Se non pioveva venivo con la bicicletta

La faccio a piedi sabato mattina la strada da Via Algardi a via Pier de’ Crescenzi, in fondo sono quartieri limitrofi, c’è solo da passare il ponte, pittoresco con la neve che copre l’orizzonte metropolitano dei binari dei mille viaggi nostri e dei mille sogni nostri, poi c’è da prendere la solita vecchia via Boldrini e sono quasi arrivato.

In via Jacopo della Quercia vedo uno che tenta di uscire da un parcheggio, le ruote schittano nella neve e lui si danna in retromarcia. Basterebbe che io posassi le borse e lo spingessi da davanti, uscirebbe in un attimo. Penso che in cambio mi potrebbe dare un passaggio, non glie lo chiederei ma me lo darebbe lui per gratitudine, se va dalla mia parte. Questo pensiero se ne va subito, arriva subito dopo il suo assassino, il pensiero che mi dice che lui pur di non darmi il passaggio andrebbe dall’altra parte. Questa è la mia città, questi siamo noi zombie.

Proseguo senza fermarmi. Attraversano la strada due donne mie coetanee sculettanti, le seguo con gli occhi e penso che se fosse capitato a loro avrei avuto più legittimità a fermarmi, se fosse capitato che erano in panne con la macchina. Lo stereotipo di genere. Là sarebbe stato chiaro perché lo stavo facendo. Tutto si fa o per soldi o per sesso. In cambio mi danno il sesso o se no ci devo guadagnare qualcosa.

Questa è la città, questa è la metropoli, questo è il Nord, questo siamo noi. Continua a leggere “Se non pioveva venivo con la bicicletta”

Italian express apartheid

Lo so sembrano archeologia certe cose oggi. Non ne ero convinto e non l’avevo mai pubblicato. Non avevo nemmeno cambiato i nomi veri con quelli inventati, e non li cambierò adesso. Ma dato che il blog è mio e me lo gestisco io, e dato che le fiabe atroci sono inattuali per definizione, e dato anche che è bello leggere di quando questa merda chiamata (Tren)italia faceva già schifo ma in confronto ad ora prende quasi la nostalgia, allora eccolo a voi. Raccontino espresso notturno, a.d. 2003

ITALIAN EXPRESS APARTHEID

Gianluca Ricciato

 

Alle 5 e 55. Questo è l’unico Espresso per andare a Roma, me ne faccio una ragione.

Di giorno ci sono solo Eurostar e gli altri Espressi sono stati soppressi. Di questo non riesco ancora a farmene una ragione, che i servizi diventino merci su cui fare la grana.

Ma a Roma ci voglio andare, c’è la manifestazione ma non ci sono treni organizzati da Bologna, e poi c’è Daniela che mi aspetta ed è un’occasione per stare qualche giorno insieme, in questo periodo complicato. Allora mi faccio coraggio e metto la sveglia alle 5, dovrei farcela a svegliarmi e ad arrivare in stazione, che è qui vicino, forse riesco anche a fare colazione.

È bella all’alba la stazione di Bologna, non è come la sera quando vengo a fare il servizio mobile, quando devo litigare con il custode di turno per farmi alzare la sbarra e poter arrivare vicino ai binari con la macchina dell’associazione, vicino all’accolita disordinata e multietnica che aspetta il tè caldo, i vestiti, le informazioni. E ogni tanto passa la PolFer che ci lancia occhiate indispettite e annoiate, e poi il passante collettobianco-cravatta-borsetta che ci guarda schifato correndo verso la sua camera di hotel a 5 stelle che l’azienda gli ha prenotato per il convegno sul marketing globale del giorno dopo in fiera. No, all’alba non c’è niente di tutto questo, i ragazzi stanno dormendo mimetizzati negli anfratti bui o nei sottopassaggi o chissà dove, e tutto mi sembra lunare. Continua a leggere “Italian express apartheid”

Non detti

Non so quanto abbia ancora senso questo raccontino. Non lo so nel senso che vorrei capirlo. Vorrei capire quanto quello che dieci anni fa aveva ancora  un territorio di scontro tra una maggioranza e una minoranza – e oggi è territorio deserto – sia veramente risolto. O se è solo sopito, ridotto al silenzio, come tante libertà che vengono annullate e sembra non siano mai esistite. La libertà di essere altrove

Ps.: la resistenza, per quanto mi riguarda, durò fino al dicembre 2007 


Non detti (2003)

“L’innesto violento tra tecnologia e comunità vivente è così rapido da impedire qualsiasi narrativa coerente della vita collettiva.”

