online su youtube – Garattini stila un arbitrario «decalogo del perfetto credulone» (visionabile dal minuto 7), in cui invita a fare attenzione ad una serie di persone che hanno almeno «due o tre» delle seguenti caratteristiche, tra cui ad esempio vegetarianesimo, alimentazione biologica e metodi di cura «non ortodossi».”[1]


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La natura è mia nemica

La natura è mia nemica.

È nemica l’umidità rimasta su quest’amaca dalla pioggia di ieri, è nemico quest’albero che potrebbe cadere e farmi rotolare in fondo alla valle. È nemica quest’ape che mi ronza intorno e potrebbe farmi del male, è nemica questa catena montuosa che ho intorno da cui potrebbero franare tonnellate di cose. È nemica questa terra che potrebbe aprirsi in due com’è successo esattamente in questo punto poco più di dieci anni fa, cioè una frazione di secondo fa per i tempi della Terra.

Io sono la cultura, la natura è nemica della cultura. Una nemica da addomesticare.

La cultura si difende alzando muri dietro cui si barricano menti, corpi e sistemi immunitari, questa è la sua forza. Quando la cultura invece nasce senza opposizione alla natura è anche lei nemica. Quando queste persone hanno deciso che potevano tornare a ripopolare un borgo a mille metri sul livello del mare, disabitato e polverizzato dalla civiltà urbana industriale, e potevano farlo acquistando terre collettive, che non fossero né pubbliche né private, né dello Stato né delle imprese, cioè i due padroni oppressori complementari e fintamente distinti: a quel punto sono diventati nemici.

Le persone che stanno insieme sono nemiche. Si guardano, si toccano e si trasmettono il virus della comunità.

Bisogna schermare e mascherare le persone che si incontrano. Tu, altro da me, sei nemico a me. Sei un pericolo perché sei vivo. Quando mi tocchi mi puoi infettare, quando mi parli di cose strane mi puoi cambiare. La tua stessa presenza è un pericolo. Per schermarmi da te la cultura ha eretto fortificazioni inenarrabili, barricate fisiche e psichiche. Ha bombardato dall’infanzia i sistemi immunitari stimolandoli alla guerra contro il nemico esterno: l’ambiente, la natura, il contesto, la circostanza. La realtà, orrida realtà nemica, combattuta fino a farla scomparire nella riproduzione del doppio virtuale, in una storia millenaria androcentrica senza soluzione di continuità, che va da Platone agli smartphone di sesta generazione.

Ma il bombardamento interno non basta, ci vogliono le barriere protettive esterne.

La cultura ha incellophanato corpi teneri e delicati, bisognosi di forza, li ha segregati in loculi di plastica e di metallo e li ha fatti crescere così, passando ore sedute a guardare le nuche del compagno davanti fino a costruire l’essere civile perfetto e addomesticato, cioè la vita in due metri quadri climatizzati e perennemente collegati ad uno schermo, in un’immensa Arancia Meccanica quotidiana globale.

Le barriere protettive servivano ad uno scopo principale, tenere quei corpi lontani da qualsiasi essere vivente: piante, alberi, animali, microorganismi.

Il progresso odia la vita e ama la morte, ma non la deve mai nominare, perché la morte incombe come un rimosso, e non bisogna mai ricordare che la morte fa parte della vita. Deve incombere silenziosa e la sua paura deve armare ogni azione della vita contro la vita.

La cultura dello sviluppo economico infinito ha preso sostanze viventi, le ha manipolate e fortificate, nutrendo quei corpi appena nati di cibo omogeneizzato che rendesse omogenea la trasformazione di quei corpi in automi seriali. La cultura ha vinto su quei corpi, ha calmato la loro natura selvaggia fino all’ipnosi definitiva degli schermi radioattivi permanenti a cui dedicare l’esistenza. Passare da un telefono, a un computer, a una televisione trasformando l’attività cerebrale in un corto circuito che trascina corpi stanchi e appesantiti verso la malattia finale.

Ed è riuscito a farsi chiamare cultura, sviluppo e progresso. Invece di orrore globale.

