Fuga dal foglio bianco

Oggi le Fiabe Atroci ospitano un mirabile racconto epistolare su uno dei più antichi problemi dell’umanità: la paura del foglio bianco.

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Fuga dal foglio bianco

di Vincenzo Conte

 

E’ da un po’ che penso che sarebbe bello scrivere un piccolo raccontino comico, giusto per te, per farti fare due risate…

Però mi sono scontrato con la solita sindrome che mi prende ogni volta che mi metto a scrivere qualcosa: davanti al foglio bianco mi blocco e scappo via! E’ veramente una maledizione per uno che di mestiere vorrebbe fare il giornalista e che si ritrova pure a scrivere qualche articolo noiosissimo di tanto in tanto! Credo che anche il mio capo ne soffra, ma lui ha risolto in un’altra maniera: lui non scrive, lui detta alle segretarie! Il che è un modo ingegnoso di venirne a capo, però io ancora una segretaria personale non me la posso permettere… Continua a leggere “Fuga dal foglio bianco”

VIPASSANA

Nuova ospitata (la terza) nelle Fiabe Atroci, anche questa al femminile

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VIPASSANA

 di Titti Demi

 sunset

Arrivo alla stazione di Faenza e lo vedo. Magro, borsone nero, seduto a gambe incrociate e intento a leggere un libro che, per presbiopia precoce, non identifico. Ha la schiena dritta e l’aria di quello che “io sto nel qui e nell’ora, sono nel respiro e voi siete dei fessi.”

E’ quasi sicuro, anche lui aspetta la navetta delle 14:00.

Sì, sì! Ma mò sono le 7:30 ed io non ci ho un cazzo di voglia di piombarmi sul mio di borsone e soprattutto mi sturba non poco tirare fuori il tabacco dinanzi a codesto presunto compagno di viaggio.

Un po’ scoglionata mi allontano verso il centro e inizio a pensare che forse non è stata una buona idea, che magari se a quell’idiota di test a risposta sincera non avessi mentito di brutto ora non sarei qui con questa vaga, vaghissima sensazione che, come disse la benedett’anima, se di amore non si muore un po’ certo si rincoglionisce.

E poi la mattina a Faenza che fai?

C’ero già stata secoli fa con un ex, argentino sassofonista alcolizzato, tre aggettivi che negli anni hanno sostituito il suo nome, e ora seduta su questi gradini freddi, gli stessi probabilmente su cui incollammo il culo anni fa. Di tutta quella storia non mi sovviene nulla, al chè mi rullo un po’ di tabacco e con un tiro onoro l’oblio di lui e me stessa sopravvissuta a uomini decadenti.

Sono le 10:00. Mi tocca non pensare che ancora una volta sto qua a causa di, o per circostanze che, o chennesò…

Mi metto a cazzeggiare tra mercato, biblioteca, museo della ceramica, cessi pubblici e internet point; trasportandomi di qua e di là, montando e smontando la rabbia, scolando litri di caffè ognuno in un bar diverso e fumando sigarette, ogni volta l’ultima.

Merda, manca ancora un’interminabile ora! Mi metto su una panchina lungo il viale della stazione, passa un maschio poco evoluto che sol perché guardato negli occhi pensa di aver rimorchiato, napoletano con accento emiliano – no, il numero non te lo do che sono di passaggio e fra poco il telefono sarà inesorabilmente spento, pace all’anima sua.

La navetta è già fuori che ci aspetta e vedo pure che siamo in tanti coi borsoni e con l’espressione “ma che minchia ci aspetta?”

Ci riconosciamo nella nostra solitudine. In quel frappè che partiamo mi rammento i 5 principi a cui attenersi, dei primi tre me ne fotto: non rubo non mento (al test sì) non sono venuta qui per scopare; sugli altri due so già che qualche maligno sta facendo previsioni e scommesse.

