Il maschio ha perso solo il pelo. Ovvero della metafisica del dominio

Arvuda Bystrom
L’immagine della fotografa svedese Arvida Bystrom scattata per una pubblicità dell’Adidas, che ha scatenato l’odio della rete, come si dice. Vedi nota 1

 

Un comportamento selvaggiamente sensuale

Anni fa ho avuto una storia con una ragazza che non si depilava le gambe. Aveva belle gambe che spesso portava scoperte. Poi a un certo punto iniziò a depilarsi perché il vantaggio della libertà dalla depilazione stava diventando minore rispetto allo svantaggio di dover vivere in una società di nuovi maschi alienati con in mano oggetti del progresso tecnologico e nel cervello sordide regressioni patriarcali. E ciò iniziava anche ad essere pericoloso. Stiamo parlando degli anni Zero di questo secolo. Continua a leggere “Il maschio ha perso solo il pelo. Ovvero della metafisica del dominio”

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L’ultimo anno (1) # La casa-relitto

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“Vi darò la narrativa integrale – ma la definizione,
attenti, è provvisoria”
Luciano Bianciardi

 

casa-relitto

 

Gennaio 1996

 

La casa era vuota. Sarò arrivato verso le sette di mattina, era ancora buio, era gennaio. E mi compare questo corridoio lunghissimo, una ventina di metri. Faccio un passo verso l’interno e la piastrella sotto la scarpa scricchiola. Cerco l’interruttore, accendo, guardo meglio il corridoio infinito. L’avevo già visto di giorno, due settimane prima quando ero venuto a vedere la casa, prima delle vacanze di Natale. E qualche giorno dopo mi avevano scelto. Continua a leggere “L’ultimo anno (1) # La casa-relitto”

Duelli

Brano tratto dal romanzo:

L’ultimo anno, Gianluca Ricciato (Smasher 2013)

Frida Kahlo
Frida Kahlo Il mio vestito è appeso là o New York, 1933 Olio e collage su masonite, cm 46 × 50 Monterrey, FEMSA © Banco de México Diego Rivera & Frida Kahlo Museums Trust, México D.F.

Luglio 1996

Solo un altro giorno nella vita di un guaglione
tempo che non dà soddisfazione
Neffa

«Hai scopato?»
«Sì.»
«Ah beh.»
«Che cosa?»
«No, niente, dicevo beata te.»
«Mah, a te com’è andata?»
«Mmm, così così, ho scambiato qualche effusione affettuosa.»
«Certo, affettuosa.»
«Perché tu non sei stata affettuosa?»
«Per me l’affetto è un’altra cosa rispetto alla scopata dell’altra notte.»
«E chi è?»
«Che ti interessa?»
«Così per curiosità…»
«È un ragazzo marchigiano, si chiama Luigi.»
«Marchigiano?»
«Sì, perché non si può?»
«Ma stiamo litigando?»
«Non so, se vuoi litighiamo, sei tu che sei strano.»
«Non è che sono strano, è che non lo so, non me l’aspettavo e… dai non fare la svampita, non è che mi lascia indifferente.»
«Non sono svampita, nemmeno a me lascia indifferente che tu abbia avuto effusioni affettuose con Anja.»
«Senti, io ho passato una notte terribile con lei, va bene?»
«Mi dispiace.»
«Sei sicura che ti dispiaccia?»
«Sì.»
«Grazie, ma non lo so se mi va di parlarne adesso con te.»
«Va bene parliamo di altro.» Continua a leggere “Duelli”

Abbiamo sputato

Brano estratto da L’ultimo anno

MONOSCOPIO.png

Abbiamo sputato sulla fine della storia, per questo ci siamo salvati. Abbiamo sputato sul mondo pacificato, conforme a chi non si è capito mai, uguale a se stesso e alla sua immagine, contenitore vuoto di cose vuote, all’infinito, come la sequenza infinita delle televisioni che contengono altre televisioni che contengono altre televisioni e così via, all’infinito. Negli anni Ottanta si vedeva spesso questa immagine, ora non più, chissà perché.

