La lotta di classe del sistema immunitario

Per essere lì alle otto devo mettere la sveglia almeno alle sei meno un quarto.

E mi deve andare bene che la metro deve passare entro dieci minuti, cosa che spesso non succede. Allora per non rischiare decido di non fare colazione a casa, di iniziare a cornetti e farine bianche già dalle sei di mattina.

Il bar sotto casa è aperto acca ventiquattro, come si dice, e non è un modo di dire. Si passano la staffetta ragazze varie, un tipo albanese, barman locali maschi dal carattere diffidente. Mi hanno visto un po’ tutti, a tutte le ore. D’estate spesso arriva la polizia alle tre di notte e fa un gran casino, la sento chiaramente dalle finestre aperte del quarto piano che affacciano sulla pensilina del bar. Ha l’insegna a luci rosse non a caso, ha accanto un finto bingo che funziona da ricettacolo di magnaccia e altra gente losca – alle dieci di mattina vedi uscire dalla porta stangone biondo platino impellicciate che vengono appunto a fare colazione al bar – e poi ha una sala videopoker nascosta da una tendina nera che dovrebbe coprire le malefatte che si compiono là dentro.

Mentre mangio la treccia ai cereali e pera, atto inaugurale della mia giornata fatta di fiorellini messi intorno alle gabbie per sopravvivere, la ragazza dietro al bancone si lamenta delle zingare nella metro. Con il collega albanese. Chiudo gli occhi e addento l’ultimo morso di treccina digrignando i denti. Hanno appena attaccato tutt’e due dandosi il cambio con gli altri due che nel frattempo stanno ancora in giro nel locale sfumacchiando e raccogliendo i cocci della notte.

Eppure serve a svegliarmi, più della colazione sana che avrei dovuto prepararmi in otto minuti a casa. Sì mi potevo anche svegliare alle cinque e fare colazione con calma, ma considerando che ho messo la testa sul cuscino alle due per finire di preparare la lezione, già così è un mezzo suicidio. E non avevo alternative, dovevo studiare e poi una volta ripetute le cose che non leggevo dagli anni universitari, c’è quella parte di me che non si ferma e vuole capire come non diventare l’automa che entra in classe e spiega cose pallose di cui non frega niente a nessuno, e che inizieranno a odiare. E allora metà del tempo se ne va a inventare strategie educative per farli appassionare, video, canzoni, giochi di gruppo e boutades varie. Del resto l’unico momento bello della mia giornata è quando entro in classe, chiudo la porta e sto con loro, mandando affanculo tutti gli adulti zombi come me con cui devo interfacciarmi tutto il giorno. Con loro ritorno umano. L’unico momento bello della mia giornata, anzi della mia vita in questo periodo.

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L’isola che non c’è piú, lo sgombero del rifugio Chez JesOulx

Le Fiabe Atroci ospitano oggi un articolo che parla degli ultimi giorni di vita della Casa Cantoniera Chez JesOulx, in Val di Susa, brutalmente sgomberata il 23 marzo 2021

di Silvia Parmeggiani

Martedì scorso è stata sgomberata la Casa Cantoniera Occupata di Oulx, in alta Val di Susa, che da dicembre 2018 ospitava migranti in transito. L’edificio, abbandonato da anni, aveva ripreso vita, animandosi e accogliendo donne, uomini, bambini e bambine in fuga da guerre, persecuzioni, o semplicemente alla ricerca di un luogo altro in cui vivere. Molti di loro, in viaggio da mesi, avevano percorso migliaia di chilometri a piedi o nascosti su tir, navi e quant’altro, per ricongiungersi con la famiglia già stabilita in Europa.

Il rifugio, detto anche Chez JesOulx – in ricordo della prima occupazione a Claviere sgomberata nell’autunno del 2018 – era molto di più di un tetto sulla testa offerto a chi cercava un ricovero per la notte. Prima che svanisse nel nulla per l’ennesimo sgombero senza senso, ho avuto anche io l’opportunità di viverlo e credo sia importante raccontare e condividere l’esperienza che è stata. Ogni volta che viene spazzato via uno spazio liberato si perde molto di più di un luogo, quattro mura pericolanti: si perdono spazi d’incontro, di attività, di comunità, in questo caso fondamentali per chi ha bisogno di sostare brevemente, di riprendere fiato per proseguire nel viaggio, di ricaricarsi. Eliminando questa oasi si sta togliendo una possibilità di ristoro davvero preziosa, anche capace di salvare vite umane.

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Fenomenologia della percezione della cima di rapa

Una verdura autoctona prodotta senza uso di pesticidi, nell’odierno 2021, viene considerata in tre modi diversi in base alla fetta di società da cui viene percepita, accolta, mangiata e digerita. Prendo un esempio casuale, la cima di rapa, visto che ce l’ho sul fuoco e l’ho appena raccolta dal bancale sinergico che condivido con un mio amico.