E infine, dettaglio ultimo ma non ultimo.

La cultura dell’orrore globale capitalista patriarcale tecnocratico ha isolato, ridicolizzato, schernito, sorvegliato e punito chiunque fosse refrattario a questo percorso o semplicemente lo mettesse in dubbio. Mettesse in dubbio la sceneggiata della violenza psicofisica perenne dell’economia globale sugli individui e sui popoli, sui corpi e sulle società, sui sistemi immunitari e sui cervelli.

Poi però, questa cultura è arrivata al capolinea, perché in un mondo finito non si dispone di risorse infinite. Allora, virato casualmente il millennio mentre si finivano le risorse, il gioco si è fatto più duro, profondo e radicale, come più dura, profonda e radicale è la fuoriuscita possibile dal gioco.

La civiltà urbana industriale degli ultimi tre secoli è finita, così com’è finita la civiltà greco-latina degli ultimi 2500 anni da cui è stata generata. Non produce più lo sviluppo e il benessere che prometteva come infiniti. Ma psicosi, malessere e malattie. E questo lento decadimento, prima di portare a qualcosa di nuovo, ci sta rendendo degli zombi. Stiamo accettando l’assurdo come ovvio e stiamo considerando assurdo l’ovvio. Era ovvio essere vivi ed era assurdo vivere come zombi, finchè c’erano comunità e natura. Ora è assurdo essere vivi ed è ovvio essere degli zombi.

Nella settimana di libera uscita dai loculi di cemento e dall’ipnosi tecnologica ci capita di essere vivi.

Di stare in posti belli, vivendo tempi umani, conoscendo persone nuove, rinforzando il nostro spirito che è ciò che ci tiene in vita e rafforza la nostra capacità di adattamento al sistema Terra. Passata questa settimana torniamo all’assurdo. Anche se quest’anno è veramente difficile allontanarsi dall’assurdo. L’uomo solo mascherato in una scatola di lamiere che emette pm10 è ovunque. Il politico fallito che propone trattamenti sanitari obbligatori di farmaci inesistenti ha visibilità ovunque, sul territorio nazionale. Passata questa settimana torni nella cultura disperata del capitalismo morente, il loculo climatizzato dove stare attaccato 18 h su 24 h ad un device con una maschera in faccia a fare cose inutili per padroni orrendi dicendo cose finte ai propri simili alienati per continuare la mascherata sociale.

E la mente programmata a ragionare per compartimenti stagni resetta la verità della vita per rimodularsi sugli assiomi hi-tech e bio-tech. Alienazione e sanificazione. E cinque minuti di odio per chi pensa il contrario del terrorismo mediatico perenne. Per chi pensa l’ovvio: che essere bombardati di paura multimendiale 24 ore al giorno, che essere bombardati di farmaci, psicofarmaci e vaccini in dosi perenni, che essere bombardati di pensieri ossessivi, non siano merda profumata e nemmeno l’unica merda possibile, ma solo la forma attuale di un potere violento millenario. La lenta cicuta psicosomatica da ingerire nel terzo millennio dopo Cristo secondo l’interesse del potere, o da evitare in tutti i modi secondo l’interesse di chi vuole restare vivo e restare umano.

La natura è nemica dell’uomo dominatore che sfoga i suoi presunti istinti tagliando alberi, colando cemento, prendendo a calci animali e ordinando alle donne cosa fare. La natura è nemica dell’uomo suo speculare, calcolatore, selezionatore, che ragiona a compartimenti stagni, che reprime i suoi presunti istinti mettendo il caos dell’esistente nei suoi ordini simbolici. Che vive mettendo nelle caselle le sue emozioni per non sentirle. Che vuole sentire parlare solo l’esperto a una dimensione. Che sottomette le sue psicosi con i farmaci della psiche. Che non deve mai fermare il corto circuito del suo cervello altrimenti vince l’horror vacui. Che vive nella paura. Immerso nella paura.

E per questo vive una vita di merda e odia chi vive una vita che vale la pena di vivere. Chi si abbraccia, chi cammina, chi perde il tempo, chi si bacia, chi ride, chi sente.

