Lo so sembrano archeologia certe cose oggi. Non ne ero convinto e non
l’avevo mai pubblicato. Non avevo nemmeno cambiato i nomi veri con quelli
inventati, e non li cambierò adesso. Ma dato che il blog è mio e me lo gestisco
io, e dato che le fiabe atroci sono inattuali per definizione, e dato anche che
è bello leggere di quando questa merda chiamata (Tren)italia faceva già schifo ma in confronto ad ora prende quasi la nostalgia, allora eccolo a voi.
Raccontino espresso notturno, a.d. 2003

Italian express apartheid

Alle 5 e 55.

Questo è l’unico Espresso per andare a Roma, me ne faccio una ragione.

Di giorno ci sono solo Eurostar e gli altri Espressi sono stati soppressi.

Di questo non riesco ancora a farmene una ragione, che i servizi diventino merci su cui fare la grana.

Ma a Roma ci voglio andare, c’è la manifestazione ma non ci sono treni organizzati da Bologna, e poi c’è Daniela che mi aspetta ed è un’occasione per stare qualche giorno insieme, in questo periodo complicato. Allora mi faccio coraggio e metto la sveglia alle 5, dovrei farcela a svegliarmi e ad arrivare in stazione, che è qui vicino, forse riesco anche a fare colazione.

È bella all’alba la stazione di Bologna, non è come la sera quando vengo a fare il servizio mobile, quando devo litigare con il custode di turno per farmi alzare la sbarra e poter arrivare vicino ai binari con la macchina dell’associazione, vicino all’accolita disordinata e multietnica che aspetta il tè caldo, i vestiti, le informazioni. E ogni tanto passa la PolFer che ci lancia occhiate indispettite e annoiate, e poi il passante collettobianco-cravatta-borsetta che ci guarda schifato correndo verso la sua camera di hotel a 5 stelle che l’azienda gli ha prenotato per il convegno sul marketing globale del giorno dopo in fiera. No, all’alba non c’è niente di tutto questo, i ragazzi stanno dormendo mimetizzati negli anfratti bui o nei sottopassaggi o chissà dove, e tutto mi sembra lunare.

Beh, è meglio che mi sbrighi, mancano cinque minuti e non ho ancora capito qual è il binario. Mumble mumble. Binario 10, e ti pareva che un Espresso lo mettono ai primi binari, chi cazzo deve passare alle 5 di mattina sul primo binario? Vabbé, basta polemiche, adesso devo solo correre.

Acchiappo il vagone poco prima che si chiudano le porte, sembra vuoto. No, non è vuoto, è buio perché tutti gli scomparti sono chiusi e spenti, c’è qualcuno seduto in corridoio, brutto segno, vuol dire che è tutto pieno, o meglio che tutti dormono e che per sedermi devo svegliare qualcuno e farlo tornare in posizione seduta, perché sull’Espresso notturno – ormai lo conosco come casa mia – hai tre possibilità: o trovi due posti liberi, uno di fronte all’altro, e ci ricavi un lettino dove stenderti e dormire; o trovi un posto solo e per tutta la notte cerchi invano di addormentarti con la testa che ti penzola a destra, a sinistra o in avanti, e ci riesci solo per qualche minuto, prima che il mal di collo non ti risvegli.

E la terza? La terza è che te ne stai fuori dagli scompartimenti, e allora o leggi o parli con qualcuno o fumi tutta la notte (il più delle volte in vagoni non fumatori) o ti butti sul tappeto e ti addormenti come viene, stile bivacco. Mi sa che farò così, lo capisco già dopo qualche secondo che sono salito, però almeno ci provo, vediamo, magari mi dice culo. Gironzolo un po’, poi apro il primo: quattro uomini distesi su sei sedili abbassati, qua o mi infilo dentro al lettone spavaldamente o è inutile. E allora mi sa che è inutile. Apro il secondo: situazione simile o forse anche peggio, non vedo bene quanti sono al buio, ma non cambia molto. È inutile, così non dormiamo né io né loro, ho deciso, mi butto a terra qui fuori, tanto lo spazio c’è, non fa neanche troppo freddo.

Ecco fatto, inizia il bivacco. A pochi passi c’è solo una ragazza seduta a terra, sembra carina. È africana. Uh, e c’ha anche un bambino, ed è piccolissimo! Vabbé. Mannaggia ma guarda se deve stare in  quelle condizioni, va bene io, ma il bambino, e lei che lo deve tenere in braccio, non dormirà mai così. Chissà dove va…

Tra questi pensieri alla fine mi addormento, ma non dura molto il sonno, dopo qualche minuto arriva il controllore, che dopo averci chiesto i biglietti cerca a modo suo di migliorare la situazione, e trova un posto per mamma e bambino, pochi metri più in là, in uno scomparto dove ha acceso la luce, tra le proteste dell’intero abitato, e ha visto dei posti (potenzialmente) liberi.

