Del resto chi non ha mai fatto un’orgia


Quella casa iniziò a subire fenomeni di transgenderismo dalla mia entrata. Fino ad allora infatti ci avevano abitato quattro donne, una se ne andava e io le subentravo. Le tre donne che rimanevano, tra parentesi, erano le migliori amiche della ragazza con cui bazzicavo da un annetto, o con cui avevo una relazione complicata come si dice ora, e alla mia frase “mannaggia in casa con le tue amiche mi tocca” davanti a lei e Maruska, era seguita una loro reazione scomposta. Non avevano capito che non era questione di disapprovazione, ma di paura.

Ma comunque la convivenza andò bene, e il fenomeno di transgenderismo inaugurato da me continuò per anni e con diversi avvicendamenti di genere. Anche il sesso e gli amori non mancarono per fortuna, ma non ci furono orge, almeno a quanto ne so io che non potevo sapere sempre cosa succedeva nelle varie camere. Continua a leggere “Del resto chi non ha mai fatto un’orgia”

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Se non pioveva venivo con la bicicletta

La faccio a piedi sabato mattina la strada da Via Algardi a via Pier de’ Crescenzi, in fondo sono quartieri limitrofi, c’è solo da passare il ponte, pittoresco con la neve che copre l’orizzonte metropolitano dei binari dei mille viaggi nostri e dei mille sogni nostri, poi c’è da prendere la solita vecchia via Boldrini e sono quasi arrivato.

In via Jacopo della Quercia vedo uno che tenta di uscire da un parcheggio, le ruote schittano nella neve e lui si danna in retromarcia. Basterebbe che io posassi le borse e lo spingessi da davanti, uscirebbe in un attimo. Penso che in cambio mi potrebbe dare un passaggio, non glie lo chiederei ma me lo darebbe lui per gratitudine, se va dalla mia parte. Questo pensiero se ne va subito, arriva subito dopo il suo assassino, il pensiero che mi dice che lui pur di non darmi il passaggio andrebbe dall’altra parte. Questa è la mia città, questi siamo noi zombie.

Proseguo senza fermarmi. Attraversano la strada due donne mie coetanee sculettanti, le seguo con gli occhi e penso che se fosse capitato a loro avrei avuto più legittimità a fermarmi, se fosse capitato che erano in panne con la macchina. Lo stereotipo di genere. Là sarebbe stato chiaro perché lo stavo facendo. Tutto si fa o per soldi o per sesso. In cambio mi danno il sesso o se no ci devo guadagnare qualcosa.

Questa è la città, questa è la metropoli, questo è il Nord, questo siamo noi. Continua a leggere “Se non pioveva venivo con la bicicletta”

Italian express apartheid

Lo so sembrano archeologia certe cose oggi. Non ne ero convinto e non l’avevo mai pubblicato. Non avevo nemmeno cambiato i nomi veri con quelli inventati, e non li cambierò adesso. Ma dato che il blog è mio e me lo gestisco io, e dato che le fiabe atroci sono inattuali per definizione, e dato anche che è bello leggere di quando questa merda chiamata (Tren)italia faceva già schifo ma in confronto ad ora prende quasi la nostalgia, allora eccolo a voi. Raccontino espresso notturno, a.d. 2003

ITALIAN EXPRESS APARTHEID

Gianluca Ricciato

 

Alle 5 e 55. Questo è l’unico Espresso per andare a Roma, me ne faccio una ragione.

Di giorno ci sono solo Eurostar e gli altri Espressi sono stati soppressi. Di questo non riesco ancora a farmene una ragione, che i servizi diventino merci su cui fare la grana.

Ma a Roma ci voglio andare, c’è la manifestazione ma non ci sono treni organizzati da Bologna, e poi c’è Daniela che mi aspetta ed è un’occasione per stare qualche giorno insieme, in questo periodo complicato. Allora mi faccio coraggio e metto la sveglia alle 5, dovrei farcela a svegliarmi e ad arrivare in stazione, che è qui vicino, forse riesco anche a fare colazione.

È bella all’alba la stazione di Bologna, non è come la sera quando vengo a fare il servizio mobile, quando devo litigare con il custode di turno per farmi alzare la sbarra e poter arrivare vicino ai binari con la macchina dell’associazione, vicino all’accolita disordinata e multietnica che aspetta il tè caldo, i vestiti, le informazioni. E ogni tanto passa la PolFer che ci lancia occhiate indispettite e annoiate, e poi il passante collettobianco-cravatta-borsetta che ci guarda schifato correndo verso la sua camera di hotel a 5 stelle che l’azienda gli ha prenotato per il convegno sul marketing globale del giorno dopo in fiera. No, all’alba non c’è niente di tutto questo, i ragazzi stanno dormendo mimetizzati negli anfratti bui o nei sottopassaggi o chissà dove, e tutto mi sembra lunare. Continua a leggere “Italian express apartheid”

Non detti

Non so quanto abbia ancora senso questo raccontino. Non lo so nel senso che vorrei capirlo. Vorrei capire quanto quello che dieci anni fa aveva ancora  un territorio di scontro tra una maggioranza e una minoranza – e oggi è territorio deserto – sia veramente risolto. O se è solo sopito, ridotto al silenzio, come tante libertà che vengono annullate e sembra non siano mai esistite. La libertà di essere altrove

Ps.: la resistenza, per quanto mi riguarda, durò fino al dicembre 2007 


Non detti (2003)

“L’innesto violento tra tecnologia e comunità vivente è così rapido da impedire qualsiasi narrativa coerente della vita collettiva.”

Enzo Scandurra

 

Alla fine mi sono buttato a terra, sulla terra, appoggiato al muretto di cinta, a guardare le femmine e i maschi che passavano. Erano quasi le quattro mi sembra, se avevo esagerato nel bere sicuramente avevo già smaltito, e mi piaceva stare lì a guardare e non partecipare, con l’arietta notturna di agosto e il fresco che emanava la campagna. Avevo perso tutti. Anzi, forse non mi ricordavo nemmeno con chi ero arrivato lì, sicuramente mi ricordavo con chi ero stato, e alla fine li avevo persi perché queste feste di fine estate vanno sempre a finire così.

A seguire il vento come tira, con gli odori di quelli ca sta ‘rrustenu (la carne) e gli altri aromi di quelli ca sta ‘rrullanu (le canne), e in mezzo varie e diversificate quantità di corpi umani seminudi, giovani vecchi e fanciulle, che vagano e ballano e scuotono i pareo variopinti al ritmo dei tamburi e delle chitarre. Continua a leggere “Non detti”