Chi preferisce vivere sapendo che la vita è un’avventura.

Chi non vuole smettere di vivere per fare vincere la paura.

Paura, paura, paura.

Paura della morte, paura della vita.

Paura che la vita, sfuggendo dalle dita.

Paura che diversa, sarebbe anche possibile

Paura del diverso, paura del possibile.

Altrove da questo osceno palcoscenico virtuale, un mondo diverso è possibile.

Sembra impossibile, ma è anche in costruzione. Da anni, decenni.

Ma la libertà non si può dire, perché la vera libertà è altrove dalla finta libertà del liberismo economico psicotico che ha trasformato in zombi ridens gli esseri umani.

La vita è altrove dall’alienazione virtuale comunicativa terroristica a cui è stata sottoposta la psiche.

Ognuno di noi può salvarsi, se riesce a trovare l’ossigeno della vita, dentro questo scatafascio di sistema alla deriva.

Se riesce a trovare le altre, gli altri, la bellezza, il mondo, un modo diverso di fare società, di fare cultura.

Una natura liberata, una nuova comunità in costruzione.

Come avviene in tutti i posti dove questo è stato capito, anche se le difficoltà sono tante, quasi infinite, perché nessuno è libero veramente dallo scempio creato.

Ma si inizia dai piccoli passi e si fa crescere quello che nell’inferno non è inferno.

Come è avvenuto qui, dove sono adesso.

E in tutti i luoghi che assomigliano a questo.

Pescomaggiore, agosto 2020

La malattia cronica della sanità italiana

Pubblicato in origine su La Bottega del Barbieri

 

L'UNITA' 23 GIUGNO 1993
L’Unità del 23 giugno 1993

 

Prende sempre lo sconcerto nel leggere le vicende giudiziarie innescate il 22 giugno 1993 con l’arresto del ministro della sanità Francesco De Lorenzo, e poco dopo del direttore del sistema farmaceutico Duilio Poggiolini. Oppure nell’evocare espressioni ormai cult della storia italiana legata al capitolo sanità di Tangentopoli: «sua sanità», «sangue infetto», «malasanità», «Re Mida della sanità». Così è almeno per chi come me in quell’epoca era adolescente e ha assistito in diretta al crollo dall’interno di un sistema politico, svergognato da uno dei suoi poteri costituzionali, il potere giudiziario. E tutta la contraddittorietà che questo fatto si porta dietro in quanto «rivoluzione a suon di manette» e tutta intestina ai poteri dello Stato italiano.

Lo sconcerto però si moltiplica nell’apprendere che oggi quei nomi, quelle aziende private, quelle multinazionali del farmaco, quelle modalità che Poggiolini definì eufemisticamente come un adagiarsi «in quella che voi giudici chiamate situazione di corruzione ambientale»(1) sono in buona parte ancora protagoniste dell’attualità. Lo sconcerto si trasforma allora in dubbio consistente: che quelle modalità di corruzione del sistema sanitario da parte di aziende private interessate principalmente al profitto allora fosse solo agli albori, mentre ora, nel 2020 della pandemia globale, è a pieno regime. E che la rivoluzione italiana delle manette, in questo caso, sia stata solo un tentativo ammirevole ma inconsistente di fermare un sistema di potere troppo forte: la globalizzazione vincente delle multinazionali chimico-farmaceutiche.

Un tentativo dettato in quel momento dallo scoprire però qualcosa di troppo forte, letteralmente osceno: «Le tangenti sul prezzo delle medicine… vuol dire taglieggiare i vecchi, i malati, i più deboli», dissero i giudici allora, allibiti. (2) Continua a leggere “La malattia cronica della sanità italiana”

La terra metonimia della Terra

Irrompe nel discorso politico di queste settimane il testo della Confluencia femminista “Un’economia femminista per un mondo in trasformazione”, a ricordarci come ecologia e femminismo dovevano essere sovversione del capitalismo, non giardinaggio e passeggiate, e nemmeno occasioni di assimilazione nel sistema senza mettere in discussione il logocentrismo del patriarcato tecnocratico. Agroecologia, ecofemminismo e mediattivismo: le parole scippate dell’inizio millennio antiglobal sono state state pratiche di vita smorzate?  Ci hanno davvero rubato l’agibilità politica in questi venti anni di millennio globalizzato?

