DOPO L’AMORE, DOPO LA COPPIA, DOPO IL LAVORO, DOPO IL SISTEMA

Scazzottata recensiva sul libro «L’amore ai tempi dello tsunami»

di Gianluca Ricciato

(articolo uscito per La Bottega del Barbieri, http://www.labottegadelbarbieri.org/dopo-lamore-dopo-la-coppia-dopo-il-lavoro-dopo-il-sistema/)

FridaKahlo-L’amoroso

«L’amore ai tempi dello tsunami»1 è un testo ricchissimo e denso che consiglio di leggere a chiunque. In particolar modo a chi sta cercando delle chiavi di lettura alle proprie instabilità di vita, di relazioni, di situazioni economico-lavorative; insomma a chi si trova per scelta o per necessità a mettere in discussione i cosiddetti “binari prestabiliti”.

In questo senso, a me sembra che sia uno dei pochi testi usciti in Italia negli ultimi anni che riesca a porre le domande giuste – più che dare risposte – attraversando una serie di tematiche, dalla transessualità alla diversabilità, dalla genitorialità gay e lesbica al rapporto fra mercato del lavoro e società, dalle nuove migrazioni al capitalismo nell’era virtuale, dai movimenti contro la globalizzazione alle nuove relazioni affettive, spesso intersecandole fra loro e cercando un bandolo della matassa che riguarda appunto la domanda generale: che cosa stiamo vivendo nei nostri microcosmi, in questo dopo 2000, di guerre globali e di crisi infinite?

Non farò una panoramica di tutti i saggi contenuti nel testo, sono tanti e non potrei esaurirli nello spazio di un articolo, ma scenderò nei particolari di alcuni che forse mi sono più vicini. Mi limito a dire che il libro ha tre curatrici, che sono anche ricercatrici sulle tematiche di genere e che ne hanno tessuto la trama chiedendo alle e ai partecipanti di non dimenticare di partire da sé, cioè di far risuonare nelle loro esposizioni il proprio vissuto e le motivazioni che le hanno portate/i a occuparsi dei loro argomenti. Alla fine di questo articolo potete trovare l’indice, che è già un buon modo per farsi un’idea. Continua a leggere “DOPO L’AMORE, DOPO LA COPPIA, DOPO IL LAVORO, DOPO IL SISTEMA”

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Fromm, l’amore di sé e l’amore per il mondo

Articolo scritto per il Blog di Daniele Barbieri e altr* (danielebarbieri.wordpress.com)

DSCN1411Nel 114° anniversario della nascita di Erich Fromm, ne approfitto per parlare di un suo libro, L’arte d’amare, che una persona a cui voglio molto bene mi ha regalato poco tempo fa. E quando il titolare di questo blog mi ha scritto per chiedermi di parlare di Fromm per la scor-data legata alla sua nascita, devo dire che sono rimasto colpito dalla coincidenza. Questo libro, che non avevo mai letto, negli ultimi tempi è stato molto importante nella mia vita, allora approfitto dello spazio pubblico e parlo di cosa mi ha smosso, partendo da alcune frasi.

Invidia, gelosia, ambizione, bramosia, sono passioni; l’amore è un’azione, un potere umano che può essere praticato solo in libertà, e non è la conseguenza di una costrizione. L’amore è un sentimento attivo, non passivo; è una conquista, non una resa. Il suo carattere attivo può essere sintetizzato nel concetto che amore è soprattutto «dare» e non ricevere.

P.32 Continua a leggere “Fromm, l’amore di sé e l’amore per il mondo”

Il male oscuro dello stagismo di stato

Prima esistevano quelli che lavoravano in proprio, come artigiani o liberi professionisti, quelli che facevano lavori creativi, che si gestivano le ore di lavoro come credevano o come era loro più consono per il tipo di lavoro che facevano. Correvano il rischio di non staccare mai, ma se la cavavano.

È bastato un piccolo semplice stratagemma per fare in modo che non esistesse più il lavoro creativo e/o autonomo e che tutte le anime venissero aziendalizzate: smettere di retribuirlo. La questione è stata mirabilmente esposta dall’attrice Maddalena Balsamo in un video di qualche mese fa dal titolo Naturalmente, ovviamente, chiaramente, non possiamo pagarti…(dedicato a tutti gli artisti)[1]

Ma io ho bisogno di capire il perché di tutto questo. Ho bisogno di capire i meccanismi mentali, perché ogni tipo di dominazione fa leva su dei meccanismi mentali, portati avanti anche da chi è soggiogato. Qualche anno fa pensavo che la mia libertà se coltivata e praticata potesse spargersi e contaminare chi mi stava intorno. Oggi penso che questo può essere vero in alcuni casi ma la cosa è molto più complessa e complicata dal fatto che se io sono libero, o almeno ho più libertà di movimento nello spaziotempo rispetto ad altri, vuol dire che la libertà può esistere, e questo a chi vive soggiogato non piace sentirselo dire.