E qua mi sale il magone, mannaggia! Mi vedo piccola e tossica e fanculizzata e per dirmi che non è così mi do alla fattanza prima dell’astinenza, chiamo e mando sms a chiunque, mi rullo sigarette di due tiri a volta, e poi, giuro, non ci volevo proprio pensare ma  fra 10 giorni sarò troppo purificata e illuminata per farlo, allora ho deciso che è meglio una incazzatura oggi che la gnorri domani e ti chiamo, ti faccio sentire brutto, ti sbatto il telefono in faccia perché non so dirti che ti amo.

E’ ora, si parte.

Già mi sento più spiritual.

NO, NON E’ PUBBLICITA’ OCCULTA ALLA COOP

Un altro racconto esterno (e atroce) ospite delle fiabe atroci. Anche questo ambientato a Bologna come quello di Via Marsala, ma questa volta di sesso femminile

Gianluca

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NO, NON E’ PUBBLICITA’ OCCULTA ALLA COOP

di A.L.

Sabato stamattina, mi sveglio presto, rimango un po’ a crogiolarmi nel letto e il pensiero va a Francesco. Penso a lui a quello che vorrei dirgli, penso a come reagirebbe alle mie parole, penso ad ipotetici incontri, a ipotetiche situazioni. Mi scappa una lacrima di emozione, perché non riesco a non volergli bene e la cosa mi commuove, poi mi alzo, mi faccio la doccia ed esco per andare all’ufficio anagrafe. Uscendo da lì mi dirigo verso la Coop San Vitale, in macchina, ma una volta arrivata, mi accorgo che il parcheggio è a pagamento, quindi, con i coglioni girati, mi dico:

«mah, quasi quasi vado alla Coop San Donato, li c’è il parcheggio anzi no, non vado»

Supermercato

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Italian express apartheid

Lo so sembrano archeologia certe cose oggi. Non ne ero convinto e non l’avevo mai pubblicato. Non avevo nemmeno cambiato i nomi veri con quelli inventati, e non li cambierò adesso. Ma dato che il blog è mio e me lo gestisco io, e dato che le fiabe atroci sono inattuali per definizione, e dato anche che è bello leggere di quando questa merda chiamata (Tren)italia faceva già schifo ma in confronto ad ora prende quasi la nostalgia, allora eccolo a voi. Raccontino espresso notturno, a.d. 2003

ITALIAN EXPRESS APARTHEID

Gianluca Ricciato

 

Alle 5 e 55. Questo è l’unico Espresso per andare a Roma, me ne faccio una ragione.

Di giorno ci sono solo Eurostar e gli altri Espressi sono stati soppressi. Di questo non riesco ancora a farmene una ragione, che i servizi diventino merci su cui fare la grana.

Ma a Roma ci voglio andare, c’è la manifestazione ma non ci sono treni organizzati da Bologna, e poi c’è Daniela che mi aspetta ed è un’occasione per stare qualche giorno insieme, in questo periodo complicato. Allora mi faccio coraggio e metto la sveglia alle 5, dovrei farcela a svegliarmi e ad arrivare in stazione, che è qui vicino, forse riesco anche a fare colazione.

È bella all’alba la stazione di Bologna, non è come la sera quando vengo a fare il servizio mobile, quando devo litigare con il custode di turno per farmi alzare la sbarra e poter arrivare vicino ai binari con la macchina dell’associazione, vicino all’accolita disordinata e multietnica che aspetta il tè caldo, i vestiti, le informazioni. E ogni tanto passa la PolFer che ci lancia occhiate indispettite e annoiate, e poi il passante collettobianco-cravatta-borsetta che ci guarda schifato correndo verso la sua camera di hotel a 5 stelle che l’azienda gli ha prenotato per il convegno sul marketing globale del giorno dopo in fiera. No, all’alba non c’è niente di tutto questo, i ragazzi stanno dormendo mimetizzati negli anfratti bui o nei sottopassaggi o chissà dove, e tutto mi sembra lunare. Continua a leggere “Italian express apartheid”

POLDO

POLDO


 

 “Non tutti nella capitale 

sbocciano i fiori del male”

F. De Andrè

 

Stavo rimettendo a posto la libreria incasinata di casa dei miei quando ho ritrovato il plico di articoli. E mi sono venute in mente molte delle vicende incasinate che capitano al mio paesello che ho abbandonato un po’ di anni fa. Poi ogni volta che ci torno mi ritornano in mente varie di queste cose, ma questa è una delle più grandi e del resto per questo avevo tentato di rimuoverla più volte dalla mente.

