Il fiore più felice

sanacore

Reeno: “E’ la storia di un sogno in cui una persona incontra dei fiori che, divisi per colore, sono chiusi in un recinto di fili di ferro. Ad un tratto chiede ad un fiore: ‘Perchè siete separati e non vivete tutti insieme?’, e il fiore risponde: ‘Guarda che il fiore più felice è quello senza radice, che corre come un cane senza guinzaglio e senza padrone’. Improvvisamente arriva un uomo molto grande che toglie i recinti di filo di ferro, taglia i fiori e li porta al mercato. I fiori, stesi sulla bancarella, fanno a gara tra di loro per farsi notare dagli acquirenti, ma a un certo punto si accorgono che la loro diversità è una diversità impostagli dal coltivatore, e quando si rendono conto di essere tutti fiori vanno via mano nella mano! Dietro questa immagine infantil-sognatoria c’è il tentativo di dire che gli uomini vivono in recinti-nazioni e che il capitalismo di fatto sradica il background culturale e nazionale dei popoli, mettendo su una grande bancarella-mercato di persone sradicate che si incontrano con altri sradicati, che inizialmente danno vita alla guerra tra poveri (che è quello che succede oggi), ma in seguito avranno il dovere di trovare un’unione nella diversità. Il mercato insomma ha una doppia faccia: da un lato aliena e distrugge e dall’altro dà la possibilità, nella tragedia dello sradicamento, di fare incontrare persone di luoghi differenti e lontani. Questa è una cosa che deve essere sfruttata, la storia non si ripete e indietro non si ritorna”.

da Alessandro Pestalozza, Almamegretta. Frammenti Rock, Arcana Editrice

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Il primo sciopero nero

boncuri

 

 

 

 

 

 

 

 

Articolo scritto originariamente per le “scor-date” de Il blog di Daniele Barbieri e altr*

«O vogliono che questi giovani che hanno famiglia, vadano alla disperazione, come quei poveri contadini giù nel Tacco? Loro gli mandano i soldati e i carabinieri, sparano, legano, buttano in galera, e credono d’aver tutto bello e sistemato. Qui è question di fame, è question»

Vasco Pratolini[1]

Prendi una piccola terra del Sud Italia chiamata Salento, che vive da secoli di agricoltura e da qualche anno di turismo, da quando le amministrazioni locali si sono inventate amene attività folkloristiche come la riscoperta della pizzica e quella della lingua grika, che tanto attirano le masse urbane alienate bisognose di divertimenti alternativi.

Prendi una popolazione, quella salentina, in cui una larga fetta non è mai riuscita ad uscire dalla mentalità feudale, che chiama ancora «feudi» le zone di campagna limitrofe alle aree urbane, che ragiona spesso e volentieri in termini di razza e di identità e funziona, dal punto di vista lavorativo, in termini di padroni, caporali e servi della gleba. E mai criticare o contraddire quella larga fetta, se no si innervosisce e non ragiona più.

Prendi un’altra popolazione più eterogenea che vive in Italia, quella dei «negri» che fanno lavori stagionali nelle campagne perché gli italiani non vogliono più farli, girano dal Trentino all’Emilia al Tavoliere delle Puglie e verso luglio arrivano anche in Salento per raccogliere angurie e pomodori, dato che questi due prodotti sono richiestissimi dalle masse urbane alienate di cui sopra, che vanno a fare la spesa nei loro luoghi sacri, i supermercati. Continua a leggere “Il primo sciopero nero”

Italian express apartheid

Lo so sembrano archeologia certe cose oggi. Non ne ero convinto e non l’avevo mai pubblicato. Non avevo nemmeno cambiato i nomi veri con quelli inventati, e non li cambierò adesso. Ma dato che il blog è mio e me lo gestisco io, e dato che le fiabe atroci sono inattuali per definizione, e dato anche che è bello leggere di quando questa merda chiamata (Tren)italia faceva già schifo ma in confronto ad ora prende quasi la nostalgia, allora eccolo a voi. Raccontino espresso notturno, a.d. 2003

ITALIAN EXPRESS APARTHEID

Gianluca Ricciato

 

Alle 5 e 55. Questo è l’unico Espresso per andare a Roma, me ne faccio una ragione.

Di giorno ci sono solo Eurostar e gli altri Espressi sono stati soppressi. Di questo non riesco ancora a farmene una ragione, che i servizi diventino merci su cui fare la grana.

Ma a Roma ci voglio andare, c’è la manifestazione ma non ci sono treni organizzati da Bologna, e poi c’è Daniela che mi aspetta ed è un’occasione per stare qualche giorno insieme, in questo periodo complicato. Allora mi faccio coraggio e metto la sveglia alle 5, dovrei farcela a svegliarmi e ad arrivare in stazione, che è qui vicino, forse riesco anche a fare colazione.