Enzo Scandurra

 

Alla fine mi sono buttato a terra, sulla terra, appoggiato al muretto di cinta, a guardare le femmine e i maschi che passavano. Erano quasi le quattro mi sembra, se avevo esagerato nel bere sicuramente avevo già smaltito, e mi piaceva stare lì a guardare e non partecipare, con l’arietta notturna di agosto e il fresco che emanava la campagna. Avevo perso tutti. Anzi, forse non mi ricordavo nemmeno con chi ero arrivato lì, sicuramente mi ricordavo con chi ero stato, e alla fine li avevo persi perché queste feste di fine estate vanno sempre a finire così.

A seguire il vento come tira, con gli odori di quelli ca sta ‘rrustenu (la carne) e gli altri aromi di quelli ca sta ‘rrullanu (le canne), e in mezzo varie e diversificate quantità di corpi umani seminudi, giovani vecchi e fanciulle, che vagano e ballano e scuotono i pareo variopinti al ritmo dei tamburi e delle chitarre. Continua a leggere “Non detti”

Il tempo si è fermato a Genova


 

“al nostro per sempre e ai nostri mai

alle dipendenze allo stile che ci rende noi”

Baustelle

 

Giorni un po’ magici questi, giorni di persone nuove, di sorprese. Giorni di progetti su progetti, progettare come fare nuovi progetti, e i soliti incartamenti.

Giorni senza una lira né un euro in un sottodebito da incubo se non fosse ormai una barzelletta e non covasse una folle e dolce speranza. Che ci accompagna a periodi, che va e viene.

Ieri mattina la sveglia è suonata alle sette anche se era sabato, è suonata perché alle otto del diciassette novembre c’era il raduno per il treno speciale che portava Bologna a Genova. I ritorni e le partenze, ma io ho spento la sveglia disfatto dalla sera prima e mi sono rimesso a dormire. Mi sono risvegliato a mezzogiorno e mezzo, sono andato in cucina ho acceso la radio e ho spostato la lancetta dal canale alternativo popolare che mandava musica a quello di Radio Città 103. In realtà ora si chiama Radio Città Fujiko, ma allora nel duemilauno era 103 e i nastri d’archivio che stavano mandando erano di 103.

Mi risale un brivido, quello di questi anni, del dentro e del fuori, e mille immagini di me di noi e degli altri. Il mondo che prende un senso assurdo per chi non lo condivide – “ma tu fai la cosa giusta te l’ha detto quel calore” – gli oggetti parlano di cose nuove, tutto quello che hai intorno parla, il fornello manda messaggi di ecologia profonda e le dolci memorie fuorilegge e fuorimorale sono rimaste incise sulle mattonelle degli anni ’70 di questa casa in affitto, degradata ma in un quartiere bene della città dei ciccioli. La nuova era, la nuova etica nostre assorbite e triturate dal vecchio mondo delle rappresentazioni che mentre implode su se stesso si fa il restyling facendosi chiamare “società del 2000” e intanto inventa ogni mese una nuova generazione di oggetti radioattivi, e intanto ammicca e sorride maligno alle nostre giovani facce solidali olistiche e rinnovabili perché spera che con le nostre pratiche lo manterremo in vita, spera che il nostro ordito continuerà a tessere le trame di una comunità umana disintegrata dal doppio mediatico. A patto che facciamo i bravi però, che non rompiamo troppo le palle con gli stili di vita strani e con l’occupazione delle strade.

Dovevo partire perdìo, lo so, ma non essere egoista, la tua presenza non è fondamentale, fai qui quello che non potresti fare là, condividi con chi hai intorno, contatta contagia l’ambiente di questo spirito magico che fu la tua salvezza. Che distrusse i modelli unici una volta per tutte, sei anni fa. Così ti salverai dal rimpianto di non essere partito. E dalla perdita della ragazza che stava con te in quel viaggio di sei anni fa, con cui avevi fatto tutte quelle cose che per i tuoi compatrioti sono assurdità. Ma per te sono quel folle sogno che in questi giorni sta tornando a bussarti alla porta.

