Arancio fuoco

“A 16 anni le opzioni sono due:  visto che

o diventi pugile o diventi come me che sono debole, 

che non ho regole, che ho roba demodé, 

che detesto il cliché dell’uomo che non deve chiedere mai, 

dato che se non chiedi non sai” 

Caparezza

 

È quasi tramonto e il Sole si sta avviando a sparire dietro la fine dei binari. Marco è arrivato da circa un’ora nella piccola stazione cittadina e si è seduto sulla stessa panchina dove si trova ancora adesso, quella più lontana dall’entrata e dal passaggio continuo dei pendolari ritornanti in sede nel tran tran quotidiano a cui sono costretti. Li vede sparire e riapparire dalle rampe di scale del sottopassaggio, da lontano, li guarda e si sente lontano anni luce da loro.

Ha il telefono in mano ma non lo guarda più. Continua a fissare i binari che muoiono all’orizzonte e al di sotto del cerchio perfetto e arancione del sole caldo di luglio. Non sa cosa vuole, forse non vuole più niente. Continua a leggere “Arancio fuoco”

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L’ULTIMO ANNO – RADIO KAIROS BOLOGNA

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In una serata ancora fredda dell’aprile del 2014, mi ritrovai ospite del programma Hobo di Radio Kairos, emittente indipendente di via Casarini, a Bologna, situata in uno spazio in condivisione con il Tpo (Teatro Polivalente Occupato), storico centro sociale nato esattamente lo stesso giorno in cui andai ad abitare nella città emiliana, più di vent’anni fa ormai.

Fu una lunga e piacevole chiacchierata insieme a Carmela Matarozzo e Cristiano Gavino Cacchione su politica, amore, racconti e persone, alternata a letture e canzoni a tema, e fu molto emozionante per me portare il mio piccolo romanzo d’esordio in un luogo sicuramente a lui familiare.

Ho ritrovato da poco l’audio di quella puntata e l’ho corredato di immagini e video che aiutano a rendere le atmosfere che abbiamo descritto. Continua a leggere “L’ULTIMO ANNO – RADIO KAIROS BOLOGNA”

L’ultimo anno – Estratto: “Il sud, la fuga, gli Almamegretta”

ionio

Nella permanenza temporanea in madrepatria succedeva spesso in quegli anni che andassi in giro con una vecchia Uno piena di amici musicassette e marijuana, tra le strade provinciali che univano i paesi e le stradine di campagna che portavano ai luoghi del lavoro agricolo.

C’era una strada che degradava lentamente verso lo Jonio, la percorrevamo spesso per avvicinarci al livello del mare. In alcuni punti la si poteva vedere chiaramente dall’alto, era una striscia grigia e luccicante ai raggi del sole, lunga e quasi puntiforme tra le migliaia di ulivi con le chiome bionde e la terra rossa.

Avevamo i sensi aperti dall’erba e dalla vita. I bassi elettrizzanti di Anima Migrante e di Sanacore erano la loro colonna sonora. Erano i primi due album degli Almamegretta che avevano consumato il mio stereo e portavano una verità forte e poco comprensibile da noi in quei momenti. Era una certa idea di natura che da allora non mi lasciò più, nulla a che fare con la natura selvaggia e incontaminata, quella che sarebbe bene rimanesse tale, quella poca che ancora c’è.

Qualcosa di più complesso che si può solo indicare per connessioni: la sofferenza della vita metropolitana, le comunità che vivono secondo i cicli stagionali, il Nord e il Sud, il sesso, i sessi, gli slittamenti, i corpi che sentono, le gatte che scorazzano e figliano libere nei nostri giardini, il muschio che invade le terrazze bianche, le verdure di stagione, le scopate sulla terra e sotto un ulivo, le donne che scappano dalle cucine ed emigrano in una città, i monoliti millenari dei Messapi, le chiese, l’ossessione, il sentirsi periferia geografica di un centro che attrae e repelle, le sigarette, il tabacco e le tabacchine in rivolta verso il capoluogo, la coscienza di tutto questo, l’alterazione di coscienza. L’angoscia e la malinconia, le passeggiate accanto al mare per scacciarle, l’una e l’altra.

