Che cos’è per me l’anarchia


Immagine ripresa dal gruppo facebook “Anarchia” (post di Maria Faggiano)

Che cos’è per me l’anarchia

di Gianluca Ricciato


Cos’è l’anarchia? Di base per me è una cosa, principalmente. Che nessuno decide del mio corpo. Perché non è che il corpo è mio, è che io sono il mio corpo. E nessuno mi può passare sopra nelle decisioni, così come io non posso passare sopra alle decisioni di nessun altro corpo-essere.

Questa è la condizione necessaria di ogni convivenza e vale per i comportamenti delle persone, delle associazioni di persone, delle strutture sociali,  delle istituzioni politiche, culturali, mediche o scientifiche.

Senza di questo non esiste nessuna possibilità di condivisione, perché senza di questo c’è una vita sottoposta al potere di qualcuno. An-archia, senza potere, non senza regole. La regola che ho descritto finora è la regola basilare di qualsiasi convivenza: nessuno obbliga nessuno a trapassare un corpo-mente-anima, un essere. La regola la fa la convivenza libera.

E tra l’altro questo dovrebbe valere per ogni essere, non solo umano, solo che è ancora più difficile all’interno di una cultura millenaria in cui è gradualmente cresciuta la volontà di dominio sulla Natura. Allora ogni discorso di diritti delle minoranze umane o non umane, senza decolonizzazione interiore della civiltà del dominio, è ipocrita fuffa progressista funzionale al potere.

Ma non sono io da solo che mi posso decolonizzare da una cultura del dominio millenaria, e non posso accusare un’altra persona di non averlo fatto. Posso solo muovere i passi verso un essere senza potere. Posso solo tendere all’anarchia, un’anarchia che può avere mille nomi e colori, ecologista, femminista, comunitaria, socialista e tanto altro.

Ma di base vuol dire una cosa sola: libertà profonda.

E nella libertà profonda dell’essere-umano non esistono confini, passaporti, muri, lasciapassare. Untori, identità nemiche, trattamenti sanitari obbligatori, dogane. Paura dell’altro. Tutto questo è figlio della stessa idea del mondo oppressiva che ha costruito una civiltà della paura.

Nello stato della libertà profonda nessuno impone a nessun altro il divieto di muoversi ed incontrarsi liberamente nel mondo, che sono le attività principali dopo la sussistenza. Chiunque lo imponga, da qualunque parte venga questo qualcuno, sostiene un pensiero, un’idea di vita, un’esistenza e una pratica politica nemiche della libertà. Un’irrealtà insostenibile che genera una non-vita e fa sembrare utopistico l’ovvio, cioè la possibilità di una vita che valga la pena di vivere.

La libertà profonda è costruzione di autodeterminazione e responsabilità comune, sapere condiviso e partecipazione reale, non confusione e terrore imposto dall’alto: per questo l’anarchia fa paura alla borghesia di qualunque colore, che ne cambia il segno e ne riempie di fango il senso e la storia.

Perché la borghesia capitalista ha eretto statue, inni e case alla libertà degli esseri umani per non doverla più applicare nella realtà, perché la borghesia ha paura sia della libertà che della verità.

Ma quando i tempi si fanno cupi la sua vera faccia si ripresenta alla storia, e in quel momento diventa necessario esaurire le chiacchiere e far emergere l’essere-senza-potere, che è il significato letterale dell’anarchia.

L’anarchia è la libertà dei corpi dentro una comunità umana vera e senza confini, è un modo modo di stare al mondo che supera l’odio, la falsità, la paura, la distruzione e il terrore. Compreso quello che da duecento anni il sistema capitalista sta iniettando alla Terra e ai suoi esseri viventi.


