BABILONIA

Sto partendo adesso in macchina, da casa, verso Sant’Andrea, il Babilonia, sto andando a celebrare un rito, il rito del San Lorenzo al Babilonia, più che un rito un mito, nato vent’anni fa.

Il Babilonia è a Torre Sant’Andrea, un villaggetto sull’Adriatico, dieci kilometri a nord di Otranto, che cinquant’anni fa ospitava solo le casette e le barche dei pescatori.

Poi, circa trent’anni dopo, i figli di quei pescatori, o i loro coetanei, o chi per loro, hanno deciso di eleggere questa piccola caletta a regno della scena reggae salentina, tempio dell’underground mediterraneo.

Babilonia fu il nome che venne dato al bar che nacque, Babilonia simbolo del colonialismo occidentale che diventa luogo del meticciato etnico, culturale, estetico, artistico, musicale.

Il mito della Babilonia salentina sbiadisce quando una colata di cemento, qualche anno fa, ricopre la scritta a caratteri cubitali che campeggiava di fronte alla spiaggetta:

SALENTO TERRA E LIBERTA’

Quando un anno torno a Sant’Andrea e non la vedo più, ho la sensazione tangibile della profanazione, del delitto, del sacrilegio contro me, la mia generazione, il mio mare.

Devo passare a prendere Gigi, un altro profugo bolognese come me che sta aspettando di capire dove vivrà nei prossimi mesi, se nel luogo dov’è nato o in quello che l’ha adottato o chissà dove altro ancora, perché non è solo una scelta, è capire dove si può stare per sopravvivere, perché non si può più scegliere tra meticciato e radici, tra fuga e permanenza, non si può più come non si poteva allora, cinquant’anni fa, all’epoca di quei pescatori e di quei contadini.

Che beffa che è stata questa civiltà, questo benessere, questa BABILONIA.

Prima di partire ci contiamo i soldi in tasca e ci chiediamo perché dopo mesi di lavoro siamo costretti ad aspettare altri mesi, e mesi, e mesi, e mesi, e mesi per poterci permettere i soldi di un concerto, della benzina per arrivarci, o per andare al mare.

La sussistenza, il cibo no, quello ce lo assicura ancora qualche brandello di benessere passato dai nostri genitori. Siamo pasciuti ma non può durare così, e lo sappiamo, e qualcosa deve succedere, in qualche modo ci dobbiamo organizzare.

Arriviamo all’incrocio tra la strada di Borgagne e la litoranea Adriatica e ci vietano l’accesso per Sant’Andrea, parcheggiamo sulla strada e andiamo  a piedi, insieme ad altri amici, e là ne troviamo ancora, molta gente è venuta qui ancora oggi, dopo vent’anni, a celebrare il rito dell’amore universale, del mondo senza frontiere, della vita secondo natura, del reggae!

Dal palco, Bobo dei Fratelli di Soledad ricorda gli albori di questo luogo, e il mitico Feller che viveva qui tutta l’estate, noi ci muoviamo con lo ska, e c’è un sacco di gente diversa, i ventenni, i quarantenni, le ragazze del Nord, gli africani, i rasta, i punkettoni, la gente normale del Salento.

E quasi non mi accorgo quando mi ritrovo anche io a gridare:

GRIDALO FORTE NON VOGLIO UN RE UN PAPA UN DUCE CHE DECIDA PER ME

Testo: Gianluca Ricciato
Musica: “Take Five” (Paul Desmond) – King Tubby dub version

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