La malattia cronica della sanità italiana

Pubblicato in origine su La Bottega del Barbieri

 

L'UNITA' 23 GIUGNO 1993
L’Unità del 23 giugno 1993

 

Prende sempre lo sconcerto nel leggere le vicende giudiziarie innescate il 22 giugno 1993 con l’arresto del ministro della sanità Francesco De Lorenzo, e poco dopo del direttore del sistema farmaceutico Duilio Poggiolini. Oppure nell’evocare espressioni ormai cult della storia italiana legata al capitolo sanità di Tangentopoli: «sua sanità», «sangue infetto», «malasanità», «Re Mida della sanità». Così è almeno per chi come me in quell’epoca era adolescente e ha assistito in diretta al crollo dall’interno di un sistema politico, svergognato da uno dei suoi poteri costituzionali, il potere giudiziario. E tutta la contraddittorietà che questo fatto si porta dietro in quanto «rivoluzione a suon di manette» e tutta intestina ai poteri dello Stato italiano.

Lo sconcerto però si moltiplica nell’apprendere che oggi quei nomi, quelle aziende private, quelle multinazionali del farmaco, quelle modalità che Poggiolini definì eufemisticamente come un adagiarsi «in quella che voi giudici chiamate situazione di corruzione ambientale»(1) sono in buona parte ancora protagoniste dell’attualità. Lo sconcerto si trasforma allora in dubbio consistente: che quelle modalità di corruzione del sistema sanitario da parte di aziende private interessate principalmente al profitto allora fosse solo agli albori, mentre ora, nel 2020 della pandemia globale, è a pieno regime. E che la rivoluzione italiana delle manette, in questo caso, sia stata solo un tentativo ammirevole ma inconsistente di fermare un sistema di potere troppo forte: la globalizzazione vincente delle multinazionali chimico-farmaceutiche.

Un tentativo dettato in quel momento dallo scoprire però qualcosa di troppo forte, letteralmente osceno: «Le tangenti sul prezzo delle medicine… vuol dire taglieggiare i vecchi, i malati, i più deboli», dissero i giudici allora, allibiti. (2) Continua a leggere “La malattia cronica della sanità italiana”

La metafora della guerra

gabbie-mentaliAprile 2020. Siamo in cattività. Costrette e costretti a casa e con una marea di relazioni e comunicazioni mediate e non dirette. Quelle dirette, i rapporti in carne e ossa con familiari o conviventi risentono di questa cattività. Ci troviamo bloccate e bloccati dove eravamo nel momento in cui non abbiamo più potuto circolare. Magari per molti di noi sarebbe stato diverso 6 mesi o un anno fa, diversissimo.

Siamo bombardati. E non uso a caso questo termine: siamo assediati, minacciati, terrorizzati, attaccati (volgetele anche al femminile).

Tutte queste espressioni fanno parte di una macro-espressione che si fonda su un grande concetto metaforico: la discussione è una guerra. Accanto a questa grande metafora, che sottende alla comunicazione soprattutto in questi giorni, ne abbiamo un’altra: la malattia è una guerra. Continua a leggere “La metafora della guerra”

Una settimana da paura

Manifesto - Campagna di Vaccinazione
Immagine del Manifesto apparso sui muri di Roma per la campagna di vaccinazione della Regione Lazio (2016)

Una settimana da paura. Il capitalismo scientista occupa giornali, televisioni e Senato

di Gianluca Ricciato

 

Nel giro di una manciata di giorni, dal 7 al 13 ottobre, il capitalismo finanziario legato alle multinazionali farmaceutiche è riuscito in Italia, con i suoi esponenti e fiancheggiatori, ad occupare giornali, editoria, televisione e Senato. Roberto Burioni con la sua nuova uscita “Balle mortali” onnipresente. La Glaxo Smith Kline, multinazionale farmaceutica condannata per tangenti, in Italia e non solo[1], e che ha investito nel 2016 un milione di euro in Toscana[2] per il business dei vaccini, viene ospitata in una sala del Senato insieme a Walter Ricciardi, numero uno dell’Istituto Superiore Sanità (ISS) e consulente più o meno velato della Glaxo, come emerso nel libro Vacci-nazione[3] della giornalista Giulia Innocenzi, in barba ai conflitti d’interesse. Lo stesso Ricciardi che riparte con una campagna d’odio virale, questa volta contro Giancarlo Pizza, da anni presidente dell’ordine dei medici, per aver osato esprimere dubbi sulla legge 119/2017, la cosiddetta legge Lorenzin, ormai famigerata. E tutta la solita manciata di “scienziati” pop provax, gli stessi onnipresenti in questa settimana sui media che si ritrovano pronti, a poche ore dalla morte di una bambina a Melfi, in Basilicata, a insultare l’intelligenza collettiva fornendo diagnosi last minute, e a schernire il dolore dei genitori che chiedono l’ovvio, ossia che venga aperta un’inchiesta partendo dai sospetti, visto che la morte è avvenuta a 24 ore dalla vaccinazione. Continua a leggere “Una settimana da paura”

Fine dell’anno. Fine del mondo. Ozio creativo

Fine dell’anno fine del mondo.

