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Ottobre 1995

 

Titti e Rosario erano arrivati a Bologna qualche settimana prima di me, ma questo lasso di tempo era stato decisivo per conoscere la sede storica del Livello 57 al Bestial Market, e perché rimanesse mitologia per me quella sede. Ci andarono la sera della chiusura definitiva – della sede non del Livello – vinsero una manciata di erba durante una specie di riffa festosa di chiusura.
L’entrata si pagava qualche migliaio di lire.
Non li conoscevo bene questi due strani esseri accoppiati, ci stiamo conoscendo qui in campo neutro. Anzi, fuori casa. Mi hanno fatto conoscere Lolli, i Pogues, Harvest di Neil Young, io cerco gli accordi alla chitarra e li cantiamo. Poi ci perdiamo per giorni e non so più nulla di loro.
Ci ritroviamo magari alle 2 di notte a casa di qualcuno, in mezzo ai fumi dell’erba e degli incensi comprati in Montagnola che mi rimangono attaccati ai capelli per giorni, intrecciati alle mie strane ondulazioni, soprattutto adesso che sono riuscito a superare la fase intermedia imbarazzante dei boccoli e i capelli hanno iniziato a scendere sulle spalle. Sono andati così questi tre mesi con loro, e nonostante tutto saranno quasi le uniche due persone che mi rimarranno dalla baraonda iniziale.
Siamo negli anni Settanta. Titti ha i capelli lisci e biondi che inondano il tavolaccio della mia cucina mentre è seduta fumata e chinata sul foglio, intenta a disegnare caricature. Rosario abita in un appartamento di sette persone in porta San Felice, la sua camera è una tripla. È sempre gentile con me, ha un’ironia tagliente con cui prende in giro il mondo, prende in giro anche me e le mie paturnie, ma non mi fa male. Mi protegge dal deliro del suo appartamento quando vado a trovarlo, da Vito il barese che parla continuamente di trip e porta gli occhiali da sole a mezzanotte, che si è inserito nella pseudomalavita che rifornisce di droga l’underground casareccio. Mi difende perché non mi dice tutto, lascia una distanza di sicurezza che mi permette di essere me stesso, di non sentirmi in dovere di provare cosa non voglio provare. Invece mi fa conoscere Cesare, l’altro inquilino che fa teatro, una sera siamo nella loro cucina e Cesare arriva con un libro fotocopiato in mano e inizia a leggere e recitare un pezzo di Carmelo Bene che sta preparando, ci fa venire i brividi. Fuori c’è il traffico dei viali, rumoroso anche di notte, quando scendo per tornare a casa mi investe il rumore insieme alla nebbia fitta dell’inverno bolognese. Non sono gli anni Settanta.
Ho conosciuto a lezione una ragazzina di Modena, la osservo da un po’ di tempo, ha diciannove anni i capelli a caschetto, il maglioncino rosso e l’aria sbarazzina. Frequentiamo insieme un seminario di pochissime persone e sono costretto a rivolgerle la parola, non come quando siamo nella mega aula anfiteatrale in cui riesco a confondermi tra tutti e osservare inosservato.
Dopo una puntata del seminario facciamo un tratto di strada insieme e chiacchieriamo.
«Ma tu non abiti a Bologna?»
«No, vengo a lezione, poi rimango a studiare qualche volta nel pomeriggio, quando ho altre lezioni. Abito a Modena con i miei. Tu invece di dove sei?»
«Di Lecce. Non posso tornare a casa dai miei dopo lezione.»
«Come mai sei venuto a Bologna?»
«Mah» cerco di capire se ci sono motivi spiegabili per cui sono venuto a studiare Filosofia a Bologna «avevo voglia di andarmene da casa, di frequentare una buona facoltà, di cercare stimoli culturali e politici.»
«E li stai trovando?»
«Non so, forse cercavo qualcosa di diverso, pensavo che fosse più rossa Bologna.»
Da quando sono qui sto imparando ad essere un pezzo di merda, mi aveva detto Rosario qualche giorno prima.
«Mia madre mi ha sempre detto di pensare a me, a farmi una vita e di non perdermi dietro la politica. Lei ha fatto il ’68 e ha capito che è inutile perdere tempo dietro a idee astratte.»
«Sì sì, ha ragione.»