Il senso della vita guardato ogni giorno sulla pelle e sulle ossa di ottantenni pelle e ossa e col viso incavato che sfrecciano con la bicicletta verso il loro pezzo di terra, alle quattro di mattina, alla stessa ora in cui noi tornavamo a casa nella mia Uno o in un’altra ex macchina nuova di qualcuno dei nostri genitori.

Vedevamo il Mediterraneo, la sua natura e la sua cultura ingoiate dal nostro benessere e da quello delle nostre famiglie, non ce ne facevamo una ragione e cercavamo una fuga. La trovavamo nella marijuana di paese molto spesso, profumata e rossiccia e fonte di imbarazzanti non detti con il mondo dei grandi che nel migliore dei casi la vedeva come un’esotica amenità da rivolte politiche giovanili, non capendo che invece per noi, in quel momento, in quel posto, era l’anello mancante di tutto.

Non lo potevano capire.

Il benessere raggiunto e la precaria stabilità familiare li avevano preservati dalle nostre paturnie, dalla nebbia. La tecnologia e il cibo chimico erano legittimi diversivi o tutt’al più mezzi per risparmiare tempo, ma quando avevano bisogno di cose vere avevano sempre stirpi kilometriche e qualche ettaro di orti e frutteti da cui attingere la vita reale.

Noi avevamo i resti di tutto questo, ma la finzione era diventata la nostra pedagogia. Fingere di mangiare cose che fanno bene, fingere di muoversi andando in palestra, fingere strazianti pantomime di innamoramenti e fidanzamenti fin dall’età preadolescenziale, fingere di essere liberi, fingere di vivere. Noi non eravamo ancora affondati nel nichilismo distruttivo del non senso, ma lo guardavamo continuamente da pochi passi. Le fughe tra la campagna e il mare, i bassi del dub mediterraneo, la marijuana furono la nostra salvezza dal non senso. Insieme ai piccoli desideri che si sostituirono ai grandi ideali, costruire relazioni vere con persone vere, e per questo ce ne andavamo dal Salento, in quello scorcio di fine millennio. Riduzione del danno.

(da L’ultimo anno)

COPERTINA L'ULTIMO ANNO

 

Chi ha ucciso Renata Fonte, ragazza del Sud?

«È strano come un piccolo paese con un pezzetto di mare

e quattro casette bianche addormentate al Sole

bastino a placare un animo inquieto e a dissolverne le pene.                                                      

È per questo che qui mi precipito da anni, ormai,                                                               

quando mi pare di non reggere più alle continue prove della vita,                                         

alle disillusioni, alla tristezza.                                                                                                      

Qui sono al sicuro, mi ripeto, fuori dal mondo,                                                                  

protetta quasi come ai tempi in cui erano gli altri                                                                         

a decidere per me, a difendermi dalle contrarietà»

Renata Fonte

(inedito – ora riportato in «Nostra Madre Renata Fonte», di Ilaria Ferramosca e Gian Marco De Francisco, 001 Edizioni, 2012)

porto selvaggio

Alla fine degli anni Ottanta, «Telefono Giallo», la famosa trasmissione condotta da Corrado Augias, dedicò una puntata intera al caso dell’omicidio di Renata Fonte, 33 anni, assessora alla cultura del comune di Nardò, provincia di Lecce – in quota Partito Repubblicano – assassinata il 31 marzo 1984 da due sicari per conto del suo compagno di partito Antonio Spagnolo, «per motivi futili e abietti», come scrisse la Corte durante la sentenza del processo. Continua a leggere “Chi ha ucciso Renata Fonte, ragazza del Sud?”