L’eresia della decrescita divide la sinistra (2008)

Il movimento della Decrescita, nato in Francia da qualche anno e ora ampiamente diffuso anche in Italia, sembra l’unica proposta teorica e pratica attualmente capace di mettere in discussione pacificamente il modello di vita capitalista postmoderno e ipertecnologizzato. E per questo è attaccato. Anche a sinistra, anche dentro Rifondazione.

C’è un tabù che non si può toccare all’interno dell’opinione pubblica occidentale: la crescita del PIL, cioè del Prodotto Interno Lordo, l’indice che calcola la crescita economica di una nazione. Se cresce il PIL tutti stiamo meglio, “se l’economia gira”, come ammiccava uno slogan qualche anno fa. E allora bisogna riprendere a produrre e a comprare automobili nuove, bisogna costruire nuove centrali per produrre più energia, magari anche nucleari, l’importante che sia il “nucleare sicuro” o il “carbone pulito”.

Bisogna costruire nuove infrastrutture ad alta velocità che rendano più rapidi gli spostamenti delle merci, a costo di bucare montagne piene di amianto in valli di confine già massacrate dallo sviluppo: così avremo sulle tavole l’olio spagnolo e le acque francesi, non importa se poi il nostro olio va buttato e se il mondo diventa una pattumiera di bottiglie di plastica. All’occorrenza, bisogna anche inventarsi qualche guerra, che rimetta in moto il mercato mondiale del petrolio, delle armi, dell’oppio afghano e del lavoro a basso costo nei paesi “in via di sviluppo”.

Questa che ho descritto sarcasticamente è a grandi linee l’ideologia “sviluppista”, secondo cui la crescita economica porta sempre e comunque benessere, occupazione, felicità. Ma basta prendere i dati Istat italiani degli ultimi quarant’anni, per capire che è una falsità, ad esempio perché dagli anni ’60 ad oggi i dati percentuali della disoccupazione sono rimasti pressocchè stabili a fronte di una crescita considerevole del PIL. Basterebbe questo senza addentrarsi nei danni ecologici, sociali, psichici che uno sviluppo cieco e devastante sta portando sulla Terra e nel genere umano, in cambio della comodità tecnologica (che comunque vale solo per noi occidentali, cioè il 20% della popolazione mondiale).

Ma il tabù del PIL non si tocca: se qualche giornalista televisivo si permette di farlo, viene immediatamente messo a tacere o preso per pazzo. Perché significa sradicare modelli culturali fortemente sedimentati nelle coscienze. Ad esempio, nonostante all’interno del centrosinistra, soprattutto di Rifondazione Comunista e dei Verdi ci siano degli esponenti vicini alle idee della Decrescita, o che comunque mettono in discussione il modello dello sviluppo a senso unico, arrivano spesso critiche violente e sdegnate, ad esempio da parte di alcuni economisti marxisti (il quotidiano “Liberazione” di Rifondazione è stato teatro pochi mesi fa di un acceso dibattito in questo senso).

Ma chi pratica la Decrescita? Facciamo qualche esempio: chi si autoproduce gli alimenti – pane, verdure, vino – o sceglie di acquistarli direttamente dai produttori, evitando di alimentare la distribuzione industriale (è una cosa che ad esempio da noi ha una lunga tradizione); chi lavora o pratica il risparmio energetico in generale, perché non si continui a sprecare energia prodotta con risorse critiche come il petrolio; chi “ricicla, riusa, recupera”, come dice un famoso slogan ecologista; chi sceglie di valorizzare i mezzi pubblici o ecologici rispetto alle automobili; e anche chi cerca di fare tutte queste cose ma non ci riesce fino in fondo, perché per sradicare abitudini interiori sbagliate occorrono attenzione, dedizione e lentezza, cose che troppe volte in questo mondo sembrano non esistere più. Sembrano.

Qualche indicazione italiana:

www.decrescita.it

www.decrescitafelice.it

Maurizio Pallante, La decrescita felice, Ed. Riuniti, 2005

Paolo Cacciari, Pensare la decrescita, ed. Carta – Intra Moenia, 2006

AA. VV. Disfare lo sviluppo per rifare il mondo, Jaca Book, 2005

Gianluca Ricciato

Articolo scritto per il settimanale La Pulce

POLDO

POLDO


 

 “Non tutti nella capitale 

sbocciano i fiori del male”

F. De Andrè

 

Stavo rimettendo a posto la libreria incasinata di casa dei miei quando ho ritrovato il plico di articoli. E mi sono venute in mente molte delle vicende incasinate che capitano al mio paesello che ho abbandonato un po’ di anni fa. Poi ogni volta che ci torno mi ritornano in mente varie di queste cose, ma questa è una delle più grandi e del resto per questo avevo tentato di rimuoverla più volte dalla mente.