Vorrebbe dire allora che non è vero che non c’è niente da fare, che tutti siamo costretti ad essere schiavi. Per essere vero che non c’è niente da fare, non devono esistere più persone libere. È più o meno in questo modo ad esempio che nella mia città, Bologna, sono stati soppressi quasi tutti gli spazi di socialità nel giro di vent’anni e sono state fatte fuori le menti più creative, scappate a gambe levate una dopo l’altra. Convincendo buona parte dei bolognesi che non era giusto che esistessero luoghi di incontro serali al di fuori delle case private, delle parrocchie, dei pub (fino a una certa ora) e delle sedi del partito o delle organizzazioni ad esso affini.

Il male oscuro del pensiero unico aziendale in Italia non è nato dalla legge Biagi, da Berlusconi o dalla Fiat. Ma da chi ha permesso loro di prendere piede non riuscendo più a pensare un modello di esistenza diverso. La dittatura aziendale si alimenta, per sopravvivere in questo modo totalitario senza che ci rimettano i padroni, di un’unica possibile fonte inesauribile: lo stagismo, cioè il lavoro non retribuito dei giovani o retribuito miseramente attraverso forme di contratto che non lasciano alcun potere contrattuale al lavoratore, primi tra tutti i contratti a prestazione occasionale. Come scrive Alessia Acquistapace, “sono riusciti a trasformarci in una generazione di precari complici del proprio sfruttamento e innamorati del lavoro gratuito”[2]

Se io decido di fare di una mia passione o attitudine un lavoro, come sarebbe stato ovvio per le persone libere di qualunque altra epoca, oggi ho bisogno di trovare con una certa regolarità dei committenti o degli enti con cui collaborare. Se decido di scrivere i progetti di notte e dormire di giorno, lavorare la domenica e andare a sciare il martedì, dovrebbero dunque essere cazzi miei. Il committente mi da una scadenza, e io la devo rispettare. Se la rispetto, il committente mi deve rispettare a sua volta pagandomi entro la scadenza il compenso pattuito secondo gli accordi iniziali. Sto dicendo l’ovvio, ma quest’ovvio è ciò che non avviene più, soprattutto quando si tratta di associazioni, cooperative, piccole aziende, sindacati e in generale tutta quella parte di società che era il terzo settore e tesseva i fili della cultura e delle relazioni all’interno del contesto sociale italiano. E portava voti ai partiti di sinistra. E ora si allinea alla cultura neoliberista criticandola a parole e servendosi dei suoi mezzi per creare schiavismo lavorativo.

La nostra assenza di potere contrattuale è la loro forza per andare avanti invece di rivedere i loro errori di strategia, attraverso un vergognoso esercizio di potere gerarchico mascherato da finta orizzontalità associazionistica.

Quando io chiedo alle associazioni o cooperative con cui collaboro di essere pagato entro la data stabilita, mi viene risposto che il ritardo non è causato da loro e mi viene fatto capire che se non mi sta bene posso andare via. Salvo recuperarmi all’ultimo momento – alle soglie del mio esaurimento nervoso e dopo decine di email e di pugni tirati sulla postazione bancomat quando tento inutilmente di prelevare soldi che non ho – salvo recuperarmi dicevo proponendomi d’urgenza una nuova collaborazione frutto di un nuovo finanziamento pubblico inaspettatamente arrivato. E continua la ruota, e io controvoglia sono costretto ad accettare ed evitare di mandarli affanculo, perché poi me ne potrei pentire. Ma affanculo ne ho già mandati molti, in ogni caso.

Parlo in prima persona per esperienza vissuta e per far risuonare dentro di me l’importanza del partire da sé, che è la pratica femminista che ha smascherato i meccanismi del potere patriarcale. Ora urge un nuovo partire da sé forse ancora più profondo che smascheri i meccanismi di questo nuovo totalitarismo planetario, che fonde razzismo, sessismo e capitalismo selvaggio.

Parlo in prima persona ma sono esperienze che condivido quotidianamente con tante altre persone, mutatis mutandis, solo che non possiamo fare una lotta comune. Il perché lo ha spiegato Christian Raimo in un recente articolo[3] apparso sul Manifesto, raccontando di una ragazza che collaborava part-time con l’Università guadagnando 650 euro al mese e spendendone 300 per stare in analisi a causa del lavoro che faceva. Un corto circuito mentale tra privato e pubblico, il gatto che si morde la coda. “La formazione di una coscienza di classe era stata sostituita da un percorso individuale di ricerca di sintonizzazione psicologica, per cui spendeva quasi la metà dei suoi soldi mensili”, sostiene Raimo. Impossibile trovare qualcuno con cui condividere, perché siamo migliaia di atomi che vivono accanto e non comunicano, non avendo un luogo comune, essendosi rarefatto lo spazio.