echaurren
Immagine di Pablo Echaurren

 

“La chiesa dice: il corpo è una colpa

La scienza dice: il corpo è una macchina

La pubblicità dice: il corpo è un affare

Il corpo dice: io sono una festa”

Eduardo Galeano

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Un’economia femminista per un mondo in trasformazione

Ospito il testo che la Confluencia Femminista ha pubblicato su Trasformadora.org, il sito del Forum Sociale Mondiale delle Economie Trasformative che si sarebbe dovuto tenere a fine giugno a Barcellona. Queste riflessioni sono di vitale importanza, ed è necessario che emergano anche in Italia, visto anche lo stato di emergenza politica e culturale, appunto. Gianluca

Traduzione italiana di Adriana Maestro

WSFTE – WORLD SOCIAL FORUM OF TRANSFORMATIVE ECONOMIES

social forum economia trasformativa

Riflessioni della Confluenza Femminista verso il Forum Sociale Mondiale delle Economie Trasformative, di fronte alla pandemia da COVID19

UN’ECONOMIA FEMMINISTA PER UN MONDO IN TRASFORMAZIONE

Nelle eccezionali condizioni di distanziamento sociale con cui si cerca di far fronte alla pandemia da COVID19, le nostre società stanno affrontando ogni giorno le sfide della cura della vita in mezzo all’emergenza e all’incertezza, senza perdere di vista il futuro immediato in un mondo che già non è né sarà più lo stesso, e che è in rapida trasformazione.
Sono le donne che stanno rispondendo per prime, articolando lavori, saperi e proposte a partire da una logica della “cura” – che il femminismo assume come concetto chiave – consapevoli delle vecchie e nuove disuguaglianze e ingiustizie, esacerbate ulteriormente in questo momento. In queste settimane, ci si sta rendendo conto che non ci può essere vita né economia senza “cura”, come pure del grado di squilibri del capitalismo neoliberista che ci ha condotto a questa crisi.
Tra problemi e alternative che si mescolano in modo intenso e contraddittorio, si rafforza l’urgenza di costruire un’economia per la vita.


Quindi:

• Nella “vita di prima” abbiamo denunciato lo sfruttamento del lavoro delle donne e la violenza sessista che caratterizzano questo sistema e che oggi si accentuano. Il confinamento domestico ha significato concentrare in spazi spesso precari persone, attività e faccende vecchie e nuove.

• Ai lavori di cura abituali ora si sono aggiunte nuove attività come il “telelavoro” e lo spostamento virtuale della scuola a casa. Questo schema, che continuerà con qualche sfumatura nella prossima fase del “distanziamento sociale”, lungi dal rappresentare un miglioramento nel sistema di assistenza reale, costituisce invece una battuta d’arresto nelle forme già limitate di organizzazione dei servizi quanto a risorse, tempi e spazi. Questo, tanto per le reti familiari e sociali, che per le istituzioni prestatrici di servizi e per gli istituti scolastici – che in alcuni casi includevano anche il servizio di mensa.

• A questo si aggiunge il rafforzamento di una visione della famiglia nucleare, androcentrica ed etero-patriarcale come nucleo dell’organizzazione sociale ed economica, che implica anche una recrudescenza della violenza di genere, come dimostra il moltiplicarsi delle denunce in molti paesi. Così, mentre si riconosce l’importanza e la centralità dei lavori di cura per la vita e per l’economia, si assiste contemporaneamente anche a un arretramento delle loro condizioni. Cambiare questa situazione è una priorità che implica, allo stesso tempo, pensare a una
ripresa economica di tipo nuovo.