È all’apice del suo successo, ha fatto la buona azione e sull’onda dell’entusiasmo chiama anche me: “venga, lei, c’è un posto anche per lei, se vuole”.

“Ah grazie” rispondo con finta cortesia e continuando la commedia mi tiro su e mi dirigo con sollecitudine allo scompartimento felice. Era come pensavo, ha disfatto i sogni notturni di tutti, però almeno la ragazza starà più comoda. In effetti, neanche il tempo di poggiare in alto lo zaino pesantissimo che mi porto appresso che già lei è crollata invadendo visibilmente anche l’altro posto libero che le sta accanto, quello destinato a me. Mi siedo, lei si scosta un po’ ma mi accorgo subito che è esausta, soprattutto alle braccia con cui tiene il bambino, che dal canto suo invece se la dorme saporitamente. Troviamo un adattamento, cercando di starci addosso quanto meno possibile anche se è difficile, e così riusciamo a trovare una situazione di calma apparente.

Mi guardo un po’ intorno, tanto ho già capito che non mi addormenterò mai, madonna questi come stanno, chissà da dove arrivano. Ma da dove veniva questo treno? Da Torino? Sono neri pure loro, tutti, dev’essere un gruppo di amici, o forse compagni di lavoro che tornano a casa (quale casa poi?). Sono senegalesi, o forse della Costa d’Avorio. E lei da dove arriverà? È bella però, caspita quant’è figa, avrà vent’anni, ma guarda te. Mi vengono in mente tutte le situazioni notturne ambigue dei viaggi di questi anni, estati e feste comandate, gli strusciamenti più o meno volontari con qualche ragazza conosciuta sul momento, nel teatrino all’italiana che si forma eterogeneo negli scompartimenti degli studenti pendolari terroncelli. E dopo, quando passano le ore e le fermate corrono via, quando arriva il sonno, by night, stesi stretti in posizione capovolta l’un l’altro, non vuoi che ci sia passata in testa almeno una volta qualcosa di losco? A tutt’e due dico, non credo che queste notti viaggianti promiscue facciano solo a me questo effetto erotico. Ma al di là di qualche piacevole contatto non sono mai andato in queste occasioni – almeno parlo  per me, però di tanti si dice…

Comunque non è questa la situazione, anzi mi sta iniziando pure il mal di schiena in questa posizione, e se io me ne andassi almeno lei si stenderebbe un po’ e forse dormirebbe come si deve, che ne ha tanto bisogno, si vede, guarda là poverina com’è messa. No, non è cosa. Mi alzo ed esco. Torno al punto di partenza, il tappeto. Che forse steso così riesco a dormire pure io queste tre ore che sono rimaste. E in effetti, cullato dai ricordi loschi e dalla ritmica tipica dei ferri sui binari, riesco a riprendere sonno…

“Matò, guard’a quellollà, guarde! Ci sta fece steso ’llà?!” sento quest’urlo antipatico arrivare da lontano. Alzo la testa di scatto.

‘Ma mannaggia a…’ interrompo il pensiero per non dare troppo a vedere il mio disappunto. È la polizia, ovviamente, e non le piace proprio, chissà perché, che io sia steso così. Sono in due, si avvicinano, mi si rivolge lo stesso che ha urlato.

“Ti sembra quest’ il modo? Tirati su! Guarda che lo trovi il posto, guarda qua!” e apre lo scompartimento di prima con fare da stronzo che più di così non riesco a immaginare, accende la luce e fa venire una sincope sincronizzata ai quattro senegalesi che pensano che li stia per dichiarare in arresto. Anche la ragazza e il bambino si svegliano. Ha un moto di pietà, spegne la luce. Anzi, più che pietà, intuisce una cosa, una rivelazione che gli illumina tutta la scena e che io riesco a leggere nei suoi occhi, perché sono troppo espliciti. Mi guarda, guarda lo scompartimento con dentro i sei africani, torna a guardare me. Ha realizzato, nella sua brava testolina italiana, il motivo per cui io non voglio sedermi dentro. Sono tutti neri.

“Eh, che ci vuoi fare, se andiamo avanti così questi ci invadono” mi dice, chiude lo scomparto e fa cenno all’altro di proseguire. In effetti a pensarci bene qui gli unici italiani che ho visto da quando siamo saliti sul treno siamo io, i poliziotti e il controllore, c’ha ragione questo deficiente. E pensa che non voglio sedermi dentro con loro perché sono neri. Non sa che in questi anni sugli espressi mi sono capitati veramente di tutti i colori, dagli albanesi che lavorano in trentino ai musulmani profughi per non parlare di tutte le razze italiane ad iniziare dalla mia che non siamo da meno, ma anche se lo sapesse, servirebbe? Non ne ho nessuna voglia ma mi faccio forza, non può andarsene così con quest’idea balorda in testa, che gli frulla e si mischia con le altre tre balorde convinzioni sugli immigrati che gli hanno inculcato da qualche anno, da quando decise, per non saper che fare, di lasciare il paesello e tentare il concorso per il posto fisso come pulotto. O forse glie le avevano inculcate già da prima quelle tre idee, chissà?

