Un racconto metonimico

Nel 1981 Feltrinelli pubblica, nella collana Opuscoli, il testo completo di Luisa Muraro “Maglia o uncinetto: racconto linguistico-politico dell’inimicizia tra metafora e metonimia”. Come dice il titolo, questo testo è un racconto, poiché consiste in un discorso che si propone di rispecchiare la successione cronologica delle idee nel modo in cui si sono formate per l’autrice. Ma pur non presentando alcuna struttura o sistema riconoscibile come tale, questo racconto prende in esame alcuni nodi importanti della linguistica strutturale e li fa incontrare con quelli di altri movimenti di pensiero novecenteschi, quali la psicanalisi e il femminismo. Ma c’è un altro motivo fondamentale per cui questo testo è un racconto: nell’esposizione delle idee, come scrive l’autrice, è sempre presente il movente materiale che ha generato il testo, cioè non solo le idee e il loro sviluppo storico-critico, ma anche e soprattutto l’essere corpo, materia, sensazioni, esperienza e in particolare, l’esser corpo femminile.

Questo significa che le ricerche sul linguaggio non prescindono ad esempio dall’esperienza dell’autrice con le classi subalterne della periferia di Milano e dalle loro difficoltà di espressione; e anche, che l’analisi del nostro sistema concettuale e degli “strumenti simbolici” di cui si serve, muove direttamente dai problemi materiali affrontati da molte persone (tra le quali probabilmente anche l’autrice) e irrisolti sul piano speculativo: la generazione materiale del segno; la generazione da un uomo e una donna in molte sue implicazioni; la dinamica sociale dei due sessi; l’esperienza muta di ciò che non è codificabile all’interno dei processi simbolici dominanti (l’ordine simbolico); l’esperienza, vissuta con sofferenza, del distacco tra piacere e sapere, cioè della scissione tra il regime del vero/falso e le capacità conoscitive connesse al piacere, nonostante autorevoli esempi, ormai da decenni, si preoccupino di rendere conto del contatto tra le due cose – si pensi a Foucault che rileva come anomalia il fatto che il piacere non sia considerato fonte di verità, malgrado “taccia quando mente e dica il vero quando parla”; oppure a Milan Kundera che, nel suo saggio sull’arte del romanzo, considera la conoscenza l’unica “morale” del romanzo, unica norma che esso deve rispettare all’interno dell’immensa possibilità degli strumenti linguistici a sua disposizione.

L’analisi del linguaggio di Muraro prende le mosse dallo schema degli assi incrociati di Jakobson, secondo cui la generazione primaria del significato avviene sulla doppia direttrice simbolica della metafora e della metonimia (selezione e combinazione). Ma ciò che emerge da subito come problema è la natura del rapporto tra questi due tipi di produzione simbolica, la cui dinamica sembra legata sotto molti aspetti alle esistenze di individui e parti di società le cui esperienze vengono ignorate o ridotte al silenzio, la cui produzione simbolica cioè è nulla o relegata all’imitazione meccanica (come in quella che Freud considerava la “coazione alla ripetizione”).

L’inimicizia di cui si parla nella seconda parte del titolo (quella tra metafora e metonimia) non viene intesa come netta contrapposizione tra processi inconciliabili, ma come articolazione di un processo unitario – che ha origine quando “uno prende a parlare” e che si svolge all’interno di una normalità simbolico-sociale. In questa articolazione emergono due modi interdipendenti di elaborazione simbolica, la cui complicità non è chiara e probabilmente non è nemmeno equilibrata, come ha ritenuto la quasi totalità degli interpreti dello schema degli assi incrociati.