Com’è come non è però continua a uscire fuori.

Io ci torno al mio paesello, non ho traumi da fuga, da “nun gi turnare cchiù ca cquà ngè sulu fandasmi” come diceva Philip Noiret al giovane Totò[1], i fantasmi ci sono ma c’è un sacco di gente viva che ne combina di tutti i colori, e che magari tenta di tirare innanzi l’esistenza con una potenza vitale che chi vegeta tra venti metri quadrati di appartamento e cinque di ufficio non può capire.

Ci tornai nell’ottobre 2001 al mio paesello per passare una quindicina di giorni, ero ancora studente il tempo era ancora da mare e decisi di passarli quei giorni con il libro sulla spiaggia, tutto liscio tranne che ogni venti minuti passava un jet militare ad altezza campanile di chiesa. Erano anni duri, quelli dell’inizio delle nuove crociate religiose.

Una sera di quelle, come tante altre, stavo al Free Bar a giocare a freccette, attenzione però il Free Bar non era solo freccette e non era Bar, era il locale che ci aveva fatti crescere culturalmente.

Pino e Glauco, due giovani trentenni che decidono di tentare la sorte e aprono in un paese di qualche migliaio di abitanti un posto che mette musica poco nota, che ospita informalmente riunioni e assemblee, che attira interessati musicisti della zona, e che comunque deve tirare avanti quindi fa il pub con le birre i panini i salatini le insalate-fantasy e tutto il resto piace ai miei gozzovigliosi conterranei.

Diventa praticamente subito il nostro quartier generale, mille storie nostre accaddero tra il dentro e il fuori del Free. Mai nessuno era riuscito a rovinarlo imbastendo ritrovi criminosi, inanellando risse settimanali o sottoponendo pizzi e cose varie, miracolo sembra ma in realtà ci seppero fare Pino e Glauco.

Poi arriva la sera che stavo giocando a freccette.

Era sabato di ottobre e il locale era pieno, intorno a me si beveva e si chiacchierava e i bassi battevano pesanti, io avevo un conto in sospeso con Fausto che si riteneva imbattibile alle freccette ma lo avevo battuto pochi giorni prima (avevo avuto a casa le freccette da piccolo perciò riuscivo a tenergli testa). Stavo perdendo, quando sento una specie di boato sordo alle mie spalle e vedo volare dei pezzi di vetro. Mi giro e vedo Glauco fare uno zompo da felino, superare il bancone dietro il quale stava servendo bibite, prendere per il collo della camicia inamidata un giovane locale e trascinarlo fuori alzandolo quasi da terra. Mai visto così Glauco in vita mia.

Il giovane locale in questione aveva appena frantumato una bottiglia di Ceres sulla testa di Poldo, che sanguinante riversava nel locale mentre intorno a lui nasceva il primo e ultimo casino colossale del Free Bar.

Poldo era stato mio compagno di classe alle medie, si chiamava Walter ed era figlio dell’impiegato comunale e della bidella della scuola media. A scuola capiva poco e niente di quello che gli propinavano dall’alto e il Signoreddionostro gli aveva dato scarse capacità di primeggiare nella giungla di maschi e femmine della sua età. Poldo aveva un cuore grande così però.

Iniziarono ad etichettarlo in questa maniera verso i diciott’anni, quando smise definitivamente di tentare inutilmente di studiare e iniziò a passare il tempo a girare col suo motorino scassato per il paese, a sostare ora in una ora nell’altra delle due piazze guardando il tempo che passa e le persone che si affrettano, e a mangiare sandwich e hamburger che produceva la rosticceria di una delle due piazze. Conosceva tutti e del resto non era il solo a fare quella vita, la differenza era che non lo vedevi mai sbraitare e cafoneggiare come gli altri, stava sempre al posto suo con l’aria dimessa e sorniona, composto nei vestiti anni ’50 e con l’aria da chierichetto. Un bel pezzo di personaggio insomma nella giungla paesana. “Poldo” era lo sfottò ovviamente, ma gli destinava un ruolo sociale sicuro, se stesse a Bologna, pensavo spesso quando lo vedevo, da mo’ che starebbe al Roncati[2] o al piazzale Ovest a ricevere l’elemosina dai volontari di Piazza Grande e della Caritas.

