Una settimana nel 1984 (7) # Distopia. Psicopolizia. Controllata pazzia

1984 occhio«”Tutte le passate oligarchie hanno dovuto rinunziare al potere o perché si sono irrigidite, o perché si sono addolcite. Sia che divenissero, insomma, troppo sciocche o troppo arroganti, non furono capaci di adattare se stesse alle circostanze, e vennero rovesciate: se invece diventarono liberali e per debolezza fecero delle concessioni allorché avrebbero, invece, dovuto usare la forza, furono rovesciate anche allora. Vale a dire che esse caddero sia per la consapevolezza della propria natura sia per la non consapevolezza di essa. È appunto opera del Partito l’aver prodotto un sistema filosofico nel quale entrambe le condizioni possono esistere simultaneamente. Ed infatti non si può pensare ad altro fondamento sul quale il dominio del Partito avrebbe potuto raggiungere appunto quel suo carattere di permanenza. Se si vuol comandare e persistere nell’azione di comando, bisogna anche essere capaci di manovrare e dirigere il senso della realtà. Poiché il segreto del comando consiste, per l’appunto, nel combinare, fra loro, da un lato la fede nella propria infallibilità e dall’altro la capacità di apprendere da passati errori.

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Storie di roghi: Maifreda, il sesso e lo spirito

papessa

Scor-data: 19 aprile 1300

Storie di roghi: Maifreda, il sesso e lo spirito

di Gianluca Ricciato 

(Pubblicata originariamente in “il Blog di Daniele Barbieri & altr*” e successivamente in “la Bottega del Barbieri“)

Maifreda da Pirovano è un personaggio milanese del tredicesimo secolo che fu arsa viva sul rogo in una data imprecisata della fine dell’anno 1300. Il processo nei suoi confronti iniziò il 19 aprile dello stesso anno, e con lei finirono al rogo altri personaggi della cosiddetta eresia guglielmita, insieme alle ossa della stessa Guglielma di Boemia, morta diciott’anni prima.

Perché una storia di settecento anni fa sia ancora oggi interessante e per molti tratti misteriosa non è facile dirlo, ma è così. Fu la prima e ultima vera eresia al femminile del mondo cristiano, o come dice Luisa Muraro un’eresia femminista, perché «la ragione storica del femminismo è più antica della parola e oltrepassa la cultura in cui quella parola fu coniata»1.

Il senso di questa storia è quindi quell’anelito alla libertà che si fa storia nel contesto in cui nasce e che all’interno di quel contesto va compreso e giudicato, senza fare l’errore di applicare parametri attuali che ne condizionino la comprensione. Un parametro attuale potrebbe essere, ad esempio, quello che – a noi ormai secolarizzati e sostanzialmente liberati dalla necessità di essere religiosi e di costruire le nostre idee sulla base dei precetti cristiani – la storia di una suora del Trecento non possa dare nessun esempio di vita né tantomeno di liberazione. Continua a leggere “Storie di roghi: Maifreda, il sesso e lo spirito”

Life in Utopia

Don’t go away, stay here   

I live in Utopia

If you want to stay with me

You have to stay here

I think you aren’t brave

And so you’ll fly away

I won’t touch you anymore

‘Cause I don’t want to feel bad

Tracollo. Meno di un’ora di olive e crollo per il ritorno del mal di testa. Pensieri angoscianti e definitivi. Non glie la posso fare. Mi sono giocato tutto, anche qui, ed ora è tutto inutile. Senso di asfissia tipico di quei mal di testa che sono più psicosomatici degli altri. E dire che era una giornata stupenda, una vista da Pianeta verde, collinare, la masseria vicina, la passeggiata con I.
Niente, tracollo. Mi rifugio qui in camera a soffrire per la mia sconfitta universale. Tutto l’infinito finisce qui. Se ce la farò a riprendermi cambierà tutto.

È cambiato tutto.