Un racconto metonimico

Nel 1981 Feltrinelli pubblica, nella collana Opuscoli, il testo completo di Luisa Muraro “Maglia o uncinetto: racconto linguistico-politico dell’inimicizia tra metafora e metonimia”. Come dice il titolo, questo testo è un racconto, poiché consiste in un discorso che si propone di rispecchiare la successione cronologica delle idee nel modo in cui si sono formate per l’autrice. Ma pur non presentando alcuna struttura o sistema riconoscibile come tale, questo racconto prende in esame alcuni nodi importanti della linguistica strutturale e li fa incontrare con quelli di altri movimenti di pensiero novecenteschi, quali la psicanalisi e il femminismo. Ma c’è un altro motivo fondamentale per cui questo testo è un racconto: nell’esposizione delle idee, come scrive l’autrice, è sempre presente il movente materiale che ha generato il testo, cioè non solo le idee e il loro sviluppo storico-critico, ma anche e soprattutto l’essere corpo, materia, sensazioni, esperienza e in particolare, l’esser corpo femminile.

Questo significa che le ricerche sul linguaggio non prescindono ad esempio dall’esperienza dell’autrice con le classi subalterne della periferia di Milano e dalle loro difficoltà di espressione; e anche, che l’analisi del nostro sistema concettuale e degli “strumenti simbolici” di cui si serve, muove direttamente dai problemi materiali affrontati da molte persone (tra le quali probabilmente anche l’autrice) e irrisolti sul piano speculativo: la generazione materiale del segno; la generazione da un uomo e una donna in molte sue implicazioni; la dinamica sociale dei due sessi; l’esperienza muta di ciò che non è codificabile all’interno dei processi simbolici dominanti (l’ordine simbolico); l’esperienza, vissuta con sofferenza, del distacco tra piacere e sapere, cioè della scissione tra il regime del vero/falso e le capacità conoscitive connesse al piacere, nonostante autorevoli esempi, ormai da decenni, si preoccupino di rendere conto del contatto tra le due cose – si pensi a Foucault che rileva come anomalia il fatto che il piacere non sia considerato fonte di verità, malgrado “taccia quando mente e dica il vero quando parla”; oppure a Milan Kundera che, nel suo saggio sull’arte del romanzo, considera la conoscenza l’unica “morale” del romanzo, unica norma che esso deve rispettare all’interno dell’immensa possibilità degli strumenti linguistici a sua disposizione.

L’analisi del linguaggio di Muraro prende le mosse dallo schema degli assi incrociati di Jakobson, secondo cui la generazione primaria del significato avviene sulla doppia direttrice simbolica della metafora e della metonimia (selezione e combinazione). Ma ciò che emerge da subito come problema è la natura del rapporto tra questi due tipi di produzione simbolica, la cui dinamica sembra legata sotto molti aspetti alle esistenze di individui e parti di società le cui esperienze vengono ignorate o ridotte al silenzio, la cui produzione simbolica cioè è nulla o relegata all’imitazione meccanica (come in quella che Freud considerava la “coazione alla ripetizione”).

L’inimicizia di cui si parla nella seconda parte del titolo (quella tra metafora e metonimia) non viene intesa come netta contrapposizione tra processi inconciliabili, ma come articolazione di un processo unitario – che ha origine quando “uno prende a parlare” e che si svolge all’interno di una normalità simbolico-sociale. In questa articolazione emergono due modi interdipendenti di elaborazione simbolica, la cui complicità non è chiara e probabilmente non è nemmeno equilibrata, come ha ritenuto la quasi totalità degli interpreti dello schema degli assi incrociati.

Muraro, riconoscendo nella pratica metonimica una possibilità di affrancamento delle soggettività deboli, indica allo stesso tempo che questo non presuppone l’esistenza di corpi “pre-linguistici” all’interno dell’ordine simbolico in cui viviamo, ma corpi sociali selvaggi e ordinati. La possibilità di acquisire capacità linguistica fa già parte del simbolico anche per i primi, e in questo si esclude l’ipotesi di un grado zero del linguaggio, in cui sarebbe assente lo scarto retorico. Il presupposto del riconoscimento di questa possibilità è, invece, la chiarificazione della funzione di queste due figure retoriche all’interno del sistema concettuale prevalente:

l’asse metaforico, che opera nel senso della selezione e della sostituzione dei significati, quindi della generalizzazione e dell’astrazione che allontanano le parole dalle cose, in un moto che si potrebbe definire “ascendente”;

– l’asse metonimico, che combina e collega, non generalizza in quanto i significati sono implicati nel contesto e “prendono senso attraverso i riferimenti e le associazioni”, per cui funge da ostacolo al moto ascendente della metafora verso l’astrazione, ma in qualche modo è sembrata – soprattutto nello strutturalismo – indispensabile come continua riserva di senso per la produzione metaforica, esempio immanente al linguaggio del contatto tra le parole e le cose.