Un po’ perchè da anni si va millantando questo sul 2012, un po’ perchè sembra spesso che veramente stia crollando tutto.

Il 2011 finisce con le facce stanche e depresse di chi fa lavori inutili, se non dannosi, ciclici, reiteranti, seriali, paranoici, svogliati e li accetta perché è pazzia lasciare o non accettare un lavoro oggi, no?

Finisce con la melassa inutile del lamento precario di quelli come me.

Mi lamento ma che mi lamento.

Ma dato che questo blog atroce non ama le lamentazioni ma le narrazioni, le favole e a volte i rigurgiti, esso blog lascia il 2011 con una speranza oziosa e creativa.

Io credo insieme a poch* altr* che lo pensano, che l’ozio creativo sia una delle poche vie di fuga, o quanto meno conditio sine qua non.

Lasciamo per un attimo la nostra coazione produttivista a pensare che l’ozio è il padre dei vizi, coazione per l’appunto patriarcale e capitalista che ci ha portato a consumare il pianeta terra e a distruggere le relazioni umane facendo finta di stare facendo qualcosa di utile e importante a ogni ora del giorno.

Lasciamo che sia la verità, quella dei sensi, non la Verità maiuscola e assoluta delle fanfare filosofiche bianche e maschie.

La verità dei sensi non è che i miei problemi sono causati dai lavavetri censurati da mostri cofferatiani, dagli immigrati che rubano l’identità a pagliacci casapaundici, dai mutui da accendere per fare finta di essere ancora vivi in quel quadretto da mulino bianco che costruirono i nostri predecessori.

I miei sensi mi dicono da tempo che è tutto finito ed è tutto da reinventare.

Non lo so come, ma a istinto seguo degli spunti. Quelli accademico-intelligenti devono seguire le vie analitiche, mentre gli spunti più reali e veri come sempre seguono altre vie. Oziose, creative, artistiche, sonore, cazzeggiose.

Ognun* è invitat* ad aggiungerne, se ne ha. Di spunti e di vie.

Questa che vi presento è per me una delle vie, sotto le mentite spoglie di una bella canzone bossa di un gruppo amico e di un articolo che feci l’anno scorso a partire da una loro riflessione.

Buona fine del mondo occidentale

E buon 2012

Bella!

🙂

Ozio creativo mangia capitale

Al Parlangeli di Lecce si è svolto un seminario tanto anomalo quanto necessario voluto dal consiglio didattico di Filosofia, per parlare di otium e negotium latini, ma soprattutto dei modi possibili per mettere in discussione oggi un produttivismo insensato che logora l’esistenza di tutti.

È una cosa talmente radicale che è difficile da vedere e da praticare anche per i più acerrimi nemici del sistema: ammutinare il produttivismo. Se ne è parlato a Lecce, nientemeno che all’Università, con artisti, professori e professionisti vari. Professionisti ufficialmente del neg-otium, ma in realtà tutti più o meno implicati in varie forme di ozio creativo.

Il pretesto è stato l’uscita dell’album Sciù Sciù degli Anima Lunae (Capitoni Coraggiosi, 2009), sorprendente e tenace gruppo leccese di musica caraibica e sudamericana – il son salentino, amano chiamarlo. L’organizzatore di questo seminario, intitolato Otium e negotium – Dal principio di prestazione all’ozio creativo, è proprio il cantautore Beppe Elia, poeta che canta alla luna e anima degli Anima Lunae.

La cricca chiamata a raduno per questo seminario formativo è formata da una credibile serie di personaggi – dal sociologo delle transe Piero Fumarola ad uno dei protagonisti dell’ambientalismo salentino come Sebastiano Venneri – resistenti alle monocolture del produttivismo seriale occidentale. O per dirla più semplicemente da una serie di persone che nella vita hanno tentato di non dividersi fra tempo libero e tempo occupato, fra sapere da una parte e piacere dall’altra, fra produzione e ricreazione.

“La movida, il tempo libero, la ri-creazione” dice il professor Domenico Fazio “non sono altro che attività canonizzate del consumo”. “Costringere tutti a tornare al negotium” aggiunge Carlo Formenti “è stata l’arma del liberismo per sopprimere la ribellione degli anni Settanta, l’inizio della frammentazione e dell’individualismo. Fino ad arrivare ai giorni nostri dove l’ozio è talmente negato da essere totalmente risucchiato nella produttività: ogni comunicazione, ogni chiacchiera, ogni forma di divertimento deve finire per produrre ricchezza per qualcun altro, l’hi-tech del capitalismo globale si fonda sul nostro divertimento, sul nostro tempo (apparentemente) libero passato a consumare comunicazione fra social network e cellulari. L’unico modo che ci rimane è di riservarci un residuo di otium veramente libero e creativo almeno per ragionare di questo!”.

Sono l’arte, la fantasia e il tempo per praticarle, questo residuo?