Nei primi tre mesi, prima di approdare nella casa a forma di relitto navale, divido con Walter una cameretta affittata da una ottantenne reggiana, aristocratica decaduta ma ancora benestante, nella sua casa immensa e ingioiellata in via Cesare Battisti. Non possiamo andare in giro per casa, non possiamo portare ragazze in casa, non possiamo stare in cucina più del tempo dei pasti. Paghiamo trecentomila lire a ciascuno tutto incluso per dormire, fare i bisogni e svignarcela al più presto, perciò siamo sempre per strada io e Walter, costretti a cercarci diversivi, la notte quando non ci va di ritornare nella reggia della signorotta reggiana e non abbiamo altre case dove andare finiamo spesso nelle case occupate del Pratello, o al 36 occupato, a bere vino e cercare da fumare, a parlare e cercare persone nuove.
Agli inizi di dicembre ci vengono a trovare dal paese Miky e Checco, più piccoli di noi, in viaggio di perlustrazione. Vanno a dormire dal fratello grande di Checco e passiamo quattro giorni a girare posti. A casa del fratello di Checco finalmente possiamo stare tranquillamente in cucina tutto il tempo che vogliamo, e infatti ci abbiocchiamo spesso nei dopopranzi fumerecci. La casa è infestata dalla presenza di una specie di artistoide maniaco, James si fa chiamare, anche se si chiama Giacomo ed è umbro, fa il brillante e il disinibito trattandoci da matricole implumi.
«Se volete ci sono delle cassette porno» ci dice indicandoci la TV della cucina con accanto la torretta di VHS.
«Tu cosa studi invece?» mi chiede.
«Filosofia.»
«Ah, allora sarai pieno di fighe, da voi al 38 non si fa altro che scopare.»
Penso alla ragazzina di Modena figlia dei sessantottini pentiti.
Una sera, di quei quattro giorni, collasso su un letto con un’emicrania spaventosa, gli altri escono e riesco a farmi un paio d’ore di sonno. James torna a casa verso le due, mi vede e mi chiede se sto bene. Non ha la solita aria sbruffona, ma è premuroso e iniziamo a parlare. Mi dice che scrive poesie, me ne legge una e mi invita ad andare con lui al piano di sopra che c’è una festicciola fica.
Mi lascio convincere e ci troviamo subito dopo in una casa totalmente diversa dalla sua, un vano unico che è salotto minimal freak da una parte, con tappeto persiano e tavolino basso di vetro, e dall’altra zona cucina in stile western americano Marlboro Country.
I presenti hanno l’aria di essere artisti e di essere impaccati di soldi, ci calcolano quanto basta per introdurci in casa e tornano ai loro discorsi nella zona cucina, io e James ci sediamo nel salottino e suoniamo una chitarra che troviamo lì. Mi chiede se ho composto della musica e di fargliela ascoltare, io mi schernisco, ma più che altro ho una diffidenza di fondo nei suoi confronti, mi risolvo suonandogli l’arpeggio di una canzone di Fossati. Si esalta, mi dice a un certo punto che noi dobbiamo fare qualcosa insieme e la sua insistenza mi frena. C’è qualcosa di lui che mi turba e il mio cervello è ancora annebbiato dal mal di testa di qualche ora prima.
«Conosci la goliardia?»
«Ne ho sentito parlare.»
«Mmhh, lascia perdere quello che dice la gente. Io ci sto dentro ed è una cosa strafica. Si conoscono un sacco di donne. Si beve si fuma e si scopa.»
«Sì, ma non mi piace la gerarchia.»
«Ma la gerarchia è un gioco, non una cosa seria. E poi sei sottomesso solo all’inizio, col tempo fai la scalata e sei tu ad essere servito. Ti scopi chi vuoi, le ragazze lì dentro fanno cose che non t’immagini se le vedi in giro di giorno.»
Non so perché, ma questo discorso non fa altro che farmi aumentare la nebbia. Vacillo, ma non abbastanza da non tormentarmi per il mio senso critico e la paura.
Torniamo su, gli altri sono tornati e stanno già dormendo sparsi per le stanze e sfatti come saranno. C’è solo la cucina libera, entriamo e noto subito uno sguardo strano negli occhi di James. Mi chiede se voglio vedere un film porno, lo mette su e si viene a sedere accanto a me sul divano. Sono paralizzato, anche se le immagini mi eccitano un po’. Sto iniziando a capire e forse voglio scappare, ma non ne sono sicuro. Il misto di machismo strisciante e disinibizione di James non mi fa capire niente. Si inizia a toccare, mi dice lasciati andare, ma non ho voglia di farmi una sega insieme a lui. Lo capisce e passa alle maniere forti. Inizia a masturbarsi lui, i miei occhi annebbiati guardano fissi le immagini di una donna con due cazzi dentro, da una parte e dall’altra, James si inginocchia, mi apre la cerniera e prende in bocca il mio. Lo guardo un attimo, poi chiudo gli occhi e la nebbia mi dissocia definitivamente dal mio corpo.