Se non avessimo sputato sul nulla, ora non avremmo più parole. Saremmo come quelli che si vedono girare per strada, quelli stile campus, i finti intelligenti che affollano le scuderie bentivoglie facendo finta di apprezzare il jazz, quelli che riempiono con rituali macabri luoghi che un tempo pullulavano di vita, di storie particolari, di eccessi tali e talmente disordinati che alla fine hanno distrutto tutto, si sono auto-divorati complici i virus del sistema. La normalità dell’attuale università. Ieri ero lì e sentivo il nulla delle parole inutili, l’assenza di racconto di volti che si trovavano lì per dovere, perché lunedì non si fa tardi cosa tranquilla concertino jazz Piazza Verdi luogo in. Piazza Verdi due coglioni luogo in. Piazza Verdi divorata dalla sua stessa merda, dalla merda simbolica di un luogo normalizzato, reso simile a milioni di altri luoghi uguali al mondo, i campus dell’università di massa, macchine da soldi edificate simbolicamente sulle macerie di un’era spazzata via, cancellata, annullata e conquistata nei suoi simboli.

San Lorenzo come Piazza Verdi. Piazza Verdi divorata dall’irriducibilità di quel mondo passato, dalla merda reale che calpesti girando in via Petroni, perché dopo la grande repressione sono spuntati come tumori i pusher clandestini e le cacche dei cani. Non i cerchi di carne dei ragazzi seduti a terra a mezzogiorno e mezzanotte, non Geremia e Sasà o altri normali borderline che tiravano tardi, non i frisbee, i chilom, i palloni da calcio, le chitarre, i baci appassionati rubati dietro le colonne, i viaggiatori di passaggio a Bologna spartiacque tra Sud e Nord del mondo, non le relazioni, non le amicizie, non gli amori.

Solo i macabri rituali la cui colonna sonora sono le suonerie dei cellulari, la cui scenografia sono gli orrendi vestiti trendy e i cui dialoghi sono i tormentoni grassi dei tristi comici e le cantilene dei grandi fratelli e degli uomini e donne, la Tv del dolore, la Tv dell’amore.

Ma noi abbiamo sputato su tutto questo. Sull’alienazione di una società fintamente pacificata e intrinsecamente violenta, violenta senza più senso, violenta di una violenza neutra, oggettiva, tecnica, abbiamo sputato su chi ci portava le evidenze oggettive e tecniche secondo cui ogni pensiero diverso è solo un’ideologia sbagliata, ogni comportamento differente dalla norma solo una bizzarria folkloristica. Abbiamo sputato sul crollo delle ideologie, sulla morte dell’arte, sulla fine della storia, sul pragmatismo economicista. Abbiamo, anche noi, sputato su Hegel, ma senza saperlo prima che sputavamo su di lui. Gli anni Novanta non avevano più il problema del rapporto tra politico e privato, perché tanto di privato c’erano solo le nevrosi e di politico c’era rimasto solo il teatrino, i buffoni di corte e di palazzo. Poi il problema ritorna, la storia invece non finisce e il rapporto tra pubblico e privato ritorna non solo come uno dei problemi, ma come la matrice di tutti i problemi, i rompimenti di coglioni che ci piombano addosso da quando siamo nati, dalle schifezze che ci fanno mangiare alle stronzate che ci inculcano e se la politica come la intendevano quelli degli anni Settanta è morta sapete che c’è di nuovo?

Tra diventare pazzi, depressi, schizofrenici, afasici patologici, avanzi di comunità, galere e centri di detenzione, punkabbestia psicotici, impanicati perenni, tra diventare tutto questo o in alternativa diventare gli zombi della normalità, oltre tutto questo c’è la nostra libertà che si pratica ogni giorno in come decidiamo di fare la giornata e la vita fuori dalla serialità del tempo e delle azioni. Farlo, non solo dirlo. C’è la lotta per conservare gli spiragli per questa libertà, c’è la voglia di non transigere più sui nostri corpi, sui nostri sessi, le scelte di vita le abitudini la quotidianità. Non è la fine della storia, è la fine di questa storia di questo mondo mortifero che vorrebbe trascinarci nel baratro, annullare le intelligenze e le sensibilità specialmente quando si manifestano insieme, vorrebbe distruggerci anche a costo di autodistruggersi perché non sopporta di vedere chi anela alla libertà e alla felicità, chi spezza il meccanismo insensato di un potere impersonale che gira a vuoto.

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