Com’è come non è però continua a uscire fuori.

Io ci torno al mio paesello, non ho traumi da fuga, da “nun gi turnare cchiù ca cquà ngè sulu fandasmi” come diceva Philip Noiret al giovane Totò[1], i fantasmi ci sono ma c’è un sacco di gente viva che ne combina di tutti i colori, e che magari tenta di tirare innanzi l’esistenza con una potenza vitale che chi vegeta tra venti metri quadrati di appartamento e cinque di ufficio non può capire.

Ci tornai nell’ottobre 2001 al mio paesello per passare una quindicina di giorni, ero ancora studente il tempo era ancora da mare e decisi di passarli quei giorni con il libro sulla spiaggia, tutto liscio tranne che ogni venti minuti passava un jet militare ad altezza campanile di chiesa. Erano anni duri, quelli dell’inizio delle nuove crociate religiose.

Una sera di quelle, come tante altre, stavo al Free Bar a giocare a freccette, attenzione però il Free Bar non era solo freccette e non era Bar, era il locale che ci aveva fatti crescere culturalmente.

Pino e Glauco, due giovani trentenni che decidono di tentare la sorte e aprono in un paese di qualche migliaio di abitanti un posto che mette musica poco nota, che ospita informalmente riunioni e assemblee, che attira interessati musicisti della zona, e che comunque deve tirare avanti quindi fa il pub con le birre i panini i salatini le insalate-fantasy e tutto il resto piace ai miei gozzovigliosi conterranei.

Diventa praticamente subito il nostro quartier generale, mille storie nostre accaddero tra il dentro e il fuori del Free. Mai nessuno era riuscito a rovinarlo imbastendo ritrovi criminosi, inanellando risse settimanali o sottoponendo pizzi e cose varie, miracolo sembra ma in realtà ci seppero fare Pino e Glauco.

Poi arriva la sera che stavo giocando a freccette.

Era sabato di ottobre e il locale era pieno, intorno a me si beveva e si chiacchierava e i bassi battevano pesanti, io avevo un conto in sospeso con Fausto che si riteneva imbattibile alle freccette ma lo avevo battuto pochi giorni prima (avevo avuto a casa le freccette da piccolo perciò riuscivo a tenergli testa). Stavo perdendo, quando sento una specie di boato sordo alle mie spalle e vedo volare dei pezzi di vetro. Mi giro e vedo Glauco fare uno zompo da felino, superare il bancone dietro il quale stava servendo bibite, prendere per il collo della camicia inamidata un giovane locale e trascinarlo fuori alzandolo quasi da terra. Mai visto così Glauco in vita mia.

Il giovane locale in questione aveva appena frantumato una bottiglia di Ceres sulla testa di Poldo, che sanguinante riversava nel locale mentre intorno a lui nasceva il primo e ultimo casino colossale del Free Bar.

Poldo era stato mio compagno di classe alle medie, si chiamava Walter ed era figlio dell’impiegato comunale e della bidella della scuola media. A scuola capiva poco e niente di quello che gli propinavano dall’alto e il Signoreddionostro gli aveva dato scarse capacità di primeggiare nella giungla di maschi e femmine della sua età. Poldo aveva un cuore grande così però.

Iniziarono ad etichettarlo in questa maniera verso i diciott’anni, quando smise definitivamente di tentare inutilmente di studiare e iniziò a passare il tempo a girare col suo motorino scassato per il paese, a sostare ora in una ora nell’altra delle due piazze guardando il tempo che passa e le persone che si affrettano, e a mangiare sandwich e hamburger che produceva la rosticceria di una delle due piazze. Conosceva tutti e del resto non era il solo a fare quella vita, la differenza era che non lo vedevi mai sbraitare e cafoneggiare come gli altri, stava sempre al posto suo con l’aria dimessa e sorniona, composto nei vestiti anni ’50 e con l’aria da chierichetto. Un bel pezzo di personaggio insomma nella giungla paesana. “Poldo” era lo sfottò ovviamente, ma gli destinava un ruolo sociale sicuro, se stesse a Bologna, pensavo spesso quando lo vedevo, da mo’ che starebbe al Roncati[2] o al piazzale Ovest a ricevere l’elemosina dai volontari di Piazza Grande e della Caritas.