Più che una collaborazione pacifica, il rapporto tra metafora e metonimia sembra perciò essere una concorrenza: tale concorrenza è secondo Muraro squilibrata a favore della produzione metaforica, che sfrutta le risorse metonimiche restituendo solo parte di esse, mentre molta parte verrebbe “cancellata” dal processo di sostituzione. Molta parte che vuol dire “pezzi interi di esistenza” condannati per esistere al silenzio o alla ripetizione. Tutto ciò sembra svelare l’esistenza di uno “scollamento” tra le cose e le parole che caratterizza da principio ogni generazione dei significati interna alla nostra civiltà (e interna a quello che Muraro chiama il regime di ipermetaforicità).

La nostra cultura e la società che ne deriva risultano imbrigliati in un tentativo infinito di “integrale ripresentazione del mondo” attraverso parole, figure, immagini cioè astrazioni, generalizzazioni, razionalizzazioni che nel meccanismo della selezione e della codificazione dei significati escludono parti consistenti di realtà e finiscono spesso col trasformare le cose in segni di qualcos’altro e qualcos’altro ancora, così via fino a divenire segni di niente.

Ma le pratiche “sovversive” rispetto a questa sorta di perdita d’esperienza del regime ipermetaforico fanno già parte dell’ordine simbolico, in atto o in potenza, emergono o rimangono nel silenzio rispetto all’ordine simbolico dominante in relazione ai “movimenti” dell’ordine sociale e alle loro reciproche implicazioni. Alcune di queste pratiche sono anch’esse dei moventi per il racconto di Muraro, come ad esempio l’esperienza individuale e collettiva dei percorsi di autocoscienza, di riappropriazione del sé e di condivisione di esperienze tra donne al di là dell’ordine patriarcale, e quindi della presenza fisica e morale dell’autorità maschile; e anche, le esperienze educative che cercano di recuperare il contatto tra piacere e sapere, conoscenza e gioco, e ogni pratica spirituale ignorata dai modelli educativi principali. Come il college povero sognato da Virginia Woolf  (ne Le tre ghinee), dove tra le altre cose si impara “l’arte dei rapporti umani, l’arte di comprendere la vita e la mente degli altri”.

In questo testo (vedi sotto) tento di ripercorrere alcuni tratti salienti del rapporto tra retorica, linguaggio e società moderna, ad iniziare dal declino umanistico della topica aristotelica e dal contemporaneo emergere di prospettive linguistiche e simboliche diverse o opposte ad essa – la retorica di Francesco Patrizi e in particolare alcune questioni linguistiche poste dal riaffiorare della tradizione alchemica; l’intepretazione dei miti di Giambattista Vico in relazione alla sua filosofia del verum-factum; l’ascesa della retorica umanistica e il declino, inversamente proporzionale ad essa, dei trattati normativi classici. Fino ad arrivare alla svolta novecentesca che prende in considerazione la pervasività spesso occulta di alcuni aspetti retorici e simbolici nelle comunità linguistiche contemporanee, e ha generato la nuova retorica, attenta soprattutto al ruolo particolare di alcuni dei tropi classici all’interno del nostro sistema linguistico-concettuale.

I problemi posti da Maglia o uncinetto – e dagli altri testi di Luisa Muraro e delle altre donne del pensiero della differenza sessuale – mettono in rilievo l’interdipendenza tra l’ordine simbolico, in cui sono inserite e agiscono le figure retoriche prevalenti della nostra civilità, e l’ordine sociale patriarcale.

Un racconto metonimico è la premessa al testo Gli ordini simbolici di metafora e metonimia, G. Ricciato, Tesi di laurea, Univ. di Bologna, 2004.

Per scaricarlo, qui:

Le foto di questo articolo sono riprese dal testo Almanacco Bompiani 1978 – Sorelle d’Italia. l’immagine della donna dal ’68 al ’78, Bompiani Mi 1977