Scioperare dal privato e dalle doppie morali

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«Dietro ogni grande uomo c’è una grande donna». Sento questa frase da quando sono piccolo e prima mi faceva molto effetto. Mi faceva pensare a qualche specie di trama femminile che si tesseva nelle case private dei grandi uomini pubblici, cantanti, scrittori, presidenti e imprenditori. Mogli, compagne e fidanzate più o meno affascinanti che nei letti notturni suggerivano le grandi frasi e le grandi azioni. E tutto questo, devo dire, aveva il suo fascino e vedo che lo ha ancora. Poi, con l’affermazione della parità («ora che non possiamo farne a meno, per non farci smascherare facciamo in modo che anche le donne abbiano la loro fetta di pubblico, la loro quota rosa», più o meno), anche i veri o immaginari mariti delle donne di potere hanno assunto questo ruolo fascinoso. Questa immagine però ormai da molto tempo ha iniziato a nausearmi.

Prima di tutto voglio specificare una cosa. Non voglio dire che il privato non sia importante. Anzi al contrario credo che ogni azione pubblica o politica abbia in realtà un’origine o un movente personale, credo cioè che la spinta verso cui si muovono tutti e tutte nell’agire pubblico sia comunque una spinta personale, buona o cattiva che sia: si tratti cioè di un piccolo e squallido tornaconto economico o di una grande ingiustizia vista o subita che ti porta ad accogliere una grande causa. Sarà parziale come visione ma io vedo sempre di più questo.

Quindi la nausea che mi iniziò a salire qualche anno fa – nausea reale, non metaforica, in tante occasioni di movimento, a esempio – non mi derivava dalla presenza del privato, quanto invece dalla divisione netta fra questi due spazi, il pubblico/politico e il privato/personale, che sia i capetti alternativi di turno che il mainstream mediatico alimentavano e alimentano più o meno consapevolmente. Questa divisione è anche la divisione fra lo spazio del dicibile e del non dicibile, del fattibile e del non fattibile, che risale storicamente alla divisione fra maschile e femminile innanzitutto e alla doppia morale tipicamente patriarcale fra vizi privati e pubbliche virtù. Altri momenti di nausea, legati a questo discorso, furono il vedere questa divisione agita da tanti maschi e anche da alcune femmine nelle loro relazioni, ancora oggi nel duemilatredici, e nelle nuove versioni del capitalismo emancipatorio.

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La presenza maschile nell’educazione al genere

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La presenza maschile nell’educazione al genere

di Sandro Casanova e Gianluca Ricciato

Contributo presentato nel Seminario “La scuola che fa la differenza”, Bologna 29 Nov 2012 pubblicato a cura del Progetto Alice

La presenza in Italia di reti di uomini che mettono in discussione il maschilismo e il sessismo – dal punto di vista personale, culturale e politico – ha generato la possibilità di avviare un discorso maschile di educazione al genere, e conseguentemente delle pratiche professionali, in sinergia con il pensiero e le pratiche femminili, finalmente fuori dalla neutralità di cui si ricoprono storicamente i discorsi del potere maschile dominante.[1] Continua a leggere “La presenza maschile nell’educazione al genere”

TRASFORMARE IL MASCHILE

Piccolo spazio pubblicità. E’ appena uscito questo volume generato in un anno di lavoro collettivo in presenza fisica e virtuale del gruppo Trasformazione, il gruppo che si occupa di pedagogia, didattica e formazione all’interno di Maschile Plurale. Accattatevillo!! (Il ricavato delle vendite sarà devoluto a sostegno dell’associazione, che ne ha tanto bisogno!)

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L’essere senza potere

Riflessioni a margine della manifestazione bolognese del 13 febbraio 2011

Ci troviamo, dopo la manifestazione delle donne, tra maschi. Non siamo stati sempre tra maschi in questa giornata naturalmente, siamo stati fra amiche e compagne presenti con più convinzione di noi in una manifestazione indetta da donne, criticata da altre donne, alla fine condivisa da molte donne di idee anche molto diverse. Ma la manifestazione andava al di là delle donne e di tutta l’infinita discussione delle ultime settimane su moralismo, dignità, perbenismo e “permalismo”, andava al di là dell’attualità e di Berlusconi e ci ha parlato del nostro tempo.