L’unica possibilità che abbiamo è politicizzare questo esaurimento nervoso.

Non credo che tutto quello che è privato debba diventare pubblico, non sono come gli ex rivoluzionari che ora sfruttano me, la mia passione e le mie energie perché hanno fallito la loro missione mitologica di prendere il potere e cambiare il mondo, e quindi si sfogano contro di noi dalla loro piccola posizione di presidenti di enti socialmente meritevoli. Per questi motivi mi rendo conto anche che sto esagerando, che non tutti sono così, che a volte non si fa quello che si vuole ma si sbaglia involontariamente, non per calcolo preciso. Ma questa non può essere una giustificazione per il sistema scientifico di sfruttamento criminale che loro contribuiscono ad alimentare.

Credo che sia importante lo sguardo interiore, anche la riservatezza, la libertà individuale e anche la psicanalisi e tante altre forme di esplorazione del sé. Ma non quando questo sguardo diventa ossessivo-complusivo, quando finisce per diventare paura, perfino di rivelare alle persone più vicine e più affini che non si hanno i soldi per mantenere uno stile di vita fatto per lo più di cose superflue e bisogni indotti.

Lo sguardo interiore dovrebbe servirci per non diventare come coloro che hanno interiorizzato le cose contro cui combattevano e ora sono peggio delle persone contro cui combattevano. Sto parlando dell’attuale sinistra italiana e dei loro affiliati nella società: come potrà mai un grande sindacato scrivere due righe contro le nuove forme di schiavismo sociale, se quelle due righe verranno probabilmente recapitate manualmente o telematicamente da un loro schiavo o schiava stagista o ultraprecaria o a servizio civile, che potrebbe leggere quelle due righe e riconoscersi pienamente?

L’altro giorno parlavo con Alberto, un amico mio coetaneo, mi raccontava del periodo in cui ha collaborato con un’associazione che si occupa di sfruttamento di donne e prostitute. Ha lavorato tre mesi per lo stage del suo Master in Diritti Civili. “Una delle responsabili un giorno è entrata raggiante in ufficio”, mi raccontava Alberto, “piena di gioia vera perché aveva appena saputo che sarebbero arrivate a lavorare sette stagiste. Ti rendi conto?” Urlava! “Sette stagiste, che lavorano a gratis per noi”. La sua unica preoccupazione era evidentemente fare bella figura con i capi o le cape, cioè gli/le ex rivoluzionari/e.

La responsabile di un’associazione che lavora contro lo sfruttamento delle donne urla di gioia perché potrà sfruttare sette ragazze.

E non si rende nemmeno conto che lo sta dicendo ad un altro sfruttato lì presente, che lavora gratis otto ore al giorno per lei, soltanto per finire un Master che lavorativamente gli servirà meno di niente. Probabilmente è questo che intendeva Foucault quando parlava di interiorizzazione del potere.

Il dado è tratto, la missione della nostra epoca è compiuta.

“E lei non è anziana” continua Alberto “è poco più grande di noi, poco prima era lei al posto mio”. Sì ma era felice perché subito dopo avrà mandato un’email al suo capo o alla sua capa, mostrandogli il bottino – le sette fanciulle – ottenuto grazie al suo impegno. È quello che si aspettano da lei, i rivoluzionari e le rivoluzionarie del tempo che fu, che ora esercitano il potere in modo subdolo e deviazionista ma fanno i moralizzatori antiberlusconiani, chiedendoci il voto ogni anno alle comunali-regionali-nazionali-europee.

E che ovviamente sono ciecamente europeisti, perchè sanno che sono lì le vacche grasse da mungere, è lì il vero potere cui leccare il culo, ben al di là delle pagliacciate italiane berlusconiane, com’è emerso definitivamente in questo agosto

“Una bestia in divisa resta una bestia”[4] cantava Frankie Hi-Nrg Mc negli anni della mia rivoluzione adolescenziale. Uno stronzo di sinistra resta uno stronzo, mi resta da pensare oggi, parafrasando.

Bisognerebbe ricominciare a pensare nuovi modi di produzione, di consumo, di relazione, di vita nello spaziotempo che la natura ci ha dato. Anzi no, bisogna smettere di pensare soltanto tutto questo e iniziare a praticarlo, perché non c’è più scampo in questo sistema di cose. C’è solo la coazione a ripetere un esaurimento nervoso. Ma non è vero che nulla può cambiare, è vero quello che noi facciamo diventare vero, con il nostro dire e il nostro fare.

Bisogna rovesciare il tavolo.

Downshifting[5].

 

Gianluca Ricciato