Muraro, riconoscendo nella pratica metonimica una possibilità di affrancamento delle soggettività deboli, indica allo stesso tempo che questo non presuppone l’esistenza di corpi “pre-linguistici” all’interno dell’ordine simbolico in cui viviamo, ma corpi sociali selvaggi e ordinati. La possibilità di acquisire capacità linguistica fa già parte del simbolico anche per i primi, e in questo si esclude l’ipotesi di un grado zero del linguaggio, in cui sarebbe assente lo scarto retorico. Il presupposto del riconoscimento di questa possibilità è, invece, la chiarificazione della funzione di queste due figure retoriche all’interno del sistema concettuale prevalente:

l’asse metaforico, che opera nel senso della selezione e della sostituzione dei significati, quindi della generalizzazione e dell’astrazione che allontanano le parole dalle cose, in un moto che si potrebbe definire “ascendente”;

– l’asse metonimico, che combina e collega, non generalizza in quanto i significati sono implicati nel contesto e “prendono senso attraverso i riferimenti e le associazioni”, per cui funge da ostacolo al moto ascendente della metafora verso l’astrazione, ma in qualche modo è sembrata – soprattutto nello strutturalismo – indispensabile come continua riserva di senso per la produzione metaforica, esempio immanente al linguaggio del contatto tra le parole e le cose.

Più che una collaborazione pacifica, il rapporto tra metafora e metonimia sembra perciò essere una concorrenza: tale concorrenza è secondo Muraro squilibrata a favore della produzione metaforica, che sfrutta le risorse metonimiche restituendo solo parte di esse, mentre molta parte verrebbe “cancellata” dal processo di sostituzione. Molta parte che vuol dire “pezzi interi di esistenza” condannati per esistere al silenzio o alla ripetizione. Tutto ciò sembra svelare l’esistenza di uno “scollamento” tra le cose e le parole che caratterizza da principio ogni generazione dei significati interna alla nostra civiltà (e interna a quello che Muraro chiama il regime di ipermetaforicità).

La nostra cultura e la società che ne deriva risultano imbrigliati in un tentativo infinito di “integrale ripresentazione del mondo” attraverso parole, figure, immagini cioè astrazioni, generalizzazioni, razionalizzazioni che nel meccanismo della selezione e della codificazione dei significati escludono parti consistenti di realtà e finiscono spesso col trasformare le cose in segni di qualcos’altro e qualcos’altro ancora, così via fino a divenire segni di niente.

Ma le pratiche “sovversive” rispetto a questa sorta di perdita d’esperienza del regime ipermetaforico fanno già parte dell’ordine simbolico, in atto o in potenza, emergono o rimangono nel silenzio rispetto all’ordine simbolico dominante in relazione ai “movimenti” dell’ordine sociale e alle loro reciproche implicazioni. Alcune di queste pratiche sono anch’esse dei moventi per il racconto di Muraro, come ad esempio l’esperienza individuale e collettiva dei percorsi di autocoscienza, di riappropriazione del sé e di condivisione di esperienze tra donne al di là dell’ordine patriarcale, e quindi della presenza fisica e morale dell’autorità maschile; e anche, le esperienze educative che cercano di recuperare il contatto tra piacere e sapere, conoscenza e gioco, e ogni pratica spirituale ignorata dai modelli educativi principali. Come il college povero sognato da Virginia Woolf  (ne Le tre ghinee), dove tra le altre cose si impara “l’arte dei rapporti umani, l’arte di comprendere la vita e la mente degli altri”.

In questo testo* tento di ripercorrere alcuni tratti salienti del rapporto tra retorica, linguaggio e società moderna, ad iniziare dal declino umanistico della topica aristotelica e dal contemporaneo emergere di prospettive linguistiche e simboliche diverse o opposte ad essa – la retorica di Francesco Patrizi e in particolare alcune questioni linguistiche poste dal riaffiorare della tradizione alchemica; l’intepretazione dei miti di Giambattista Vico in relazione alla sua filosofia del verum-factum; l’ascesa della retorica umanistica e il declino, inversamente proporzionale ad essa, dei trattati normativi classici. Fino ad arrivare alla svolta novecentesca che prende in considerazione la pervasività spesso occulta di alcuni aspetti retorici e simbolici nelle comunità linguistiche contemporanee, e ha generato la nuova retorica, attenta soprattutto al ruolo particolare di alcuni dei tropi classici all’interno del nostro sistema linguistico-concettuale.