I suoi genitori avevano sperato tanto di fargli fare il percorso del fratello maggiore, erano buoni anche loro ma fissati a richiedere da lui più di quello che riusciva a prendere dalla società dello spettacolo e della competizione culturale.

Il giovane locale spaccateste fu subito riconosciuto come abitante del paese confinate e figlio dei Balbo, bossetti (inteso come boss-etti) che da una decina d’anni imperversavano nel mio paesello, caduto sotto il loro regno dopo l’omicidio in piazza dell’ultimo boss nostro indigeno. E vinta la faida avevano assorbito sotto di loro molte delle attività economiche più note.

Il Free Bar aveva resistito, e ciò non gustava ai Balbo, ecco la spiegazione sociologica di quel gesto, ma poi in realtà quella sera contarono l’alcol e la coca in corpo del giovanotto, che poi di diciannovenne si trattava nulla più, un piccolo demente diciannovenne cresciuto tra mercedes e bracciali d’oro ricettati. E Poldo nella sua poca dimestichezza con l’equilibrio fisico e nel casino gli aveva dato una spallata per sbaglio, quindi il mafiosetto si era sentito in dovere morale di vendicare il sopruso in nome della stirpe sua con una Ceres spaccata in testa al nemico. Non fa una piega, no?

Comunque fu allontanato e schernito subito insieme ai suoi due compari dalle 150 persone presenti quella sera al Free Bar e Poldo subito condotto al pronto soccorso.

Ma i guai iniziarono subito dopo.

Nella colluttazione c’era stato qualche altro ferito lieve, io e Natale corremmo alla caserma del paese che ovviamente era chiusa a quell’ora ma contattammo comunque le forze dell’ordine intimando loro di accorrere al Free Bar. Il comandante dei Carabinieri dormiva e ci mise due ore ad arrivare. Dopo mezz’ora che i giovani figli di boss se n’erano andati arrivarono gli adulti, cioè i boss in persona che si chiusero con Glauco e Pino nel retro del locale a discutere.

Non riuscirono a convincerli a non sporgere denuncia però, nonostante le sicure intimidazioni ma di questo non ne so molto di più. I poliziotti del capoluogo che avevamo contattato sia noi che altri ci misero un’ora a decidersi a prendere la strada del mio paese. Varcata la soglia d’entrata poi pensarono bene di fermarsi in una delle piazze a fare perquisizioni, non si sa perché, e in quel mentre beccarono uno dei feriti lievi che stava andando verso l’ospedale. Invece di chiedergli cosa fosse successo gli chiesero se aveva il fumo, cosa che generò la prima violenta reazione nei loro confronti di quella sera. Ma finì lì. Dopo una mezz’ora in cui nessuno sa cosa stessero facendo, gli uomini in divisa finalmente giunsero di fronte al gazebo del Free Bar. Eravamo rimasti in una trentina di persone, ormai erano le tre di notte e appena lo sbirro scese dall’auto declamò la sua battuta d’ordinanza:

“che ci fa tutta ‘sta gente incivile a ‘st’ora di notte per la strada?”.

Rischiò il linciaggio e l’inizio della guerra civile. Prima che questo succedesse accorremmo in due a prenderlo da parte ma restando sotto l’occhio del pubblico uditorio, conferendogli in un italiano migliore del suo che lo zittì e facendogli un breve quadro del dominio degli anni ’90 di quella famiglia mafiosa al nostro paese, della gente che lavora tutta la settimana e il sabato si trova al Free Bar a divertirsi, dello Stato che non fa niente e ci rompe i coglioni per le canne, del dare incivili a noi loro che tre mesi prima avevano fatto tutta quella merda al g8. E che non ce la stavamo prendendo con lui come persona ma con la sua divisa, la sua istituzione.