Alla radio si collegano con un tipo che sta sul treno speciale partito da Bologna. Sono ancora a Modena. Mi cambia lo scenario nella mente, devo partire, posso ancora farcela. Basterebbe che qualcuno mi accompagnasse a Modena ora, ma comunque questo vuol dire che codesto treno non arriverà mai per le quattordici e trenta a Genova, se è ancora a Modena all’una, quindi hai tutto il tempo. Chiamo Elio e chiedo di Leopoldo. È già partito. Intanto appare in corridoio Cristiana, non capisco bene se ha dormito qui ma comunque dà per scontato il fallimento dei nostri propositi di ieri sera, di partire di buon’ora insieme stamane qui da via Centopedoni verso la stazione dei treni. E lei sta molto più disfatta di me, non vuol saperne nemmeno di restare in posizione eretta, le scoppia la testa e ha la faccia da vomito. Con Elio ci sentiremo dopo, capisco in una dozzina di secondi che la mia ultima chance è già partita anche se poco prima, solo un’ora fa, ma comunque già partita. Ricordo a me stesso che per fare qualcosa devi crederci veramente, meno è popolare e più devi crederci senza lasciarla in pasto al caso o farla soccombere nell’inerzia del quotidiano.

Torno in cucina, metto l’acqua sul fuoco per una tisana al carciofo estemporanea ma che il mio fegato mi ha esplicitamente richiesto e mi siedo accanto alla radio accesa. Mandano l’interrogazione a Fournier, il questore pentito, mi catapulto in camera dove dorme ancora l’ospite precario di turno e prendo la cassettina ancora imballata. Perdo solo le prime battute dell’intervento, la sostanza è tutta qui nella cassettina. Entro nel vivo del merito della questione di oggi, nei contenuti della manifestazione. L’atmosfera si sta propagando per la casa. Dopo Fournier Radio Città manda lo storico pezzo dell’irruzione in diretta al Media Center registrato ai microfoni di Radio Gap, e io ovviamente continuo a tenere in REC la cassetta anche se ce l’ho già in tanti altri formati più moderni questa registrazione, ma repetita iuvant come sa bene chi riempie ogni giorno le testoline nostre di informazioni inutili. E poi la cassetta sa di antico, sa di movimento, di nostalgia, evoca tempi che furono mai vissuti e da cui provengono queste idee che stiamo vivendo oggi.

In questo mentre appare Claudio, che vede la scena di me seduto curvo accanto alla radio e sente i microfoni concitati degli attivisti radiofonici del duemilauno che stanno per essere invasi dai manganelli. Capisco che la posizione in cui mi trovo può dare adito a fraintendimenti e mi gioco la carta abbastanza sicura che lui non abbia mai sentito questo storico pezzo, o magari l’ha cancellato dalla mente perché non se l’è riascoltato ossessivamente cento-mille-diecimila volte come me in questi anni.

Parte la commedia:

–         Che cos’è? La radiocronaca da Genova?

–         Sì

“…ci dicono che siamo staccati…uno sgombero in diretta qui a radiogap…”

–         Radio Kappa?

–         Radio Gap

“…non ci devono fare niente, non abbiamo nulla da nascondere…no, non siamo staccati…”

–         O madonna di nuovo, sta di nuovo succedendo casino?

Non dico niente, Claudio sbianca mentre si prepara il caffè, io gongolo in silenzio.

“…mandate dappertutto la notizia, tutti devono sapere cosa sta facendo questo stato criminale…”

Mi basta pensare a quello che dicono per restare serio e continuare la mia messinscena. Ho pensato spesso a cosa abbia provato chi ha sentito in diretta quel pezzo, dato che io l’ho sentito dopo, quando era già storia perché in quel momento ero a Brignole buttato a terra ad aspettare il treno del ritorno a Bologna. Ora lo sto vedendo, Claudio è veramente turbato.

“…ecco ci sono, stanno per sfondare…mani in alto e spalle al muro, non abbiamo nulla da nascondere, uno sgombero in diretta a radiogap……ssshhh…”

Bene, questa era la registrazione dell’irruzione alla scuola Diaz del ventuno luglio duemilauno

–         Ma vaffanculoooo!!!