I problemi posti da Maglia o uncinetto – e dagli altri testi di Luisa Muraro e delle altre donne del pensiero della differenza sessuale – mettono in rilievo l’interdipendenza tra l’ordine simbolico, in cui sono inserite e agiscono le figure retoriche prevalenti della nostra civilità, e l’ordine sociale patriarcale.

 

*Un racconto metonimico è la premessa al testo Gli ordini simbolici di metafora e metonimia, G. Ricciato, Tesi di laurea, Univ. di Bologna, 2004. Chi vuole leggerlo può richiederlo alla seguente email:

gianlucaricciato at gmail.com

** Le foto di questo articolo sono riprese dal testo Almanacco Bompiani 1978 – Sorelle d’Italia. l’immagine della donna dal ’68 al ’78, Bompiani Mi 1977

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L’essere senza potere

Riflessioni a margine della manifestazione bolognese del 13 febbraio 2011

Ci troviamo, dopo la manifestazione delle donne, tra maschi. Non siamo stati sempre tra maschi in questa giornata naturalmente, siamo stati fra amiche e compagne presenti con più convinzione di noi in una manifestazione indetta da donne, criticata da altre donne, alla fine condivisa da molte donne di idee anche molto diverse. Ma la manifestazione andava al di là delle donne e di tutta l’infinita discussione delle ultime settimane su moralismo, dignità, perbenismo e “permalismo”, andava al di là dell’attualità e di Berlusconi e ci ha parlato del nostro tempo.

Ci troviamo dicevo tra maschi, in 4, a chiacchierare davanti a una birra, intorno alle sette, nel tepore minimal del Punto di Bologna, finalmente fuori dall’umidità che ci trapassava le orecchie e i sensi, nella piccola folla della domenica sera post manifestazione. E casualmente iniziamo a parlare dei nostri padri. Non so se sia uscito per caso il discorso. Dei nostri padri a cui vogliamo bene e da cui ci sentiamo così diversi, ci risentiamo, con cui litighiamo e stiamo male per questo, che vorremmo diversi ma che giustifichiamo per essere così. I nostri padri così simili a Berlusconi anche se lo attaccano, così abituati alle doppie morali, alle doppie vite, così poco inclini come sono sempre stati a capire perché siamo così diversi da loro. Così abituati a mentire per il bene, ad accettare la sessuofobia cattolica delle loro mogli e ad andare a sfogarsi altrove, perché questo era il meno peggio. Così chiusi durante la loro maturità all’ascolto, nel senso proprio di stare ad ascoltare quando gli stai parlando di cose che non vogliono o non riescono più a sentirsi dire, e allora vanno via, svicolano mentalmente e fisicamente, si fanno sempre più impenetrabili, e tu ti incazzi, tu che hai deciso da quando avevi sedici anni che devi dire quello che pensi e non quello che vogliono che pensi.

“Tutto su mio padre” era il tema di un incontro di qualche anno fa di riflessione maschile nel giro di uomini che poi sarebbe confluito in Maschile Plurale. E io mi sto chiedendo se non sia un caso che siamo finiti a parlare di questo proprio in questo giorno, in cui più che la questione femminile è la sessualità maschile il vero punto critico e dolente della faccenda.