Lo sbirro ebbe un ripiegamento morale, ci diede ragione e si depresse.

Propose raccolte di firme, di testimonianze anonime e cose del genere, ma nulla successe. Quando tutto stava per finire arrivò il comandante bocconotto dei carabinieri del paese che finalmente era riuscito a vestirsi.

Il Free Bar sporse denuncia come detto. Chiuse definitivamente un mese dopo, ma non solo per questo, in realtà un’epoca d’oro stava per finire. Poldo no, non sporse denuncia, lui e la sua famiglia probabilmente non ebbero la forza di andare avanti da soli. Per un po’ divenne la star del paese, ma durò poco.

Io ripartii per Bologna, avevo l’esame.

Agli inizi di dicembre il mio paesello salì alla ribalta delle cronache nazionali. Il Tg1 presentò più o meno così la notizia:

“La disgrazia si è compiuta ieri notte. Un giovane, probabilmente per vendicarsi con il gestore della sala giochi di un piccolo sopruso, decide di costruirsi in casa una piccola bomba artigianale e di depositarla davanti all’entrata del locale durante le ore notturne. Ma qualcosa non va come preventivato e il giovane non riesce ad allontanarsi in tempo prima della deflagrazione del rudimentale ordigno. Vani i soccorsi, muore pochi minuti dopo”.

Chiamo casa, mia madre mi dice che il giovane artificiere è Poldo. Tristezza durante la telefonata, mi parla un po’ della sua famiglia e dell’ultima volta che l’aveva visto e della violenza e della disgrazia. Vorrei sapere di più, ma rimando le indagini alle vacanze di Natale imminenti. Poldo che costruisce una bomba, chi l’avrebbe mai detto. Povero Poldo, bello mio, che sofferenza questa vita.

Il primo giorno che arrivo al paese faccio una ricognizione davanti all’ingresso della sala giochi devastata. Non ha ancora riaperto per fortuna, cosa che temevo. La sera incontro gli amici e ci andiamo a raccogliere nella casa in campagna di Sergio, siamo una ventina tra residenti e ritornanti in sede e la festicciola alcolica e fumosa va avanti fino a tarda notte. Ogni tanto interrogo qualcuno dei residenti sul fatto di Poldo, ma tutti mi rispondono infastiditi e reticenti, più del solito per la verità. Non ne vogliono parlare per niente, è evidente. La rimozione per non stare male? Probabilmente. Verso le due inizio a chiacchierare con Sergio, ci raccontiamo un po’ di cose nostre e ritrovata la confidenza cerco di arrivare delicatamente alla notizia, riportandogli quello che so e che ho sentito dai telegiornali nazionali e letto sui quotidiani locali e nazionali di quei giorni conservati da mia mamma.

“Al telegiornale hanno detto una marea di cazzate”

“Immaginavo”

“Io stavo in giro con Pasquale quella sera, stavamo in macchina e abbiamo sentito lo scoppio. Siamo arrivati lì davanti praticamente subito, due minuti dopo, eravamo i primi. L’ho visto ancora vivo, una cosa terribile.”.

“Oh madonna mia”

“L’ho sentito che chiedeva aiuto ma non aveva più le gambe, gli erano saltate, era carbonizzato ma era ancora vivo. Mi sento male ancora adesso se ci penso.”

“E dopo? È arrivato qualcun altro, i soccorsi?”

“Sì sono arrivati tutti, l’hanno portato via subito dopo, ma non c’era niente da fare. L’ho visto morire agonizzante praticamente. Dopo è arrivato mezzo paese, era l’una e mezza di notte mi sembra quando è successo. Ma il fatto è che là davanti sembrava scoppiata la bomba atomica, non era una bombetta. La scientifica è arrivata dopo una mezz’ora e ha detto che non poteva essere una bombetta, solo un detonatore poteva fare tutto quel casino, e un detonatore non te lo fai a casa in un pomeriggio.”.

“Come cazzo è possibile? E chi glie l’ha fatto questo detonatore?”