Gianluca Ricciato

 

 

Pubblicato in Scrivi la città n. 2 – I racconti di Arcireport

marzo 2008

POLDO

POLDO


 

 “Non tutti nella capitale 

sbocciano i fiori del male”

F. De Andrè

 

Stavo rimettendo a posto la libreria incasinata di casa dei miei quando ho ritrovato il plico di articoli. E mi sono venute in mente molte delle vicende incasinate che capitano al mio paesello che ho abbandonato un po’ di anni fa. Poi ogni volta che ci torno mi ritornano in mente varie di queste cose, ma questa è una delle più grandi e del resto per questo avevo tentato di rimuoverla più volte dalla mente.

Com’è come non è però continua a uscire fuori.

Io ci torno al mio paesello, non ho traumi da fuga, da “nun gi turnare cchiù ca cquà ngè sulu fandasmi” come diceva Philip Noiret al giovane Totò[1], i fantasmi ci sono ma c’è un sacco di gente viva che ne combina di tutti i colori, e che magari tenta di tirare innanzi l’esistenza con una potenza vitale che chi vegeta tra venti metri quadrati di appartamento e cinque di ufficio non può capire.

Ci tornai nell’ottobre 2001 al mio paesello per passare una quindicina di giorni, ero ancora studente il tempo era ancora da mare e decisi di passarli quei giorni con il libro sulla spiaggia, tutto liscio tranne che ogni venti minuti passava un jet militare ad altezza campanile di chiesa. Erano anni duri, quelli dell’inizio delle nuove crociate religiose.

Una sera di quelle, come tante altre, stavo al Free Bar a giocare a freccette, attenzione però il Free Bar non era solo freccette e non era Bar, era il locale che ci aveva fatti crescere culturalmente.

Pino e Glauco, due giovani trentenni che decidono di tentare la sorte e aprono in un paese di qualche migliaio di abitanti un posto che mette musica poco nota, che ospita informalmente riunioni e assemblee, che attira interessati musicisti della zona, e che comunque deve tirare avanti quindi fa il pub con le birre i panini i salatini le insalate-fantasy e tutto il resto piace ai miei gozzovigliosi conterranei.

Diventa praticamente subito il nostro quartier generale, mille storie nostre accaddero tra il dentro e il fuori del Free. Mai nessuno era riuscito a rovinarlo imbastendo ritrovi criminosi, inanellando risse settimanali o sottoponendo pizzi e cose varie, miracolo sembra ma in realtà ci seppero fare Pino e Glauco.

Poi arriva la sera che stavo giocando a freccette.

Era sabato di ottobre e il locale era pieno, intorno a me si beveva e si chiacchierava e i bassi battevano pesanti, io avevo un conto in sospeso con Fausto che si riteneva imbattibile alle freccette ma lo avevo battuto pochi giorni prima (avevo avuto a casa le freccette da piccolo perciò riuscivo a tenergli testa). Stavo perdendo, quando sento una specie di boato sordo alle mie spalle e vedo volare dei pezzi di vetro. Mi giro e vedo Glauco fare uno zompo da felino, superare il bancone dietro il quale stava servendo bibite, prendere per il collo della camicia inamidata un giovane locale e trascinarlo fuori alzandolo quasi da terra. Mai visto così Glauco in vita mia.

Il giovane locale in questione aveva appena frantumato una bottiglia di Ceres sulla testa di Poldo, che sanguinante riversava nel locale mentre intorno a lui nasceva il primo e ultimo casino colossale del Free Bar.

Poldo era stato mio compagno di classe alle medie, si chiamava Walter ed era figlio dell’impiegato comunale e della bidella della scuola media. A scuola capiva poco e niente di quello che gli propinavano dall’alto e il Signoreddionostro gli aveva dato scarse capacità di primeggiare nella giungla di maschi e femmine della sua età. Poldo aveva un cuore grande così però.

Iniziarono ad etichettarlo in questa maniera verso i diciott’anni, quando smise definitivamente di tentare inutilmente di studiare e iniziò a passare il tempo a girare col suo motorino scassato per il paese, a sostare ora in una ora nell’altra delle due piazze guardando il tempo che passa e le persone che si affrettano, e a mangiare sandwich e hamburger che produceva la rosticceria di una delle due piazze. Conosceva tutti e del resto non era il solo a fare quella vita, la differenza era che non lo vedevi mai sbraitare e cafoneggiare come gli altri, stava sempre al posto suo con l’aria dimessa e sorniona, composto nei vestiti anni ’50 e con l’aria da chierichetto. Un bel pezzo di personaggio insomma nella giungla paesana. “Poldo” era lo sfottò ovviamente, ma gli destinava un ruolo sociale sicuro, se stesse a Bologna, pensavo spesso quando lo vedevo, da mo’ che starebbe al Roncati[2] o al piazzale Ovest a ricevere l’elemosina dai volontari di Piazza Grande e della Caritas.