• Nei servizi sanitari, da sempre femminilizzati e in molti casi precari a causa dei tagli alla spesa pubblica e della privatizzazione neoliberista, le donne svolgono la maggior parte del lavoro di cura e di assistenza alle vittime di COVID19. Con giornate di lavoro estenuanti, in condizioni di lavoro precarie e protezione minima, esposte al contagio e non di rado alla morte. La priorità di un sistema di salute pubblica universale, che garantisca questo fondamentale diritto umano, va di pari passo con la necessità di superare questa disparità di condizioni degli operatori sanitari, così come di ridefinire il profilo privato e commerciale dell’industria farmaceutica, che continua a far sentire il suo potere corporativo, ignaro della vita, nel bel mezzo della crisi.

• Mentre le catene di supermercati e le industrie alimentari traggono profitto da questa situazione che favorisce i settori con potere di acquisto, le economie contadine e le esperienze di economia sociale, solidale e comunitaria stanno sviluppando moltissime iniziative per garantire a tutta la popolazione i prodotti alimentari di base. È evidente l’importanza strategica della produzione locale, della sua capacità di risposta – basata su reti socio-produttive, sulla solidarietà e la complementarità – che ora richiede forme di presenza differenti, per le restrizioni della quarantena. In altre parole, si rivela il potenziale delle esperienze promosse dalle donne rispetto all’attenzione ai bisogni fondamentali della riproduzione e della cura della vita.

• La pandemia mette a nudo e accentua le disuguaglianze, diventando al tempo stesso pretesto per un’escalation di forme di fascismo governativo e sociale. La vulnerabilità economica comporta una netta diminuzione o sospensione del reddito, elevate possibilità di contagio e minima attenzione per i lavoratori precari, per le donne migranti e rifugiate, in carcere, ecc. L’impennata di classismo, razzismo e xenofobia è arrivata al punto di incolpare queste fasce di popolazione per la diffusione del virus e di diffondere, direttamente o velatamente, l’idea che esistano vite usa e getta, inutili. Vengono incoraggiati atteggiamenti sociali di sorveglianza, non di solidarietà.

• Il distanziamento sociale ha segnato una inflessione nelle dinamiche di mobilitazione sociale degli ultimi mesi contro il neoliberismo. Nel mezzo delle restrizioni alla mobilità, nuove iniziative stanno prendendo forma in relazione diretta con l’attenzione alle esigenze più urgenti di cibo e salute. Le donne hanno attivato forme alternative di espressione, contatto e azione solidale, non sulla scala delle cucine popolari o simili di altri periodi di crisi, ma che supportano, ad esempio, l’acquisto di alimenti agro-ecologici da donne contadine, sapone e mascherine da produttori dell’economia solidale, e la loro distribuzione a fasce di popolazione non protetta.

Di fronte all’opposizione “vita o morte” che ha sollevato la pandemia, risultano evidenti gli elementi per un’agenda trasformativa e sta crescendo la consapevolezza della necessità di un’economia per la vita, non contro la vita.
Sebbene ciò sia evidente, assistiamo a programmi inerziali, che insistono sul trasferimento di risorse pubbliche e sociali alle aziende, per salvare “i mercati”, reiterano formule di debito che esercitano una ulteriore pressione sulle economie nazionali e familiari già sovraindebitate.
Vediamo anche reazioni di altro profilo, che hanno adottato misure di protezione sociale,
migliorando l’accesso alla salute e alle cure, garantendo redditi di base, trasferimenti di denaro o ferie retribuite per i lavoratori/trici, sostenendo in particolare il personale sanitario e assistenziale, ecc., cioè misure necessarie ma non sufficienti, data l’entità dei problemi precedenti.
A partire dagli ambienti economici e sociali impegnati nella riproduzione della vita, sta prendendo forza un’agenda di cambiamento delle priorità, delle forme di organizzazione della produzione, degli scambi, del consumo. Oltre all’evidente fallimento del capitalismo che si sta manifestando nella pandemia, esiste una vasta gamma di esperienze che fornisce supporto e strumenti per proposte trasformative: nuova architettura finanziaria, giustizia fiscale, commercio equo, valute alternative, economia sociale e solidale, agroecologia, sovranità alimentare, eccetera.
Data la priorità di soddisfare le necessità primarie di alloggio, istruzione, reddito di base, salute, per tutti e tutte, è necessario un consenso sociale rispetto all’imperativo di tassare le grandi ricchezze per andare verso forme alternative di ripresa economica. Il che comprende la ridefinizione dei lavori socialmente necessari e dei lavori che sono invece biocidi, i quali dovranno essere riconvertiti in un nuovo schema di lavoro e produzione in chiave eco-femminista.