Ci troviamo dicevo tra maschi, in 4, a chiacchierare davanti a una birra, intorno alle sette, nel tepore minimal del Punto di Bologna, finalmente fuori dall’umidità che ci trapassava le orecchie e i sensi, nella piccola folla della domenica sera post manifestazione. E casualmente iniziamo a parlare dei nostri padri. Non so se sia uscito per caso il discorso. Dei nostri padri a cui vogliamo bene e da cui ci sentiamo così diversi, ci risentiamo, con cui litighiamo e stiamo male per questo, che vorremmo diversi ma che giustifichiamo per essere così. I nostri padri così simili a Berlusconi anche se lo attaccano, così abituati alle doppie morali, alle doppie vite, così poco inclini come sono sempre stati a capire perché siamo così diversi da loro. Così abituati a mentire per il bene, ad accettare la sessuofobia cattolica delle loro mogli e ad andare a sfogarsi altrove, perché questo era il meno peggio. Così chiusi durante la loro maturità all’ascolto, nel senso proprio di stare ad ascoltare quando gli stai parlando di cose che non vogliono o non riescono più a sentirsi dire, e allora vanno via, svicolano mentalmente e fisicamente, si fanno sempre più impenetrabili, e tu ti incazzi, tu che hai deciso da quando avevi sedici anni che devi dire quello che pensi e non quello che vogliono che pensi.

“Tutto su mio padre” era il tema di un incontro di qualche anno fa di riflessione maschile nel giro di uomini che poi sarebbe confluito in Maschile Plurale. E io mi sto chiedendo se non sia un caso che siamo finiti a parlare di questo proprio in questo giorno, in cui più che la questione femminile è la sessualità maschile il vero punto critico e dolente della faccenda.

Mi rendo conto che essere oggetto di desiderio è la cosa che ancora mi sconvolge di più. Lo do per scontato nell’agire una relazione amorosa, è impossibile per me – al contrario di molti nostri padri e governanti – fare sesso con una persona che non mi considera tale, però c’è una parte di me che fa ancora fatica ad accettarlo. Che io possa essere oggetto di desiderio. Perché è stata troppo forte su di me la pressione di dover essere principalmente soggetto di desiderio, conquistatore, corteggiatore, facilitatore di inizi amorosi. Mi sconvolge perché mi piace ed è destabilizzante per gli ordini simbolici costituiti dei rapporti tra i sessi, perché ad esempio una donna che desidera e che mi desidera e che agisce quel desiderio è la molla che fa scattare tante cose in me, tra cui la voglia di vivere tanto per dirne una. Quando ero adolescente lo consideravo impossibile, e non solo perché ero troppo brufoloso, ma soprattutto perché consideravo che fosse impossibile che una ragazza non fosse sempre l’oggetto di conquista e che noi maschi non fossimo sempre pronti a fare le prime mosse, a mascherarci da vincenti e sicuri di noi per mettere in scena la commedia dell’intorto. Mi sentivo incapace di farlo e perciò inferiore, poi ho capito che funzionavo diversamente ed è stata una liberazione.

Il problema è che questo scatto di generazione che forse vale per me e gli altri presenti al tavolino di questa serata non è avvenuto sempre. Del resto il tempo fa giri strani. Oggi ci sono maschi più giovani di me che ragionano e desiderano senza prendere in considerazione l’essere desiderati, che vivono iniziando a crearsi mondi paralleli, da una parte gli amici maschi con cui condividere pallone e cazzate, dall’altra fidanzate con cui passano il tempo rompendosi le palle per avere quel poco di sesso che gli tocca e perché hanno paura di restare soli e doversi guardare dentro e trovare un abisso di problemi irrisolti. Oggi forse più che venti o trenta anni fa, quando le cose erano in discussione, la coppia è ritornata a funzionare come risolutrice di tensioni sociali e psicologiche, come ancora di salvezza dal mondo esterno anche se questa coppia dura sempre meno, è sempre meno felice e spesso azzera da subito il desiderio.

Perché di donne che vogliono tornare a fare la parte dell’angelo del focolare in teoria ce ne sono sempre meno, ma le alternative non sono sempre così chiare, lo stereotipo della brava ragazza che vuole mettere su famiglia agisce ogni giorno attraverso i media postmoderni, per bocca perfino delle escort, che come dice Carla Corso in un’intervista di qualche giorno fa sul manifesto, non vogliono essere chiamate prostitute perché nel nuovo gioco pubblico della doppia morale devono fingere di essere solo delle ragazze un po’ perse ma comunque per bene. “Le donne stesse – dice la Corso – si sono riappropriate dello stereotipo dell’angelo del focolare, della donna dolce e sottomessa, che non chiede molto ma è sempre disponibile, e a letto è un po’ troia: perché così è più semplice avere una relazione di coppia”.