Mi rendo conto che essere oggetto di desiderio è la cosa che ancora mi sconvolge di più. Lo do per scontato nell’agire una relazione amorosa, è impossibile per me – al contrario di molti nostri padri e governanti – fare sesso con una persona che non mi considera tale, però c’è una parte di me che fa ancora fatica ad accettarlo. Che io possa essere oggetto di desiderio. Perché è stata troppo forte su di me la pressione di dover essere principalmente soggetto di desiderio, conquistatore, corteggiatore, facilitatore di inizi amorosi. Mi sconvolge perché mi piace ed è destabilizzante per gli ordini simbolici costituiti dei rapporti tra i sessi, perché ad esempio una donna che desidera e che mi desidera e che agisce quel desiderio è la molla che fa scattare tante cose in me, tra cui la voglia di vivere tanto per dirne una. Quando ero adolescente lo consideravo impossibile, e non solo perché ero troppo brufoloso, ma soprattutto perché consideravo che fosse impossibile che una ragazza non fosse sempre l’oggetto di conquista e che noi maschi non fossimo sempre pronti a fare le prime mosse, a mascherarci da vincenti e sicuri di noi per mettere in scena la commedia dell’intorto. Mi sentivo incapace di farlo e perciò inferiore, poi ho capito che funzionavo diversamente ed è stata una liberazione.

Il problema è che questo scatto di generazione che forse vale per me e gli altri presenti al tavolino di questa serata non è avvenuto sempre. Del resto il tempo fa giri strani. Oggi ci sono maschi più giovani di me che ragionano e desiderano senza prendere in considerazione l’essere desiderati, che vivono iniziando a crearsi mondi paralleli, da una parte gli amici maschi con cui condividere pallone e cazzate, dall’altra fidanzate con cui passano il tempo rompendosi le palle per avere quel poco di sesso che gli tocca e perché hanno paura di restare soli e doversi guardare dentro e trovare un abisso di problemi irrisolti. Oggi forse più che venti o trenta anni fa, quando le cose erano in discussione, la coppia è ritornata a funzionare come risolutrice di tensioni sociali e psicologiche, come ancora di salvezza dal mondo esterno anche se questa coppia dura sempre meno, è sempre meno felice e spesso azzera da subito il desiderio.

Perché di donne che vogliono tornare a fare la parte dell’angelo del focolare in teoria ce ne sono sempre meno, ma le alternative non sono sempre così chiare, lo stereotipo della brava ragazza che vuole mettere su famiglia agisce ogni giorno attraverso i media postmoderni, per bocca perfino delle escort, che come dice Carla Corso in un’intervista di qualche giorno fa sul manifesto, non vogliono essere chiamate prostitute perché nel nuovo gioco pubblico della doppia morale devono fingere di essere solo delle ragazze un po’ perse ma comunque per bene. “Le donne stesse – dice la Corso – si sono riappropriate dello stereotipo dell’angelo del focolare, della donna dolce e sottomessa, che non chiede molto ma è sempre disponibile, e a letto è un po’ troia: perché così è più semplice avere una relazione di coppia”.

Credo di essermi liberato da molte paturnie allora pensando che l’incontro chimico tra desideri avrebbe destabilizzato il mondo e la mia vita e mi avrebbe fatto vivere cose fantastiche. E così è stato a volte. Ma mi ritrovo ad essere entrato nel mondo degli adulti italiani a tutti gli effetti in mezzo a calciatori e veline e ai loro e alle loro replicanti. Che siamo anche noi, perché è difficile liberarsi di nuovo da questi stereotipi quando ti assediano ogni giorno e li riproduci senza accorgertene. Bisogna aprire continuamente squarci di verità e non sempre è facile, penso al memorabile libro dell’ex calciatore Carlo Petrini, Nel fango del Dio pallone, in cui si descrivono file di calciatori degli anni settanta e ottanta alle porte dei bordelli clandestini, tutti felicemente sposati a vent’anni per obbligo, perché il calciatore deve essere un simbolo per i ragazzini. Un simbolo di falsità e di messinscena sociale, appunto. Non è cambiato niente, o forse quello che è cambiato è troppo poco se nel 2011 questo sistema funziona ancora e il finanziatore dei calciatori e delle veline ha imposto una dittatura mediatica di vent’anni all’Italia.