Resistiamo collettivamente, non abbandoniamo lo spazio pubblico, ci moltiplichiamo negli altri. Stiamo disegnando una nuova economia che andiamo tessendo con pazienza e che ci condurrà verso un’umanità migliore.

UN’ECONOMIA PER LA VITA NON CONTRO LA VITA

Un ringraziamento particolare per i contributi a Alejandra Santillana Ortiz – Instituto de Estudios Ecuatorianos e Observatorio de Cambio Rural, Analía Woloszczuk – Universidad de Huelva, Alicia Rius Buitrago – ESS REAS, Gina Vargas – AFM, Magdalena León – REMTE, Miriam Nobre – SOFMarcha Mundial de Mujeres, Rosy Zúñiga – CEAAL; e ad Alejandra Scampini – DAWN per il coordinamento e la redazione.

 

HASHTAG PER LE RETI SOCIALI

#LaSostenibilidadDelaVidaEnElCentro
#EconomíaparalaVidaNOaExpensasdelaVida

Per unirti alla Confluenza Femminista verso il FSM ET e per saperne di più scrivi a:

Florencia Partenio florencia.partenio@gmail.com

María Atienza Maria.atienza@reasnet.com

escuelitazapatista
Immagine tratta da Euronomade


 

Organizzazione e reti firmatarie:

Ana Felicia Torres, Mesoamericanas en Resistencia por Una Vida Digna Costa Rica/REPEM

Articulación Feminista Marcosur

Centro de Estudios de la Mujer de Honduras – Mesoamericanas en Resistencia por Una Vida Digna Honduras.

Ciranda, Brasil 

CISCSA, Córdoba, Argentina

Comissió d’Economies Feministes de la Xarxa d’Economia Solidària de Catalunya (XES)

Consejo de Educación Popular de América Latina y el Caribe, CEAAL

Coordinadora de la Mujer, Bolivia

DAWN, Red de feministas del Sur Global

Espacio de Encuentro de Mujeres-Mesoamericanas en Resistencia por Una Vida Digna Panamá.

Espacio de Géneros de la Red Universitaria de Economía Social y Solidaria (RUESS)

Espacio de Géneros del Centro Cultural de la Cooperación Floreal Gorini, Argentina. 

Instituto de Estudios Ecuatorianos, Ecuador

Movimiento Manuela Ramos, Perú.

Mesoamericanas en Resistencia por Una Vida Digna – Chiapas.

No Tan Distintas, Argentina

Observatorio del Cambio Rural, Ecuador

Observatorio de Violencias de Género en el Cooperativismo, Argentina

REAS Red de Redes de Economía Alternativa y Solidaria

Red de Educación Popular entre Mujeres- REPEM

Red Latinoamericana de Mujeres Transformando la Economía (REMTE)

Red Ecofeminista 

Red Mujeres del Mundo-Quartiers du Monde

Red Sindical Internacional de Solidaridad y de Luchas

SOF, Sempreviva Organização Feminista, Brasil

SET (Scuola per l’Economia Trasformativa) – Università per la Pace delle Marche, Italia

Union Syndicale Solidaires, Francia

Adhesion and support:

L’Associazione Coalizione Civica per Pescara, Italia

DiEM25 Italia, Italia

Cátedra Abierta de Educación para la Paz “Alfredo Marcenac”, FACSO-UNICEN, Argentina

Antonella Trocino, Italia

Marcella Leoncini, Italia

Marcella Corsi, Italia

Roberto Brioschi, Italia

Luigi De Giacomo, Italia

Ugo Mattei, Italia

Comitato Rodotà, Italia

Jason Nardi, Solidarius Italia