È bella all’alba la stazione di Bologna, non è come la sera quando vengo a fare il servizio mobile, quando devo litigare con il custode di turno per farmi alzare la sbarra e poter arrivare vicino ai binari con la macchina dell’associazione, vicino all’accolita disordinata e multietnica che aspetta il tè caldo, i vestiti, le informazioni. E ogni tanto passa la PolFer che ci lancia occhiate indispettite e annoiate, e poi il passante collettobianco-cravatta-borsetta che ci guarda schifato correndo verso la sua camera di hotel a 5 stelle che l’azienda gli ha prenotato per il convegno sul marketing globale del giorno dopo in fiera. No, all’alba non c’è niente di tutto questo, i ragazzi stanno dormendo mimetizzati negli anfratti bui o nei sottopassaggi o chissà dove, e tutto mi sembra lunare. Continua a leggere “Italian express apartheid”

Massimo rispetto per Vito Lamola e i libri necessari

Lei che gli è stata sempre fedele, evitando persino di guardarli, i maschi. Manco i cugini si fermava a salutare. Se poi pensa alle attenzioni del macellaio, gran pezzo d’uomo; agli occhi dolci del farmacista che le guarda ogni volta il petto, pure se lei ha sempre cercato di coprirselo; al modo di salutare del fioraio, eccelso amatore. Di occasioni ne avrebbe avute, molte, se ne lambicca il cervello soltanto adesso. Ventisette anni, la maternità non l’ha sformata, tempo per vendicarsi ne avrebbe. L’unico problema sarebbe Mariolino. Se lo venisse a sapere, la ucciderebbe senz’altro. Bastardi tutti quanti, comandano e si divertono, loro invece a sgobbare, a riverire, a figliare. Lei ad allattare; lui a commentare con gli amichetti suoi, le zinne di quella e il culo di quell’altra. Eppure ce ne sono di donne spensierate al paese, che di battaglie ne hanno fatte: le ha sin qui disapprovate, sbagliandosi. Che già da ragazzina te la guastano la testa, con la storia della religione e del pudore. E poi ecco che sei bell’e fregata, da un pezzo di merda che non si merita niente, che va a dare i soldi, pure tuoi e di tuo figlio, ad una sventurata che, povera a lei, se li deve passare tutti: sporchi, luridi, mocciosi, vecchi, storpi, balordi, e pure assassini; altrimenti non campa. Che possa riposare in pace, donna sfortunata. Come lei.

Ci sono vari motivi per essere incazzati con questa società, e devo dire che di solito non li lesino i miei buoni motivi, che faccia bene o meno, che serva a qualcosa o meno. Uno di questi, che sembrerebbe a prima vista meno atroce ma non lo è, riguarda la possibilità di conoscere libri necessari. I libri necessari sono quelli che dopo averli letti capisci che non sono stati scritti per esercizio di stile, sebbene io non abbia niente contro i 99 esercizi di stile che surrealmente dimostravano l’infinita possibilità della forma.

Ma l’aggancio tra forma e contenuto è un altro esempio di quanto una scrittura sia stata necessaria per chi l’ha scritta e per quello che vuole dire, e tale necessità sussiste nel caso di due libri usciti tra il 2009 e il 2010, Entusiasmo e Urlano e cantano, dello scrittore pugliese Vito Lamola.

I motivi del mio livore letterario in questione derivano dal fatto che considero i testi citati libri necessari ma praticamente impossibili da trovare se non conosci l’autore o qualche suo amico (come è capitato a me), pubblicati con due case editrici che la memoria collettiva fatica a ricordare, se mai le ha sentite nominare. Per carità, la vita è fatta anche di botte di culo e passaggi astronomici imprevedibili che cambiano l’ordine delle cose, ma a me sembra che in questi anni tutto si stia mettendo di traverso anche a queste eventualità. E i motivi, ideologici e di mercato, ci sono.

Immagino che l’autore citato disdegni di andare a comprare il vestito da scrittore, il cappello da intellettuale, di contattare i luoghi e i nomi giusti che sono il lasciapassare per essere considerato uno scrittore nella società dello spettacolo in decomposizione che stiamo vivendo. Magari disdegna anche di essere uno stronzo, condizione necessaria anch’essa a quanto vedo spesso, senza voler generalizzare.

Questi due libri, che io farei rientrare a pieno titolo nelle narrazioni atroci, descrivono esattamente alcuni punti salienti di una società fatta appunto di stronzi, o forse solo di rincoglioniti che non hanno ormai alcuna cognizione delle relazioni umane e del senso della vita. A parte alcune eccezioni, che nel primo testo, Entusiasmo, sono più chiare, mentre nel secondo testo spariscono anche loro, per lasciare spazio solo ad un’asfissia iperreale da scenario paesano postatomico.

–         Credi mi, la cris’ è economic’, ma secondo me la cris’ è pur’ delle persone, come ti devo dir’?

–         Ho capito, vuoi dire che siamo tutti rincoglioniti.

–         Cosa vuoi dir’ rincoionit’?