I suoi genitori avevano sperato tanto di fargli fare il percorso del fratello maggiore, erano buoni anche loro ma fissati a richiedere da lui più di quello che riusciva a prendere dalla società dello spettacolo e della competizione culturale.

Il giovane locale spaccateste fu subito riconosciuto come abitante del paese confinate e figlio dei Balbo, bossetti (inteso come boss-etti) che da una decina d’anni imperversavano nel mio paesello, caduto sotto il loro regno dopo l’omicidio in piazza dell’ultimo boss nostro indigeno. E vinta la faida avevano assorbito sotto di loro molte delle attività economiche più note.

Il Free Bar aveva resistito, e ciò non gustava ai Balbo, ecco la spiegazione sociologica di quel gesto, ma poi in realtà quella sera contarono l’alcol e la coca in corpo del giovanotto, che poi di diciannovenne si trattava nulla più, un piccolo demente diciannovenne cresciuto tra mercedes e bracciali d’oro ricettati. E Poldo nella sua poca dimestichezza con l’equilibrio fisico e nel casino gli aveva dato una spallata per sbaglio, quindi il mafiosetto si era sentito in dovere morale di vendicare il sopruso in nome della stirpe sua con una Ceres spaccata in testa al nemico. Non fa una piega, no?

Comunque fu allontanato e schernito subito insieme ai suoi due compari dalle 150 persone presenti quella sera al Free Bar e Poldo subito condotto al pronto soccorso.

Ma i guai iniziarono subito dopo.

Nella colluttazione c’era stato qualche altro ferito lieve, io e Natale corremmo alla caserma del paese che ovviamente era chiusa a quell’ora ma contattammo comunque le forze dell’ordine intimando loro di accorrere al Free Bar. Il comandante dei Carabinieri dormiva e ci mise due ore ad arrivare. Dopo mezz’ora che i giovani figli di boss se n’erano andati arrivarono gli adulti, cioè i boss in persona che si chiusero con Glauco e Pino nel retro del locale a discutere.

Non riuscirono a convincerli a non sporgere denuncia però, nonostante le sicure intimidazioni ma di questo non ne so molto di più. I poliziotti del capoluogo che avevamo contattato sia noi che altri ci misero un’ora a decidersi a prendere la strada del mio paese. Varcata la soglia d’entrata poi pensarono bene di fermarsi in una delle piazze a fare perquisizioni, non si sa perché, e in quel mentre beccarono uno dei feriti lievi che stava andando verso l’ospedale. Invece di chiedergli cosa fosse successo gli chiesero se aveva il fumo, cosa che generò la prima violenta reazione nei loro confronti di quella sera. Ma finì lì. Dopo una mezz’ora in cui nessuno sa cosa stessero facendo, gli uomini in divisa finalmente giunsero di fronte al gazebo del Free Bar. Eravamo rimasti in una trentina di persone, ormai erano le tre di notte e appena lo sbirro scese dall’auto declamò la sua battuta d’ordinanza:

“che ci fa tutta ‘sta gente incivile a ‘st’ora di notte per la strada?”.

Rischiò il linciaggio e l’inizio della guerra civile. Prima che questo succedesse accorremmo in due a prenderlo da parte ma restando sotto l’occhio del pubblico uditorio, conferendogli in un italiano migliore del suo che lo zittì e facendogli un breve quadro del dominio degli anni ’90 di quella famiglia mafiosa al nostro paese, della gente che lavora tutta la settimana e il sabato si trova al Free Bar a divertirsi, dello Stato che non fa niente e ci rompe i coglioni per le canne, del dare incivili a noi loro che tre mesi prima avevano fatto tutta quella merda al g8. E che non ce la stavamo prendendo con lui come persona ma con la sua divisa, la sua istituzione.

Lo sbirro ebbe un ripiegamento morale, ci diede ragione e si depresse.

Propose raccolte di firme, di testimonianze anonime e cose del genere, ma nulla successe. Quando tutto stava per finire arrivò il comandante bocconotto dei carabinieri del paese che finalmente era riuscito a vestirsi.