Settembre 1995

 

Alex mi ha portato un giorno in campagna, nella sua casa disabitata dopo la dimora familiare estiva, stiamo per partire entrambi verso l’Università.
Mi dice di aver scelto Milano mentre passeggiamo nel vialetto tra gli alberi di agrumi e mi chiede dei miei progetti, io non ho ancora deciso, devo partire per fare i test di Scienze della Comunicazione in varie città, ma non ho voglia di schiodarmi ancora.
Lui invece non vede l’ora di partire, mi dice.
Ci sediamo su uno scalino e restiamo in silenzio per un po’ ad ascoltare i passeri e le cicale. Dobbiamo dirci qualcosa che non ci diciamo, o forse abbiamo solo un desiderio che ci attraversa, ma non sappiamo dargli forma, un desiderio diverso da quelli che sentiamo di solito, da quelli codificati che diamo per scontati. Sento i miei battiti accelerati e un blocco alla bocca dello stomaco.
O forse no, in fondo è lo stesso desiderio di sempre, cambia solo quello che ci sta intorno.
«Andiamo?» mi dice risoluto a un certo punto, come per spezzare la tensione.
«Andiamo.»
Sul vialetto di ritorno mi racconta un aneddoto divertente su sua madre e la loro vacanza estiva lì nella casetta di campagna, mentre ridiamo mi abbraccia, mi tiene per qualche secondo sul suo petto, con le braccia appese al mio collo, io lo accarezzo sui fianchi e gli sorrido.
Voglio andare in un altro posto, mi dice.

Nuovo Millennio

 