–         Vuol dire che hai ragione tu

 

Entusiasmo narra di  Ghazi, immigrato tunisino che si accontenta di fare l’infermiere a domicilio di una vecchietta novantenne con cui abita anche, in una provincia bolognese che sembra un non luogo dominato da cittadini-zombies che vanno a suicidarsi l’anima ogni sabato pomeriggio al centro commerciale. Ghazi è solare, positivo, leggermente ingenuo e istintivamente anarchico, va a scuola serale di italiano con scarso successo. Ma almeno lì conosce Carmela, suo alter ego femminile, divorziata, con figlio blogger adolescente a carico di nome Mariano, refrattari madre e figlio anch’essi ad uniformarsi agli zombies e per questo considerati male e vessati dai loro simili – colleghe di lavoro e superiore piacione nel caso di Carmela, compagni di classe nel caso di Mariano.

Era impensabile che una persona vivesse di così poco. Non aveva mai conosciuto un uomo come Ghazi. Tutti cercavano di più, dandosi affanno. Lui no, si accontentava

Il micro-mondo di Ghazi diventano Carmela e Mariano, la famiglia della sorella di Ghazi venuta in Italia prima di lui, l’anziana e sola signora di cui Ghazi si prende cura in cambio di vitto e alloggio, abbandonata anche lei dai figli in carriera, novantenne che si rende conto di tutto e anche di quanto Ghazi sia vulnerabile proprio per la forza d’animo che si porta dall’Africa, odiata dagli zombies proprio perché è quello che loro hanno perso per sempre, nel loro inutile giro a vuoto frenetico di cui sono ormai fatte le loro vite. Sempre che riesca a sopravvivere, quella forza d’animo, immergendosi in questo inferno.

Sperare di non tornarci era vano, presto o tardi si sarebbe ripresentata l’occasione. Ti convincevi che non c’era altro da fare nel fine settimana e non potevi pentirtene, visto che tutti lo facevano

Lamola non è un realista secondo me. Lo stile laconico nasconde la sua partecipazione biografica ed emotiva a quello che sta scrivendo, è una cronaca quasi giornalistica fintamente fredda che all’inizio sembra lasciare a bocca asciutta ma bastano poche pagine per capire che saranno i fatti stessi a suscitare le emozioni e i sentimenti, quelli belli e quelli terribili.

Ancora di più tutto questo emerge in Urlano e cantano (da cui è tratta la citazione iniziale a questo articolo), un libretto di meno di cento pagine che per me e alcune persone che conosco è ormai un classico, sconosciuto alle patrie lettere naturalmente, per i motivi di cui si diceva sopra. E il suo valore me lo fa capire ad esempio il fatto che io mi senta abbastanza distante dal modo di scrivere di Lamola, sono distanti probabilmente anche i miei riferimenti narrativi, ma nonostante questo lo considero uno dei libri più belli che ho letto negli ultimi anni.

Gli zombies, in Urlano e cantano, fanno un salto di qualità, merito il fatto che lo scenario cambia, ora è il paese meridionale narcotizzato da un inquinamento infame e senza regole, necrotizzato da relazioni senza qualità il cui unico scopo rimasto è sostenere sempre e comunque la mentalità mafiosa che di fatto governa le situazioni umane di quel luogo. E soprattutto, dominate da un patriarcato divenuto ormai barzelletta, un mondo di maschi di giovane, media e tarda età che non hanno più nulla da giocarsi, nessun carro da trainare per dimostrare alla società il proprio valore virile, non hanno più alcun punto di riferimento che non sia quello della coazione a ripetere le stesse azioni, le stesse parole, gli stessi passatempi, le stesse strade, le stesse battute, la stessa misoginia dei loro predecessori ma senza averne più i motivi.

Caricature del maschio latino.

La cronaca giornalistica diventa qui esilarante, descrivere l’orrore umano come se fosse la cosa più naturale del mondo stride a tal punto che si passa dalla comicità alle lacrime con estrema facilità, perché nonostante tutto questi sono uomini e donne, ed è tutto quello che sanno fare per tirare avanti, per mantenersi in vita, per dare un senso all’insensato, per non suicidarsi veramente guardando in faccia la verità delle loro vite. E tutto questo fa rabbia e fa dolore, specie se conosci esattamente le situazioni che Lamola sta descrivendo, e dici cazzo è così, è esattamente quello che è successo, sono esattamente queste le leve che hanno spinto gli esseri umani ad autodistruggersi e ad arrivare al punto in cui siamo arrivati.

Apocalisse sì, iperreale, non è che nella realtà tutto succede così brevemente in novanta pagine, ci sono voluti decenni o forse secoli. Ma è questo il punto di osservazione giusto per capire certe dinamiche assurde, nelle metropoli e nei borghi antichi. Senza inutili litanie politicanti e senza lasciarsi andare all’apocalisse. Mettendo anzi la giusta distanza per guardarla da lontano, salutarla e decidere di essere altro nella vita.

Altro dagli zombies, altro da quelle vite.

E altro anche dalla letteratura inutile.

Ps: ovviamente ho esagerato, i due libri sono facilmente rinvenibili via internet dai siti delle case editrici Boopen e Zona contemporanea, e anzi vi invito a farlo. Ma la sostanza non cambia, a meno che…