Il fiore più felice

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Reeno: “E’ la storia di un sogno in cui una persona incontra dei fiori che, divisi per colore, sono chiusi in un recinto di fili di ferro. Ad un tratto chiede ad un fiore: ‘Perchè siete separati e non vivete tutti insieme?’, e il fiore risponde: ‘Guarda che il fiore più felice è quello senza radice, che corre come un cane senza guinzaglio e senza padrone’. Improvvisamente arriva un uomo molto grande che toglie i recinti di filo di ferro, taglia i fiori e li porta al mercato. I fiori, stesi sulla bancarella, fanno a gara tra di loro per farsi notare dagli acquirenti, ma a un certo punto si accorgono che la loro diversità è una diversità impostagli dal coltivatore, e quando si rendono conto di essere tutti fiori vanno via mano nella mano! Dietro questa immagine infantil-sognatoria c’è il tentativo di dire che gli uomini vivono in recinti-nazioni e che il capitalismo di fatto sradica il background culturale e nazionale dei popoli, mettendo su una grande bancarella-mercato di persone sradicate che si incontrano con altri sradicati, che inizialmente danno vita alla guerra tra poveri (che è quello che succede oggi), ma in seguito avranno il dovere di trovare un’unione nella diversità. Il mercato insomma ha una doppia faccia: da un lato aliena e distrugge e dall’altro dà la possibilità, nella tragedia dello sradicamento, di fare incontrare persone di luoghi differenti e lontani. Questa è una cosa che deve essere sfruttata, la storia non si ripete e indietro non si ritorna”.

da Alessandro Pestalozza, Almamegretta. Frammenti Rock, Arcana Editrice

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Il lato positivo. Frammenti di storia minima da un concerto di Sergio Caputo

Sì ok è difficile guardare il lato positivo delle cose quando una mattina inizia così, telefonate con segretarie per svolgere mansioni burocratiche impossibili e che non mi dovrebbero competere. Nel mentre in cui con un’estemporanea ispirazione auroresca mi ero messo al piano con le cuffie, e che scena dev’essere stata per Margherita che è entrata in camera per passarmi la telefonata e che mi credeva ancora a letto. Ma l’adrenalina di tutto questo non leva ma si aggiunge a quella per ieri sera e per l’altro ieri sera.

Sono qui, lavoro da casa, magari cose pallose, ma eccola la svolta, posso scrivere. “Come le poesie scritte in mezzo al traffico”. Come tutte le volte in cui l’ossigeno sembra essere finito perché non riesci ad aprire le finestre. La musica che sùtura le ferite, eccola la rimozione positiva che non è rimozione in senso psicoanalitico chiaramente, è sublimazione e addolcimento malinconico, sutùra appunto di cuori quando sono spezzati in due come quello mio dell’altro ieri sera, quello che chiude per sempre il ciclo dei martedì di incoscienza con lei, al posto dell’autocoscienza che di regola dovrei fare il martedì. E ieri non c’era niente che mi potesse consolare, niente che potesse addolcire il cielo grigiotopo sopra di me e dentro di me. Tranne che una cosa, una sola cosa.

Il concerto di Sergio Caputo.

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