Ma la mia liberazione era passata attraverso un’idea ben precisa, che era quella di essere un essere senza potere. Lo avevo imparato dai racconti di Tondelli principalmente ma anche da quello che ci dicevamo tra amici e amiche adolescenti insofferenti. Non volevo opporre grandi schemi ideologici contro i modelli dominanti, volevo solo vivere senza esercitare il potere, in tutte le sue forme, economiche, razziali, sessuali, morali, vivere per vivere perché da lì sarebbero scaturite la felicità e la libertà. Dall’essere pienamente un corpo e una vita, non una misera scissione di vite e di morali.

Il piccolo mondo antico dominato da maschi adulti ci guardava come alieni per come ci vestivamo, per quello che fumavamo, per come parlavamo, per gli orari in cui andavamo a letto e ci svegliavamo, per gli affetti e gli amori che ci scambiavamo al di là delle cornici accettate. O perché magari uscivo da solo con un’amica senza provarci, o perché consideravo le relazioni di amicizia più importanti delle relazioni di sangue. Il piccolo mondo antico si vendicava, e si è vendicato, riportando tutta quella che era la sua decadenza storica nella riproposizione mediatica a reti unificate della morale anni Cinquanta e della doppia morale dell’uomo conquistatore. Riportando la mitologia del boom economico – il nuovo miracolo italiano – come unica forma di esistenza materiale possibile nelle nostre menti, nonostante i fatti stessi dicano che non c’è fine alla crisi economica di un sistema che si è divorato il mondo e non c’è via di uscita se non si esce dal nuovo schiavismo lavorativo che ci mangia il tempo, ci rende infelici e ci consuma le relazioni.

Sono solo ologrammi di un mondo in rovina. Solo che per liberarci da questi ologrammi dovremmo magari rifare il mondo, magari iniziando a riconoscere come funzionano nella nostra mente questi ologrammi, tutte le volte, non solo quando c’è un Berlusconi da mandare via, ma soprattutto quando ci fanno desiderare il potere contro qualcuno o qualcuna e ci fanno dimenticare che nelle carceri italiane, nei centri di detenzione, sui barconi nei nostri mari, nei luoghi di lavoro, nel chiuso delle mura delle famiglie per bene ogni giorno quel piccolo mondo antico capitalista e patriarcale rifonda la sua ideologia mortifera. Che prima o poi morirà definitivamente, ma se riusciremo a liberare veramente i nostri desideri magari faremo nascere qualcosa di nuovo.

Pubblicato in origine nel blog di Daniele Barbieri e altr*


***Due note in una, che non avevo esplicitato all’uscita di questo articolo un anno fa

Il titolo L’essere senza potere rimanda al saggio dello scrittore Enrico Palandri, Altra Italia, che si trova nel n. 9 di “Panta” (1992), cioè il numero monografico dedicato a Pier Vittorio Tondelli dopo la sua morte. E’ Palandri che ha utilizzato e forse coniato questa espressione. “Alle piramidi del potere”, scrive Palandri, “si opponeva non un’altra piramide ma un essere senza potere, fuori dai meccanismi della promozione sociale”

La seconda nota è che per quanto mi riguarda l’espressione essere senza potere rimanda inevitabilmente al pensiero anarchico, nel senso più letterale del termine an-archia

Fine dell’anno. Fine del mondo. Ozio creativo

Fine dell’anno fine del mondo.

Un po’ perchè da anni si va millantando questo sul 2012, un po’ perchè sembra spesso che veramente stia crollando tutto.

Il 2011 finisce con le facce stanche e depresse di chi fa lavori inutili, se non dannosi, ciclici, reiteranti, seriali, paranoici, svogliati e li accetta perché è pazzia lasciare o non accettare un lavoro oggi, no?

Finisce con la melassa inutile del lamento precario di quelli come me.

Mi lamento ma che mi lamento.