Credo di essermi liberato da molte paturnie allora pensando che l’incontro chimico tra desideri avrebbe destabilizzato il mondo e la mia vita e mi avrebbe fatto vivere cose fantastiche. E così è stato a volte. Ma mi ritrovo ad essere entrato nel mondo degli adulti italiani a tutti gli effetti in mezzo a calciatori e veline e ai loro e alle loro replicanti. Che siamo anche noi, perché è difficile liberarsi di nuovo da questi stereotipi quando ti assediano ogni giorno e li riproduci senza accorgertene. Bisogna aprire continuamente squarci di verità e non sempre è facile, penso al memorabile libro dell’ex calciatore Carlo Petrini, Nel fango del Dio pallone, in cui si descrivono file di calciatori degli anni settanta e ottanta alle porte dei bordelli clandestini, tutti felicemente sposati a vent’anni per obbligo, perché il calciatore deve essere un simbolo per i ragazzini. Un simbolo di falsità e di messinscena sociale, appunto. Non è cambiato niente, o forse quello che è cambiato è troppo poco se nel 2011 questo sistema funziona ancora e il finanziatore dei calciatori e delle veline ha imposto una dittatura mediatica di vent’anni all’Italia.

Ma la mia liberazione era passata attraverso un’idea ben precisa, che era quella di essere un essere senza potere. Lo avevo imparato dai racconti di Tondelli principalmente ma anche da quello che ci dicevamo tra amici e amiche adolescenti insofferenti. Non volevo opporre grandi schemi ideologici contro i modelli dominanti, volevo solo vivere senza esercitare il potere, in tutte le sue forme, economiche, razziali, sessuali, morali, vivere per vivere perché da lì sarebbero scaturite la felicità e la libertà. Dall’essere pienamente un corpo e una vita, non una misera scissione di vite e di morali.

Il piccolo mondo antico dominato da maschi adulti ci guardava come alieni per come ci vestivamo, per quello che fumavamo, per come parlavamo, per gli orari in cui andavamo a letto e ci svegliavamo, per gli affetti e gli amori che ci scambiavamo al di là delle cornici accettate. O perché magari uscivo da solo con un’amica senza provarci, o perché consideravo le relazioni di amicizia più importanti delle relazioni di sangue. Il piccolo mondo antico si vendicava, e si è vendicato, riportando tutta quella che era la sua decadenza storica nella riproposizione mediatica a reti unificate della morale anni Cinquanta e della doppia morale dell’uomo conquistatore. Riportando la mitologia del boom economico – il nuovo miracolo italiano – come unica forma di esistenza materiale possibile nelle nostre menti, nonostante i fatti stessi dicano che non c’è fine alla crisi economica di un sistema che si è divorato il mondo e non c’è via di uscita se non si esce dal nuovo schiavismo lavorativo che ci mangia il tempo, ci rende infelici e ci consuma le relazioni.

Sono solo ologrammi di un mondo in rovina. Solo che per liberarci da questi ologrammi dovremmo magari rifare il mondo, magari iniziando a riconoscere come funzionano nella nostra mente questi ologrammi, tutte le volte, non solo quando c’è un Berlusconi da mandare via, ma soprattutto quando ci fanno desiderare il potere contro qualcuno o qualcuna e ci fanno dimenticare che nelle carceri italiane, nei centri di detenzione, sui barconi nei nostri mari, nei luoghi di lavoro, nel chiuso delle mura delle famiglie per bene ogni giorno quel piccolo mondo antico capitalista e patriarcale rifonda la sua ideologia mortifera. Che prima o poi morirà definitivamente, ma se riusciremo a liberare veramente i nostri desideri magari faremo nascere qualcosa di nuovo.

Pubblicato in origine nel blog di Daniele Barbieri e altr*


***Due note in una, che non avevo esplicitato all’uscita di questo articolo un anno fa

Il titolo L’essere senza potere rimanda al saggio dello scrittore Enrico Palandri, Altra Italia, che si trova nel n. 9 di “Panta” (1992), cioè il numero monografico dedicato a Pier Vittorio Tondelli dopo la sua morte. E’ Palandri che ha utilizzato e forse coniato questa espressione. “Alle piramidi del potere”, scrive Palandri, “si opponeva non un’altra piramide ma un essere senza potere, fuori dai meccanismi della promozione sociale”

La seconda nota è che per quanto mi riguarda l’espressione essere senza potere rimanda inevitabilmente al pensiero anarchico, nel senso più letterale del termine an-archia