SANTA LIQUIRIZIA

[Avvertenza: Questa è una fiaba dal triste finale. Se non siete abituati ai tristi finali evitate di leggere le ultime righe.]

C’era una volta, e ora non c’è più, la cittadina di Santa Liquirizia che viveva felice in mezzo ad altre cittadine piene di verde e di campagne coltivate. I loro abitanti erano divisi in due tipi: i Bocconotti e le Volitive, che a volte abitavano anche insieme. Tra le loro attività preferite c’era quella di ritrovarsi in due, in tre o anche di più a bere la loro bevanda preferita che chiamavano la Liquirizia Mitica e gustavano all’interno di bellissime e particolari scodelle di vetro di Murano chiamate Vasi Sballati.

Tutti e tutte amavano la Liquirizia Mitica, la bevevano durante i pasti, dopo i pasti, nel pomeriggio, la sera e i più giovani anche durante le notti che passavano a divertirsi. La bevanda aveva una serie di effetti benefici e divertenti a cui nessuno voleva rinunciare. L’unico piccolo problema era che per tradizione del paese di Santa Liquirizia solo le Volitive sapevano lavare, maneggiare e custodire le scodelle di vetro di Murano, mentre i Bocconotti sapevano solo bere e lasciare i Vasi Sballati in giro per le case e le strade.

Un giorno, dopo la grande festa annuale in onore della Santa protettrice (Liquirizia), le Volitive iniziarono a protestare per il grande numero di Vasi Sballati lasciati in giro dai Bocconotti, che loro dovevano raccogliere e lavare.

E iniziarono una serie di scioperi e di attività politiche rimaste famose nella storia della cittadina come Autocoscienza della Liquirizia. I Bocconotti, presi alla sprovvista dalla protesta delle Volitive perché non ci avevano mai pensato a questo problema, furono molto spaventati soprattutto dal fatto di dover fare anche loro il lavoro delle Volitive, cosa che quasi nessuno dei Bocconotti aveva mai imparato a fare. Questa infatti sembrava la soluzione a cui le Volitive volevano arrivare, altrimenti loro avrebbero iniziato a vivere separate dai Bocconotti. I Bocconotti allora si riunirono e iniziarono a sperimentare soluzioni diverse. Continua a leggere “SANTA LIQUIRIZIA”

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LA FUNE MAGICA

C’erano una volta un uomo e una donna, lui era americano e si chiamava Shell, mentre lei era italiana e il suo nome era Eni.

Bei nomi, no?

Un giorno, i loro figli che erano tanti e vivevano in America e in Italia, chiesero loro: “papà, mamma, perché non ci andate a prendere un po’ di petrolio in Africa che qui lo stiamo quasi per finire e non possiamo più giocare con le nostre macchinine?”

Allora papà Shell e mamma Eni vanno in Africa, per la precisione in Nigeria, anzi per essere ancora più precisi in un piccolissimo villaggio dove vivevano da centinaia e centinaia di anni degli uomini primitivi, chiamati Ogoni. Vanno dal capo Ogoni, che era un poeta e si chiamava Ken Saro, e gli dicono: i nostri piccoli hanno bisogno di tanta benzina e noi dobbiamo trasportargliela in fretta altrimenti la finiscono e poi diventano tristi. Per fare questo, dobbiamo costruire un grandissimo tubo porta-petrolio, il petroltubo, che passerà proprio sopra il vostro villaggio e colorerà di nero il fiume dove voi prendete l’acqua per vivere, dove lavate i vostri panni e dove i vostri bambini fanno il bagno. Ma voi sarete contenti di farlo, no? I nostri bambini vogliono tanto bene a voi africani, fanno le collette a scuola per voi, fate vedere che anche voi volete bene a loro!

Ken Saro andò a parlare agli altri Ogoni che non furono però tanto contenti di questa proposta e dissero che papà Shell e mamma Eni non dovevano costruire il loro petroltubo. Ken Saro allora, che era poeta, scrisse una poesia per dire a loro che il suo popolo non voleva il petroltubo, tornò da loro e gliela lesse.

Allora papà Shell e mamma Eni si arrabbiarono, andarono dal Re della Nigeria, che si chiamava Re Corrotto, e tirarono fuori la loro arma segreta: la fune magica, che impiccò il cattivo Ken Saro e tutti gli altri Ogoni che avevano osato ribellarsi alle forze del bene. E così finalmente si iniziarono i lavori al petroltubo. Gli abitanti del villaggio rimasti, furono cacciati dalle loro case e costretti a lavorare gratis per papà Shell e mamma Eni, e si dovevano stare zitti se no venivano impiccati pure loro!

Solo alcune figlie riuscirono a scappare, vennero a vivere in Europa e da allora si possono incontrare di solito a sera tarda sui viali delle nostre città. Sono le cosiddette ‘nigeriane’…la loro presenza allieta ancora oggi i figli di papà Shell e mamma Eni che grazie all’oleodotto fatto in Nigeria possono ancora passarle a prenderle sui viali con le loro macchinine e portarle in giro per la città!

E grazie al coraggio e alla bontà di Shell, Eni e del re Corrotto, tutti ora vivono felici e contenti!!!

Ricordatevelo sempre, bambini, quando passate davanti a quelle belle insegne luminose dove c’è scritto sopra SHELL o AGIP. E’ grazie alla fune magica che loro possono ancora brillare nelle nostre città!!!

[ogni riferimento a fatti realmente accaduti in Nigeria nel 1995 è puramente casuale e chi non ci crede è un black bloc]

Gianluca Ricciato