Proprio a questo proposito, nell’affermare che le lotte degli anni Settanta hanno rappresentato dopo secoli le prime forme collettive di ammutinamento dalla cultura produttivista – l’ozio al potere – Luigi Lezzi ricorda il capo sioux Alce Nero che diceva: “Il mio popolo non lavorerà mai” e gli indiani metropolitani del Settantasette occidentale che riprendevano questo slogan.

“Per Alce Nero non era il rifiuto del lavoro tout court” spiega Lezzi “era il rifiuto del vostro lavoro, di questo lavoro.”

Di un modo di produrre che divide l’anima dal corpo, l’essere umano dalla terra, di un tempo della produzione che ruba sei giorni su sette al tempo della vita.

Il neg-otium era per i Latini negazione dell’otium. Era cioè la forma negativa della contemplazione, del pensiero, il negarsi a se stessi per iniziare ad agire, e poi ritornare all’ozio. Non era apatia né il padre dei vizi, era il “rotolare dei pensieri”, la divagatio mentis necessaria per poter ragionare del negotium.

Oggi probabilmente non serve più ragionare dei nostri vari e incessanti negotia, e magari è per questo che tutto va allo scatafascio. Ora che, come dice Venneri, “perfino la vacanza ha perso il suo senso etimologico di vuoto, assente, vacante, per essere continuamente riempita di attività che consumano noi stessi e il territorio”.

Per evitarci, anche in vacanza, di pensare a noi stessi e al territorio. Perché contemplare la Natura è ormai perdita di tempo.

“È da una certa fase del medioevo” ci ricorda Mino Toriano, chitarrista degli Anima Lunae “che l’otium è diventato l’allegoria di uno dei sette peccati capitali – l’accidia – il demone meridiano che attaccava gli alacri e produttivi monaci proprio nel loro momento di maggiore debolezza, allo schiacco pomeridiano del Sole, con l’arma impropria della divagatio mentis”.

E’ passato un millennio ma non sembra molto diversa quest’allegoria dalla pericolosa sonnolenza postprandiale che si aggira negli uffici metropolitani dopo la mezz’ora quotidiana di pausa pranzo.

Al fondo dei liberi e divaganti pensieri che hanno riempito questa nuvolosa mattinata salentina di inizio estate del secondo anno di crisi globale, ci sono in realtà molti nodi cruciali del pensiero occidentale e delle nostre esistenze quotidiane, magari non nominate esplicitamente ma continuamente in filigrana in tutti gli interventi: la possibilità in quest’epoca di creare, di fare arte, poesia nel senso etimologico della poiesis, del fare appunto; il nostro modello di sviluppo improntato alla crescita illimitata e alla produzione incessante contro le teorie antiutilitariste e della decrescita; l’utilizzo coloniale delle terre di conquista, cioè dei vari Sud del mondo e delle loro genti, da parte di un Nord, geografico o mentale, che non ha mai perso il vizio di imporre con la forza i propri valori; le fondamenta millenarie di una cultura occidentale che ha consumato non solo la Natura, ma anche le sue radici storiche, quell’equilibrio fondante che si racchiudeva nel famoso passo ciceroniano in cui l’ozio preparava al negozio, in un andirivieni virtuoso che garantiva la sana e saggia esistenza del corpo e dello spirito.

Gianluca Ricciato

Pubblicato in origine in danielebarbieri.wordpress.com

Non detti

Non so quanto abbia ancora senso questo raccontino. Non lo so nel senso che vorrei capirlo. Vorrei capire quanto quello che dieci anni fa aveva ancora  un territorio di scontro tra una maggioranza e una minoranza – e oggi è territorio deserto – sia veramente risolto. O se è solo sopito, ridotto al silenzio, come tante libertà che vengono annullate e sembra non siano mai esistite. La libertà di essere altrove

Ps.: la resistenza, per quanto mi riguarda, durò fino al dicembre 2007 


Non detti (2003)

“L’innesto violento tra tecnologia e comunità vivente è così rapido da impedire qualsiasi narrativa coerente della vita collettiva.”

Enzo Scandurra

 

Alla fine mi sono buttato a terra, sulla terra, appoggiato al muretto di cinta, a guardare le femmine e i maschi che passavano. Erano quasi le quattro mi sembra, se avevo esagerato nel bere sicuramente avevo già smaltito, e mi piaceva stare lì a guardare e non partecipare, con l’arietta notturna di agosto e il fresco che emanava la campagna. Avevo perso tutti. Anzi, forse non mi ricordavo nemmeno con chi ero arrivato lì, sicuramente mi ricordavo con chi ero stato, e alla fine li avevo persi perché queste feste di fine estate vanno sempre a finire così.

A seguire il vento come tira, con gli odori di quelli ca sta ‘rrustenu (la carne) e gli altri aromi di quelli ca sta ‘rrullanu (le canne), e in mezzo varie e diversificate quantità di corpi umani seminudi, giovani vecchi e fanciulle, che vagano e ballano e scuotono i pareo variopinti al ritmo dei tamburi e delle chitarre. Continua a leggere “Non detti”