Il Free Bar sporse denuncia come detto. Chiuse definitivamente un mese dopo, ma non solo per questo, in realtà un’epoca d’oro stava per finire. Poldo no, non sporse denuncia, lui e la sua famiglia probabilmente non ebbero la forza di andare avanti da soli. Per un po’ divenne la star del paese, ma durò poco.

Io ripartii per Bologna, avevo l’esame.

Agli inizi di dicembre il mio paesello salì alla ribalta delle cronache nazionali. Il Tg1 presentò più o meno così la notizia:

“La disgrazia si è compiuta ieri notte. Un giovane, probabilmente per vendicarsi con il gestore della sala giochi di un piccolo sopruso, decide di costruirsi in casa una piccola bomba artigianale e di depositarla davanti all’entrata del locale durante le ore notturne. Ma qualcosa non va come preventivato e il giovane non riesce ad allontanarsi in tempo prima della deflagrazione del rudimentale ordigno. Vani i soccorsi, muore pochi minuti dopo”.

Chiamo casa, mia madre mi dice che il giovane artificiere è Poldo. Tristezza durante la telefonata, mi parla un po’ della sua famiglia e dell’ultima volta che l’aveva visto e della violenza e della disgrazia. Vorrei sapere di più, ma rimando le indagini alle vacanze di Natale imminenti. Poldo che costruisce una bomba, chi l’avrebbe mai detto. Povero Poldo, bello mio, che sofferenza questa vita.

Il primo giorno che arrivo al paese faccio una ricognizione davanti all’ingresso della sala giochi devastata. Non ha ancora riaperto per fortuna, cosa che temevo. La sera incontro gli amici e ci andiamo a raccogliere nella casa in campagna di Sergio, siamo una ventina tra residenti e ritornanti in sede e la festicciola alcolica e fumosa va avanti fino a tarda notte. Ogni tanto interrogo qualcuno dei residenti sul fatto di Poldo, ma tutti mi rispondono infastiditi e reticenti, più del solito per la verità. Non ne vogliono parlare per niente, è evidente. La rimozione per non stare male? Probabilmente. Verso le due inizio a chiacchierare con Sergio, ci raccontiamo un po’ di cose nostre e ritrovata la confidenza cerco di arrivare delicatamente alla notizia, riportandogli quello che so e che ho sentito dai telegiornali nazionali e letto sui quotidiani locali e nazionali di quei giorni conservati da mia mamma.

“Al telegiornale hanno detto una marea di cazzate”

“Immaginavo”

“Io stavo in giro con Pasquale quella sera, stavamo in macchina e abbiamo sentito lo scoppio. Siamo arrivati lì davanti praticamente subito, due minuti dopo, eravamo i primi. L’ho visto ancora vivo, una cosa terribile.”.

“Oh madonna mia”

“L’ho sentito che chiedeva aiuto ma non aveva più le gambe, gli erano saltate, era carbonizzato ma era ancora vivo. Mi sento male ancora adesso se ci penso.”

“E dopo? È arrivato qualcun altro, i soccorsi?”

“Sì sono arrivati tutti, l’hanno portato via subito dopo, ma non c’era niente da fare. L’ho visto morire agonizzante praticamente. Dopo è arrivato mezzo paese, era l’una e mezza di notte mi sembra quando è successo. Ma il fatto è che là davanti sembrava scoppiata la bomba atomica, non era una bombetta. La scientifica è arrivata dopo una mezz’ora e ha detto che non poteva essere una bombetta, solo un detonatore poteva fare tutto quel casino, e un detonatore non te lo fai a casa in un pomeriggio.”.

“Come cazzo è possibile? E chi glie l’ha fatto questo detonatore?”

“Eh, chi glie l’ha fatto. I Balbo no?”

In casa siamo solo noi due, una cinquina di altri e altre sono rimaste fuori a fare non so cosa, forse c’è una coppia nella cameretta che amoreggia, ma non si sente nulla. La campagna brulla e umida fa il gotico del nostro inverno poco conosciuto e spendibile rispetto all’osannata solarità estiva. Il folletto tipico delle case contadine è entrato ad ascoltare e a proteggere i nostri racconti. Insieme a lui qualche ragno, sicuramente.

“Sì mi era balenato nella mente che potessero c’entrare loro, ma mi rifiutavo di pensarci. Che poi il padrone della sala giochi è immischiato, no?”