Ma dato che questo blog atroce non ama le lamentazioni ma le narrazioni, le favole e a volte i rigurgiti, esso blog lascia il 2011 con una speranza oziosa e creativa.

Io credo insieme a poch* altr* che lo pensano, che l’ozio creativo sia una delle poche vie di fuga, o quanto meno conditio sine qua non.

Lasciamo per un attimo la nostra coazione produttivista a pensare che l’ozio è il padre dei vizi, coazione per l’appunto patriarcale e capitalista che ci ha portato a consumare il pianeta terra e a distruggere le relazioni umane facendo finta di stare facendo qualcosa di utile e importante a ogni ora del giorno.

Lasciamo che sia la verità, quella dei sensi, non la Verità maiuscola e assoluta delle fanfare filosofiche bianche e maschie.

La verità dei sensi non è che i miei problemi sono causati dai lavavetri censurati da mostri cofferatiani, dagli immigrati che rubano l’identità a pagliacci casapaundici, dai mutui da accendere per fare finta di essere ancora vivi in quel quadretto da mulino bianco che costruirono i nostri predecessori.

I miei sensi mi dicono da tempo che è tutto finito ed è tutto da reinventare.

Non lo so come, ma a istinto seguo degli spunti. Quelli accademico-intelligenti devono seguire le vie analitiche, mentre gli spunti più reali e veri come sempre seguono altre vie. Oziose, creative, artistiche, sonore, cazzeggiose.

Ognun* è invitat* ad aggiungerne, se ne ha. Di spunti e di vie.

Questa che vi presento è per me una delle vie, sotto le mentite spoglie di una bella canzone bossa di un gruppo amico e di un articolo che feci l’anno scorso a partire da una loro riflessione.

Buona fine del mondo occidentale

E buon 2012

Bella!

🙂

Ozio creativo mangia capitale

Al Parlangeli di Lecce si è svolto un seminario tanto anomalo quanto necessario voluto dal consiglio didattico di Filosofia, per parlare di otium e negotium latini, ma soprattutto dei modi possibili per mettere in discussione oggi un produttivismo insensato che logora l’esistenza di tutti.

È una cosa talmente radicale che è difficile da vedere e da praticare anche per i più acerrimi nemici del sistema: ammutinare il produttivismo. Se ne è parlato a Lecce, nientemeno che all’Università, con artisti, professori e professionisti vari. Professionisti ufficialmente del neg-otium, ma in realtà tutti più o meno implicati in varie forme di ozio creativo.

Il pretesto è stato l’uscita dell’album Sciù Sciù degli Anima Lunae (Capitoni Coraggiosi, 2009), sorprendente e tenace gruppo leccese di musica caraibica e sudamericana – il son salentino, amano chiamarlo. L’organizzatore di questo seminario, intitolato Otium e negotium – Dal principio di prestazione all’ozio creativo, è proprio il cantautore Beppe Elia, poeta che canta alla luna e anima degli Anima Lunae.

La cricca chiamata a raduno per questo seminario formativo è formata da una credibile serie di personaggi – dal sociologo delle transe Piero Fumarola ad uno dei protagonisti dell’ambientalismo salentino come Sebastiano Venneri – resistenti alle monocolture del produttivismo seriale occidentale. O per dirla più semplicemente da una serie di persone che nella vita hanno tentato di non dividersi fra tempo libero e tempo occupato, fra sapere da una parte e piacere dall’altra, fra produzione e ricreazione.

“La movida, il tempo libero, la ri-creazione” dice il professor Domenico Fazio “non sono altro che attività canonizzate del consumo”. “Costringere tutti a tornare al negotium” aggiunge Carlo Formenti “è stata l’arma del liberismo per sopprimere la ribellione degli anni Settanta, l’inizio della frammentazione e dell’individualismo. Fino ad arrivare ai giorni nostri dove l’ozio è talmente negato da essere totalmente risucchiato nella produttività: ogni comunicazione, ogni chiacchiera, ogni forma di divertimento deve finire per produrre ricchezza per qualcun altro, l’hi-tech del capitalismo globale si fonda sul nostro divertimento, sul nostro tempo (apparentemente) libero passato a consumare comunicazione fra social network e cellulari. L’unico modo che ci rimane è di riservarci un residuo di otium veramente libero e creativo almeno per ragionare di questo!”.