Oggi sono stato al Ravone. Da casa mia si arriva in una manciata di minuti, poche centinaia di metri che dividono la vita metropolitana dal silenzio millenario delle colline.
Oggi sono stato nel Medioevo, ma nel Medioevo arrivano ancora i boati dello stadio, Bologna-Milan. Buona parte dei miei colleghi di genere abitanti nella mia città erano lì, dentro l’arena. Le macchine erano parcheggiate fin sotto casa mia e io, facendo finta di niente, le ho smarcate e ho preso la strada per i colli. Come se non mi riguardasse tutto questo, come se fossi un alieno.
Quando ero piccolo e mi chiedevano beh, c’è qualcuna che ti piace?, io rispondevo a me non mi piace nessuno, mi piace solo il calcio. Lo capisco il calcio ne ho fatto endovene.
Da via Saragozza le colline sono vicinissime, sulla sinistra di Villa Spada inizia via del Ravone, via collinare che segue il corso del torrente Ravone, una delle tante fonti d’acqua del ricco territorio bolognese. All’inizio della strada c’è ancora uno dei presidi storici di acqua minerale della zona, “Sorgente Acqua Salino Iodata Ravone Casaglia” si legge ancora a caratteri cubitali in una delle roccaforti del passato bolognese. Via del Ravone finisce quasi in via Saragozza, ma continua idealmente lungo una direttrice virtuale che segue la via sotterranea del torrente fino in via Andrea Costa, esattamente sul fianco della storica chiesa San Paolo di Ravone, a poche centinaia di metri dalle mura del centro storico, dove ancora oggi si ritrova la comunità cattolica del quartiere dove vivo. Io abito su questa direttrice virtuale e oggi ho semplicemente seguito il suo richiamo. Non è facile seguire i richiami della storia e della natura quando hai la mente ossessionata da psicosi urbane, ci vuole un po’ di impegno per sottrarsi, all’inizio è doloroso ma dopo hai uno strano senso di eccitazione e di liberazione. È doloroso salire a piedi su pendici, per quanto abitate e urbanizzate dalla facoltosa alta borghesia, ma senza sapere cosa ci sarà dietro l’angolo, se ti incontrerà un cane o un lupo o un orso che ti farà a brandelli e non resterà niente di te se non vestiti e interiora dilaniate.
È doloroso incrociare automobili di alta cilindrata provenienti dalle abitazioni lussuose che schizzano verso il centro attraverso le stradine collinari, sfiorando te pedone e poco calcolando il tuo diritto naturale di poggiare i tuoi piedi sulla terra. È doloroso cercare la natura e fuggire dalle nevrosi, meglio guardarla in fotografia digitale sul computer.
Il Ravone discende avventurosamente dalle colline, la sua acqua si inoltra verso la città costeggiando edere e rosa canina che macchiano i muri di case del primo Novecento, oppure degli anni Settanta costruite in stile riscopriamo-la-natura-col-cemento-grezzo, o ancora di abitazioni molto più antiche, finanche di trecento o quattrocento anni come prima struttura, e anche se sono poche sono quelle che colpiscono di più perché danno subito la portata della tua fuga dalla città, facendoti credere di stare in un borgo montano dell’Appennino prima del capitalismo. Ricordandoti che è già Appennino questo. Nonostante il boato dello stadio Dallara che mi arriva ancora alle orecchie, mi arriva fino a quando l’argine del fiume accanto non si allarga e lo scrosciare dell’acqua non diventa più forte delle urla, fino a quando non si formano le prime cascatelle che alimentano il torrente.
Fino alla fine, quando non posso più andare perché la collina diventa proprietà privata. Tutte le vie di fuga da Bologna verso la collina lo sono, tranne quelle che portano nei parchi pubblici tipo Monte Donato o Villa Spada, proprietà private anche quelle anche se formalmente di tutti. Non c’è modo di disperdermi nella macchia collinare, se le forze dell’ordine dovessero decidere per qualche motivo di darmi la caccia, sarei stretto in questa tenaglia tra pubblico e privato e sarei costretto a scegliere l’autostrada. Le telecamere alto borghesi o quelle pubbliche del comune di Bologna mi inchioderebbero se per caso volessi scappare dall’accusa di essere un sovversivo perché la domenica preferisco risalire il Ravone piuttosto che andare allo stadio.
Per fortuna incontro i vecchini che mi salutano sorridendo e mi danno ossigeno, e anche qualche coppietta in passeggiata romantica. E due donne di mezza età impellicciate che si raccontano fatti, tenute sottobraccio mentre discendono dal giro domenicale. Poche persone, mi saluto con tutte, quando si sta in campagna o in montagna e ci si incontra è bene salutarsi. Non è una formalità, ma un segno di riconoscimento tra animali della stessa fattura in mezzo a tante altre specie di esseri viventi.
C’è chi è nato dentro al recinto e non ha mai saputo nulla di tutto questo e non capisce cos’è questo senso di asfissia che gli copre il cervello, e magari intanto si sfoga ridendo o piangendo. Purtroppo sono nato in un posto troppo incivile per avere questo tipo di asfissia urbana, la mia nebbia cerebrale è di un altro tipo. O forse no.
Subito dopo Villa Spada, passato l’imbocco del Ravone, c’è un’insegna grande al neon a forma di freccia rivolta verso sinistra, dice “Les Bain Douches”. Ora ricordo.
C’è un altro motivo inspiegabile che mi portò qui nella civiltà villanoviana dalla terra dei Messapi. Era un motivo alquanto assurdo, ma assolutamente preciso.
La fuga dalla mia identità etnica verso quella specie di sogno esotico al contrario che erano le montagne. Qualcosa che ha a che fare con la pubblicità degli anni Ottanta della Marlboro Country in cui un cowboy a cavallo attraversa una distesa infinita di neve davanti a una barriera di conifere. Ha a che fare con l’assurdo quadro che agli inizi degli anni Novanta costrinsi i miei a comprare e appendere in cucina, che raffigura una foresta di abeti che si perde all’orizzonte, innevati all’inverosimile e colorati dal tramonto del Sole di un rassicurante rosa-arancio. Quando arrivai qui, sognavo di stare in macchina su queste colline urbane, fermo, all’uscita di un locale, a parlare con qualcuno o qualcuna, di cose importanti, fumando sigarette e tenendo il finestrino appena aperto per fare uscire il fumo e non fare entrare il freddo, il freddo alpino che c’era fuori. Il sogno del Nord invernale, il continente, ragazze difficili con cui fare i conti sotto i lampioni gialli delle strade, dentro le note blu dei locali notturni, le note dei pianoforti e dei contrabbassi, dei sax che imitano Coltrane, della mia America perduta. C’ero andato a Les Bains Douches, quell’anno. Era una discoteca lucidatissima, frequentata in prevalenza da cinni bolognesi, c’ero andato perché si teneva un party della facoltà di Chimica Farmaceutica.
La facoltà dove gli studenti hanno possibilità di farsi le pasticche nei laboratori, sebbene sia formalmente vietato. Ci aveva portato Samuel, studente di chimica, ma frequentatore più che altro della casa-relitto, ex compagno di liceo di Igor con cui condivisi la cameretta in quei primi mesi invernali di soggiorno nel relitto, le prime persone che mi tirarono fuori definitivamente dalla baraonda dell’arrivo a Bologna.

 

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2 pensieri riguardo “L’ultimo anno (3) # Incoming Bologna. Sesso, droga e Marlboro Country

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