“Eh, chi glie l’ha fatto. I Balbo no?”

In casa siamo solo noi due, una cinquina di altri e altre sono rimaste fuori a fare non so cosa, forse c’è una coppia nella cameretta che amoreggia, ma non si sente nulla. La campagna brulla e umida fa il gotico del nostro inverno poco conosciuto e spendibile rispetto all’osannata solarità estiva. Il folletto tipico delle case contadine è entrato ad ascoltare e a proteggere i nostri racconti. Insieme a lui qualche ragno, sicuramente.

“Sì mi era balenato nella mente che potessero c’entrare loro, ma mi rifiutavo di pensarci. Che poi il padrone della sala giochi è immischiato, no?”

“Sì solite cose, loro mandano i figli in giro nelle sale giochi, conoscono i quindicenni del paese nostro, fumano insieme quella merda di erba albanese che i padri spacciano e un mese dopo vedi quegli stessi quindicenni devastati che vendono l’erba sulla villa, fino a che non arrivano i carabinieri che mettono dentro i quindicenni e finisce lì, e ricomincia il giro”.

“Vabbè questo lo so, ma che c’entra Poldo?”

“Ti ricordi la sera del casino al Free?”

“Sì, come!”

“Eh, dopo quella sera i Balbo l’hanno circuito a Poldo, se lo sono fatto amico, gli hanno chiesto scusa e riscusa e hai ragione e quel coglione di mio figlio stava ubriaco quella sera eccetera eccetera”.

“Nooo! gli hanno promesso i soldi in cambio di fare questa stronzata alla sala giochi”

“Esattamente”

“E le indagini?”

“Le indagini che io sappia sono finite lì. Il caso archiviato come bravata giovanile finita in disgrazia. Ma non è possibile. Poi le cose in paese si sanno. Prima tutti fanno i paladini della giustizia. Pensa che quello stronzo che abita di fronte alla sala giochi davanti al tg1 ha detto ‘sono stato io il primo che è uscito ad aiutarlo, non sapevo che fare’ e cose così. Invece il signorino è uscito quando già noi c’eravamo da tempo là davanti, e ha iniziato a sbraitare per il sangue che gli aveva sporcato l’inferriata nuova. La gente è così, di cuore di cuore ma poi pensano ai cazzi loro. Quando si è capito come si stavano mettendo le cose tutti si sono disinteressati. Poi le notizie sottobanco escono lo stesso, però insomma ti sto dando appunto notizie riservate, insicure, e un po’ sono anche ricostruzioni mie, quello che ho visto, quello che ha detto la scientifica a caldo, ecc”

“Lo so lo so non ti preoccupare. Ma la famiglia?”

“Chissà. Sicuramente è andata la polizia a casa, ma non si sa niente per adesso, e penso che se i giornali hanno presentato così la cosa tutto porta all’archiviazione. Che gli interessa a loro fare casino per un povero fesso di paese, sai quante ne combinano i Balbo, come stanno in mezzo all’edilizia abusiva, alla politica e a tutto il resto?”

“Sì lo so però porc…..!”.

“Eh, solo bestemmiare possiamo”.

Sì le conservo ancora queste menzogne. Questo plico di articoli che fanno un pezzo di storia del mio paese, storia travisata come tutta o quasi la Storia ufficiale. Testi che raccontano di un povero giovane con tanti problemi, e questo era vero del resto. Di come tante volte il destino è crudele, il fato decide di accanirsi, il diavoletto eccetera eccetera. E della piccola comunità che si stringe intorno. E tutto questo non lo so fino a che punto. Ci ho fatto un angolo per il plico in mezzo ai libri nostri di scuola così so dove trovarli gli articoli quando mi viene voglia ancora di rivedere il faccione del mio compagno di classe Walter delle scuole medie. Il faccione buono di Poldo, ucciso dalla sfortuna…

 

pubblicato originariamente in Blog di Daniele Barbieri & altr*



[1] Nuovo Cinema Paradiso di Giuseppe Tornatore

[2] Noto ospedale psichiatrico emiliano