“Sì solite cose, loro mandano i figli in giro nelle sale giochi, conoscono i quindicenni del paese nostro, fumano insieme quella merda di erba albanese che i padri spacciano e un mese dopo vedi quegli stessi quindicenni devastati che vendono l’erba sulla villa, fino a che non arrivano i carabinieri che mettono dentro i quindicenni e finisce lì, e ricomincia il giro”.

“Vabbè questo lo so, ma che c’entra Poldo?”

“Ti ricordi la sera del casino al Free?”

“Sì, come!”

“Eh, dopo quella sera i Balbo l’hanno circuito a Poldo, se lo sono fatto amico, gli hanno chiesto scusa e riscusa e hai ragione e quel coglione di mio figlio stava ubriaco quella sera eccetera eccetera”.

“Nooo! gli hanno promesso i soldi in cambio di fare questa stronzata alla sala giochi”

“Esattamente”

“E le indagini?”

“Le indagini che io sappia sono finite lì. Il caso archiviato come bravata giovanile finita in disgrazia. Ma non è possibile. Poi le cose in paese si sanno. Prima tutti fanno i paladini della giustizia. Pensa che quello stronzo che abita di fronte alla sala giochi davanti al tg1 ha detto ‘sono stato io il primo che è uscito ad aiutarlo, non sapevo che fare’ e cose così. Invece il signorino è uscito quando già noi c’eravamo da tempo là davanti, e ha iniziato a sbraitare per il sangue che gli aveva sporcato l’inferriata nuova. La gente è così, di cuore di cuore ma poi pensano ai cazzi loro. Quando si è capito come si stavano mettendo le cose tutti si sono disinteressati. Poi le notizie sottobanco escono lo stesso, però insomma ti sto dando appunto notizie riservate, insicure, e un po’ sono anche ricostruzioni mie, quello che ho visto, quello che ha detto la scientifica a caldo, ecc”

“Lo so lo so non ti preoccupare. Ma la famiglia?”

“Chissà. Sicuramente è andata la polizia a casa, ma non si sa niente per adesso, e penso che se i giornali hanno presentato così la cosa tutto porta all’archiviazione. Che gli interessa a loro fare casino per un povero fesso di paese, sai quante ne combinano i Balbo, come stanno in mezzo all’edilizia abusiva, alla politica e a tutto il resto?”

“Sì lo so però porc…..!”.

“Eh, solo bestemmiare possiamo”.

Sì le conservo ancora queste menzogne. Questo plico di articoli che fanno un pezzo di storia del mio paese, storia travisata come tutta o quasi la Storia ufficiale. Testi che raccontano di un povero giovane con tanti problemi, e questo era vero del resto. Di come tante volte il destino è crudele, il fato decide di accanirsi, il diavoletto eccetera eccetera. E della piccola comunità che si stringe intorno. E tutto questo non lo so fino a che punto. Ci ho fatto un angolo per il plico in mezzo ai libri nostri di scuola così so dove trovarli gli articoli quando mi viene voglia ancora di rivedere il faccione del mio compagno di classe Walter delle scuole medie. Il faccione buono di Poldo, ucciso dalla sfortuna…

 

pubblicato originariamente in Blog di Daniele Barbieri & altr*



[1] Nuovo Cinema Paradiso di Giuseppe Tornatore

[2] Noto ospedale psichiatrico emiliano

SANTA LIQUIRIZIA

[Avvertenza: Questa è una fiaba dal triste finale. Se non siete abituati ai tristi finali evitate di leggere le ultime righe.]

C’era una volta, e ora non c’è più, la cittadina di Santa Liquirizia che viveva felice in mezzo ad altre cittadine piene di verde e di campagne coltivate. I loro abitanti erano divisi in due tipi: i Bocconotti e le Volitive, che a volte abitavano anche insieme. Tra le loro attività preferite c’era quella di ritrovarsi in due, in tre o anche di più a bere la loro bevanda preferita che chiamavano la Liquirizia Mitica e gustavano all’interno di bellissime e particolari scodelle di vetro di Murano chiamate Vasi Sballati.

Tutti e tutte amavano la Liquirizia Mitica, la bevevano durante i pasti, dopo i pasti, nel pomeriggio, la sera e i più giovani anche durante le notti che passavano a divertirsi. La bevanda aveva una serie di effetti benefici e divertenti a cui nessuno voleva rinunciare. L’unico piccolo problema era che per tradizione del paese di Santa Liquirizia solo le Volitive sapevano lavare, maneggiare e custodire le scodelle di vetro di Murano, mentre i Bocconotti sapevano solo bere e lasciare i Vasi Sballati in giro per le case e le strade.