Anche se sento ancora i postumi del terremoto. Sono riemerso alle 14 ancora dolorante e ho scoperto che mi ero segnato per la cucina, non me lo ricordavo più, figurarsi. C’è un clima più partecipato, rispetto al solito di questi giorni, e si preoccupano che io ce la faccia. Dico che ce la faccio, ci mancherebbe. Faccio orzo e cavoli cappucci a cui si aggiungono gli arancini fatti da A. e T. a pranzo con gli avanzi del mio riso alla zucca bagnato (metaforicamente) dalle mie lacrime (vere) di ieri. Riso integrale, zucca, bocconcini di soya, rosmarino, carote, cipolle, tante olive, olio, sale. Questo è il “riso E.”

Prenderò C. in disparte prima o poi, prima di andarmene, è sempre di corsa e non la voglio ammorbare. Vorrei che venisse qui in camera. Stasera intanto le ho preparato i files che le devo dare, li ho preparati in cucina (dove ho portato il pc per sentire musica) mentre gli altri sfumacchiavano davanti al camino dato che i bambini se ne erano andati.

Rosa di Devendra Banhart, accompagnata con la chitarra e il tramonto che entrava piano dai vetri appannati, è stata formidabile e impagabile.
Un po’ di coraggio cazzo, tutto è ancora qui.
Possibile che non ti ricordi che c’è sempre stata vita dopo? O sono io che ho bisogno di soffrire ancora per darmi un senso?
Il fatto è che è tutto diverso dai soliti drammi miei. Non so con chi prendermela adesso. Me la prendo con quella richiesta, quella breve frase detta nell’unica lingua comune che avevamo. “Stay here!” Che insieme alle altre – “I don’t want to feel bad”, “I live here, at Urupia” – mi roteano nel cervello senza fine in queste ore.

È spiegabile tutto questo? Che uno, adulto secondo l’anagrafe, stia così male per il ricordo sbiadito di una ragazzina? Ditemelo tecnici della psiche!
Anzi ve lo dico io. Dietro a tutto questo c’era un mondo immenso, personale politico e sentimentale. Tutte le nostre fobie e le incapacità di vivere le relazioni, i maschi le femmine, gli italiani le tedesche, la nuova era da fare e gli ostacoli del piccolo mondo antico. Presente anche qui.
A. mi guarda dietro il suo lieve ironico cinismo e non favella, ma so che ha fiducia in me. Mi ha suonato I’m easy di Keith Carradine, presente in Nashville di Altman, la troverò e la imparerò, come trovai quel giro che mi insegnò per suonare Quattro cani, in quell’epoca che fu lo spaziotempo delle mie paturnie attuali rivomitatemi addosso dal qui e ora. Come imparai Lu sule calau, E. me la chiedeva continuamente da quando ce l’aveva sentita cantare una sera davanti al camino.

Di tanto amore morirò.
Cos’altro c’è, cos’altro devo andare a rimestare, per alfine arrivare a capire il perché, il motivo vero per cui mi si è sbotolata d’amblè questa condensa di ricordi che mi ha messo ko? Il cielo stellato dentro di me, questo. La Luna che si spalma sulla collina di Oria, questa, la stessa di sette anni fa. Almeno lei è la stessa. Questa energia, che è anche materia e muove tutto, i sensi intangibili, l’indicibile o il non detto per troppo tempo che ti ritorna, che tu puoi anche seppellirle ma ecco come spuntano fuori, nella banale routine quotidiana perfino di una comune anarchica. Rivedere quegli occhi su una foto, rivederli per la prima volta. Dopo sette anni.

Ci sono, sono vivo per ora.
E mi sento meglio, e anche la comune stasera dopo la riunione mi sembrava stesse meglio. E non dimenticherò mai più tutto questo e l’importanza e la presenza dell’intangibile, del reale invisibile, dell’emozionale in mezzo alla serietà della vita. Io non sono serio. Anzi forse dopo questa botta è la volta buona che io diventi quello che sono.

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Per fortuna poi arrivano sempre le canzoni a salvarti al momento giusto. Questa è venuta da sé e sembra sia stata scritta apposta. Renoir.