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Notti della cupa

Notte di pensieri lunghi e faticosi quanto questi mesi quanto questi anni

Notti di ricongiungimento con un lato profondo, il lato futuro e il lato ancestrale, quello che non si accontenta più

Notti interrotte da fuochi e spari illegali di ragazzini che sgusciano via nel buio delle strade buie delle campagne intorno

Notti di una luna araba che sale al di sopra delle palme e disegna un cerchio bianco di luce, unica luce sui muschi e sulle lamie

Notti di stufe accese amori sbagliati massaggi tantrici e partite a carte, di sguardi incrociati tra le carteddhate

Ad inseguire feste e comitive senza senso perché il senso non è lì, il senso si sta liquefacendo sta evaporando in qualcosa di nuovo, qualcosa di più

Notti a cercare qualcosa di più, notti della cupa dei cippuni e delle focare, perché nelle settimane cupe dei giorni brevi la voce degli spiriti si fa più forte

Notti degli spiriti che vengono a dirti qualcosa di inedito per le menti programmate all’obsolescenza consumista

Vengono a dirti che sopravviverai solo se ricomincerai a cercarti, e non è detto che ti troverai ma non hai altra scelta, né altro ti interessa adesso più

Notti a correre spegnendo la mente e notti a correre con la mente spegnendo il corpo, notti a cercare lo spirito che ti riunirà la mente e il corpo

Lo spirito che ti guarirà, che ci guarirà

Notti di ultimi bicchieri di limoncello per fare scendere le pitte rustiche e le fave nette, ma che ti stanno dicendo altro

Notti in cui stai brancolando nel buio alla ricerca della chiave per riconnetterti con quello che ti hanno scippato

La Natura che non è buona né incontaminata ma è semplicemente la verità di quello che sei al di fuori al di sopra e al di qua delle chiacchiere virtuali nei bar virtuali

Notti a cercare brandelli di realtà negata, riunioni in piazza, birra passata di bocca in bocca, cani che pisciano e leccano il selciato, locali di dieci metri quadri in cui chiudersi per scappare dal freddo polare, in cui spogliarsi, strusciarsi, ballare, limonare e poi scappare di nuovo per andare a vedere un’alba adriatica che nelle notti della cupa non arriva mai

Notti a fuggire altrove da tran tran quotidiani di un altrove un tempo scelto per motivi che ormai non ci ricordiamo nemmeno più

Notti a chiedersi come fare a cambiare quello che sembrava non si potesse più cambiare e poi arriva la vita a costringerti a cambiare

Notti in cui parli fino all’alba delle cose che non vanno e che vorresti cambiare a partire dalla tua vita insana e nel frattempo bevi e fumi mille sigarette

Notti in cui resti solo dopo aver visto abbracciato salutato sentito e chattato con mille persone e ripensi a tutto quello che è stato senza capacitarti che sia possibile

Eppure è stato. E non è nemmeno male guardare in faccia la realtà e ritrovarsi vivo nella realtà.

Notti gelide di dicembre in cui si acquieta tutto, in cui sei finalmente sereno e pensi che è inutile qualsiasi sforzo, qualsiasi tensione, qualsiasi conflitto, qualsiasi discorso che non tocchi veramente le corde profonde di quello che senti, di quello che cerchi, di quello che sei

Notti di cupe vampe che sono solo l’inizio di un viaggio alla ricerca di una riconnessione necessaria, un viaggio dentro di te ma che stai facendo insieme a tante altre persone che sentono esattamente la stessa cosa e che tu senti perfettamente appena riesci a spostare il rumore di fondo virtuale che ti ruba il tempo e le cose vere.

Notti in cui la libertà è stata proprio questo, avere il presente qui che racchiude tutto, il passato e il futuro, e in cui non sei più rincorso da un tempo tiranno che ti ruba la vita.

Perché la vita, qui e ora, non te la farai rubare più da nessuno.



Salento, l’estate della svolta. I nuovi nomi dei monumenti

Riporto un interessante articolo della giornalista Silvana Nuvola apparso sul sito Bellosalento.it

porco dior

Salento, l’estate della svolta.

I nuovi nomi dei monumenti

di Silvana Nuvola

Lecce, 28 agosto 2020 – A fine estate possiamo annunciare con gioia che per il Salento l’estate del Covid non solo è salva, ma è stata addirittura l’estate della svolta. Simbolo di questo successo è la scelta delle amministrazioni di Lecce e Galatina – di opposta fazione nella fiction elettorale ma unite nelle politiche di sudditanza al capitale – di modificare il nome dei due monumenti rispettivamente più rappresentativi. Grazie all’indimenticabile sfilata di moda pinkwashing svoltasi nella capitale del Salento lo scorso 22 luglio e seguita da tutta Italia, è stato scelto con lungimiranza e acume politico di rinominare la splendida Piazza Duomo, che da oggi diventa giustamente Piazza Dior. La scelta, proposta dal sindaco Michele Salvemini e votata all’unanimità da tutta la giunta, è stata accompagnata dal plauso di tutte le forze politiche regionali e nazionali, ad eccezione di una piccola parte di complottisti insurrezionalisti che ha sostenuto una oziosa querelle sui muri della città, basata sulla fake news secondo cui sarebbero state utilizzate in modo inappropriato le parole di una terrorista degli anni Settanta, tale Carla Lonfo.

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