Sono l’arte, la fantasia e il tempo per praticarle, questo residuo?

Proprio a questo proposito, nell’affermare che le lotte degli anni Settanta hanno rappresentato dopo secoli le prime forme collettive di ammutinamento dalla cultura produttivista – l’ozio al potere – Luigi Lezzi ricorda il capo sioux Alce Nero che diceva: “Il mio popolo non lavorerà mai” e gli indiani metropolitani del Settantasette occidentale che riprendevano questo slogan.

“Per Alce Nero non era il rifiuto del lavoro tout court” spiega Lezzi “era il rifiuto del vostro lavoro, di questo lavoro.”

Di un modo di produrre che divide l’anima dal corpo, l’essere umano dalla terra, di un tempo della produzione che ruba sei giorni su sette al tempo della vita.

Il neg-otium era per i Latini negazione dell’otium. Era cioè la forma negativa della contemplazione, del pensiero, il negarsi a se stessi per iniziare ad agire, e poi ritornare all’ozio. Non era apatia né il padre dei vizi, era il “rotolare dei pensieri”, la divagatio mentis necessaria per poter ragionare del negotium.

Oggi probabilmente non serve più ragionare dei nostri vari e incessanti negotia, e magari è per questo che tutto va allo scatafascio. Ora che, come dice Venneri, “perfino la vacanza ha perso il suo senso etimologico di vuoto, assente, vacante, per essere continuamente riempita di attività che consumano noi stessi e il territorio”.

Per evitarci, anche in vacanza, di pensare a noi stessi e al territorio. Perché contemplare la Natura è ormai perdita di tempo.

“È da una certa fase del medioevo” ci ricorda Mino Toriano, chitarrista degli Anima Lunae “che l’otium è diventato l’allegoria di uno dei sette peccati capitali – l’accidia – il demone meridiano che attaccava gli alacri e produttivi monaci proprio nel loro momento di maggiore debolezza, allo schiacco pomeridiano del Sole, con l’arma impropria della divagatio mentis”.

E’ passato un millennio ma non sembra molto diversa quest’allegoria dalla pericolosa sonnolenza postprandiale che si aggira negli uffici metropolitani dopo la mezz’ora quotidiana di pausa pranzo.

Al fondo dei liberi e divaganti pensieri che hanno riempito questa nuvolosa mattinata salentina di inizio estate del secondo anno di crisi globale, ci sono in realtà molti nodi cruciali del pensiero occidentale e delle nostre esistenze quotidiane, magari non nominate esplicitamente ma continuamente in filigrana in tutti gli interventi: la possibilità in quest’epoca di creare, di fare arte, poesia nel senso etimologico della poiesis, del fare appunto; il nostro modello di sviluppo improntato alla crescita illimitata e alla produzione incessante contro le teorie antiutilitariste e della decrescita; l’utilizzo coloniale delle terre di conquista, cioè dei vari Sud del mondo e delle loro genti, da parte di un Nord, geografico o mentale, che non ha mai perso il vizio di imporre con la forza i propri valori; le fondamenta millenarie di una cultura occidentale che ha consumato non solo la Natura, ma anche le sue radici storiche, quell’equilibrio fondante che si racchiudeva nel famoso passo ciceroniano in cui l’ozio preparava al negozio, in un andirivieni virtuoso che garantiva la sana e saggia esistenza del corpo e dello spirito.

Gianluca Ricciato

Pubblicato in origine in danielebarbieri.wordpress.com