“Guarda” lo fermo “che io non sto qui fuori perché loro sono neri!”

Mi guarda un po’ stizzito e un po’ incuriosito. Perché mi sto prendendo la briga di rivolgergli la parola e iniziare un discorso? Che cosa nascondo?

“Io sto qua per far dormire la ragazza, ci ho provato a stare dentro ma se mi siedo non dormiamo né io né lei, e anche negli altri scomparti la situazione è questa”. Non gli aggiungo che poi in fondo sul tappeto non si sta così male, almeno sto disteso, e che non sta scritto in nessuna parte di nessun codice che io non mi posso stendere a terra pur avendo pagato il biglietto intero, anzi mi dovrebbero rimborsare il biglietto questi bastardi delle FM (Ferrovie della Mafia), mi dovrebbero rimborsare sette anni di viaggi di merda che mi hanno fatto fare e di salute che mi hanno fatto perdere, mentre contemporaneamente traforavano le montagne e prosciugavano le falde acquifere per fare l’alta velocità così gli italiani sono contenti e pagano il doppio per avere venti minuti in più del loro tempo inutile, e facevano le pubblicità con gli adriani celentani e vendevano pezzi di bene pubblico ai privati con gli ulivini che si sfregavano le mani per l’affare, mentre intanto in silenzio sopprimevano i treni notturni, quelli che prende il popolo vero, lavoratori studenti e migranti vari. No, non glie lo dico questo allo sbirro ovviamente, non ho la forza di intavolare discussioni che rischiano di prolungarsi e che del resto rischierebbero di diventare poco simpatiche per tutt’e due – soprattutto per me, visto che lui ha la divisa e io solo i miei quattro stracci addosso, e comunque mi piacciono molto di più i miei quattro stracci della sua divisa.

Se ne vanno, per fortuna. Mi ributto a terra, mancheranno un paio d’ore ormai. Certo però che forse davvero sono l’unico bianco qua dentro, mannaggia ma è l’apartheid, la divisione in classi, anzi in pelli, i bianchi di giorno coi pendolini a pagare il doppio e la notte i neri morti di fame negli espressi della speranza.

Ce l’hanno fatta, hanno fatto l’apartheid anche in Italia.

Col cazzo che prendo l’Eurostar io, ma perché non lo capiscono gli altri e fanno i fighetti, pure certi amici miei, i fighetti infelici? Perché? Lo so il perché, perché non ci vogliono stare stesi qui come me. Vabbé lasciamo perdere, dormiamo. Ed ecco che i sogni lievi tornano a popolare il mio cervelletto presi per mano dolcemente dalle cantilene del treno. Forse un paio d’ore me le faccio, forse forse…

“Scusi? Scusi signore? Biglietto!”

“Eh! Ah…sì, subito. Ecco”

“Guardi, c’è posto accanto, basta far alzare…”

“No guardi, sto bene qui, non ci si metta anche lei adesso…”

“Perché…aaaahhh, ho capito! Beh, ma se vuole di là ci sono scompartimenti soltanto con italiani”

“Insomma, per favore! Ma c’avete tutti la stessa testa!”

“Ma perché? È libero di là, ci sono posti liberi in uno scompartimento…”

“No senta…come posti liberi? Vuol dire che c’è più di un posto libero in uno scompartimento? Ma se sono stato prima a vedere…”

“Non al prossimo vagone, al successivo, c’è uno scompartimento con un solo italiano, si è appena liberato”

Questo dice, fiero, il secondo controllore, e come il primo di un’ora e mezza fa gli si illuminano gli occhi per la buona azione che sta compiendo. E vabbé, che devo fare? Andrò a dormire con l’italiano (magari vuoi vedere che l’hanno lasciato solo perché anche loro neri non vogliono mischiarsi con i bianchi? Ormai non mi stupirei più di niente).

Lo seguo, ovviamente, del resto lui non cambierà idea, né lui né i poliziotti né la trenitalia né i governi né qualsiasi altro funzionario ottuso o criminale che ci decide la vita.

Però forse un’ora di sonno me la riesco a fare stanotte, e magari riesco anche a sognare le epoche passate in cui mi piaceva ancora viaggiare in treno, sugli Espressi notturni che mi portavano nelle albe più belle e più avventurose della mia vita.

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