Un giorno, dopo la grande festa annuale in onore della Santa protettrice (Liquirizia), le Volitive iniziarono a protestare per il grande numero di Vasi Sballati lasciati in giro dai Bocconotti, che loro dovevano raccogliere e lavare.

E iniziarono una serie di scioperi e di attività politiche rimaste famose nella storia della cittadina come Autocoscienza della Liquirizia. I Bocconotti, presi alla sprovvista dalla protesta delle Volitive perché non ci avevano mai pensato a questo problema, furono molto spaventati soprattutto dal fatto di dover fare anche loro il lavoro delle Volitive, cosa che quasi nessuno dei Bocconotti aveva mai imparato a fare. Questa infatti sembrava la soluzione a cui le Volitive volevano arrivare, altrimenti loro avrebbero iniziato a vivere separate dai Bocconotti. I Bocconotti allora si riunirono e iniziarono a sperimentare soluzioni diverse. Continua a leggere “SANTA LIQUIRIZIA”

LA FUNE MAGICA

C’erano una volta un uomo e una donna, lui era americano e si chiamava Shell, mentre lei era italiana e il suo nome era Eni.

Bei nomi, no?

Un giorno, i loro figli che erano tanti e vivevano in America e in Italia, chiesero loro: “papà, mamma, perché non ci andate a prendere un po’ di petrolio in Africa che qui lo stiamo quasi per finire e non possiamo più giocare con le nostre macchinine?”

Allora papà Shell e mamma Eni vanno in Africa, per la precisione in Nigeria, anzi per essere ancora più precisi in un piccolissimo villaggio dove vivevano da centinaia e centinaia di anni degli uomini primitivi, chiamati Ogoni. Vanno dal capo Ogoni, che era un poeta e si chiamava Ken Saro, e gli dicono: i nostri piccoli hanno bisogno di tanta benzina e noi dobbiamo trasportargliela in fretta altrimenti la finiscono e poi diventano tristi. Per fare questo, dobbiamo costruire un grandissimo tubo porta-petrolio, il petroltubo, che passerà proprio sopra il vostro villaggio e colorerà di nero il fiume dove voi prendete l’acqua per vivere, dove lavate i vostri panni e dove i vostri bambini fanno il bagno. Ma voi sarete contenti di farlo, no? I nostri bambini vogliono tanto bene a voi africani, fanno le collette a scuola per voi, fate vedere che anche voi volete bene a loro!

Ken Saro andò a parlare agli altri Ogoni che non furono però tanto contenti di questa proposta e dissero che papà Shell e mamma Eni non dovevano costruire il loro petroltubo. Ken Saro allora, che era poeta, scrisse una poesia per dire a loro che il suo popolo non voleva il petroltubo, tornò da loro e gliela lesse.

Allora papà Shell e mamma Eni si arrabbiarono, andarono dal Re della Nigeria, che si chiamava Re Corrotto, e tirarono fuori la loro arma segreta: la fune magica, che impiccò il cattivo Ken Saro e tutti gli altri Ogoni che avevano osato ribellarsi alle forze del bene. E così finalmente si iniziarono i lavori al petroltubo. Gli abitanti del villaggio rimasti, furono cacciati dalle loro case e costretti a lavorare gratis per papà Shell e mamma Eni, e si dovevano stare zitti se no venivano impiccati pure loro!

Solo alcune figlie riuscirono a scappare, vennero a vivere in Europa e da allora si possono incontrare di solito a sera tarda sui viali delle nostre città. Sono le cosiddette ‘nigeriane’…la loro presenza allieta ancora oggi i figli di papà Shell e mamma Eni che grazie all’oleodotto fatto in Nigeria possono ancora passarle a prenderle sui viali con le loro macchinine e portarle in giro per la città!

E grazie al coraggio e alla bontà di Shell, Eni e del re Corrotto, tutti ora vivono felici e contenti!!!

Ricordatevelo sempre, bambini, quando passate davanti a quelle belle insegne luminose dove c’è scritto sopra SHELL o AGIP. E’ grazie alla fune magica che loro possono ancora brillare nelle nostre città!!!

[ogni riferimento a fatti realmente accaduti in Nigeria nel 1995 è puramente casuale e chi non ci crede è un black bloc]

Gianluca Ricciato