I suoi genitori avevano sperato tanto di fargli fare il percorso del fratello maggiore, erano buoni anche loro ma fissati a richiedere da lui più di quello che riusciva a prendere dalla società dello spettacolo e della competizione culturale.

Il giovane locale spaccateste fu subito riconosciuto come abitante del paese confinate e figlio dei Balbo, bossetti (inteso come boss-etti) che da una decina d’anni imperversavano nel mio paesello, caduto sotto il loro regno dopo l’omicidio in piazza dell’ultimo boss nostro indigeno. E vinta la faida avevano assorbito sotto di loro molte delle attività economiche più note.

Il Free Bar aveva resistito, e ciò non gustava ai Balbo, ecco la spiegazione sociologica di quel gesto, ma poi in realtà quella sera contarono l’alcol e la coca in corpo del giovanotto, che poi di diciannovenne si trattava nulla più, un piccolo demente diciannovenne cresciuto tra mercedes e bracciali d’oro ricettati. E Poldo nella sua poca dimestichezza con l’equilibrio fisico e nel casino gli aveva dato una spallata per sbaglio, quindi il mafiosetto si era sentito in dovere morale di vendicare il sopruso in nome della stirpe sua con una Ceres spaccata in testa al nemico. Non fa una piega, no?

Comunque fu allontanato e schernito subito insieme ai suoi due compari dalle 150 persone presenti quella sera al Free Bar e Poldo subito condotto al pronto soccorso.

Ma i guai iniziarono subito dopo.

Nella colluttazione c’era stato qualche altro ferito lieve, io e Natale corremmo alla caserma del paese che ovviamente era chiusa a quell’ora ma contattammo comunque le forze dell’ordine intimando loro di accorrere al Free Bar. Il comandante dei Carabinieri dormiva e ci mise due ore ad arrivare. Dopo mezz’ora che i giovani figli di boss se n’erano andati arrivarono gli adulti, cioè i boss in persona che si chiusero con Glauco e Pino nel retro del locale a discutere.

Non riuscirono a convincerli a non sporgere denuncia però, nonostante le sicure intimidazioni ma di questo non ne so molto di più. I poliziotti del capoluogo che avevamo contattato sia noi che altri ci misero un’ora a decidersi a prendere la strada del mio paese. Varcata la soglia d’entrata poi pensarono bene di fermarsi in una delle piazze a fare perquisizioni, non si sa perché, e in quel mentre beccarono uno dei feriti lievi che stava andando verso l’ospedale. Invece di chiedergli cosa fosse successo gli chiesero se aveva il fumo, cosa che generò la prima violenta reazione nei loro confronti di quella sera. Ma finì lì. Dopo una mezz’ora in cui nessuno sa cosa stessero facendo, gli uomini in divisa finalmente giunsero di fronte al gazebo del Free Bar. Eravamo rimasti in una trentina di persone, ormai erano le tre di notte e appena lo sbirro scese dall’auto declamò la sua battuta d’ordinanza:

“che ci fa tutta ‘sta gente incivile a ‘st’ora di notte per la strada?”.

Rischiò il linciaggio e l’inizio della guerra civile. Prima che questo succedesse accorremmo in due a prenderlo da parte ma restando sotto l’occhio del pubblico uditorio, conferendogli in un italiano migliore del suo che lo zittì e facendogli un breve quadro del dominio degli anni ’90 di quella famiglia mafiosa al nostro paese, della gente che lavora tutta la settimana e il sabato si trova al Free Bar a divertirsi, dello Stato che non fa niente e ci rompe i coglioni per le canne, del dare incivili a noi loro che tre mesi prima avevano fatto tutta quella merda al g8. E che non ce la stavamo prendendo con lui come persona ma con la sua divisa, la sua istituzione.

Lo sbirro ebbe un ripiegamento morale, ci diede ragione e si depresse.

Propose raccolte di firme, di testimonianze anonime e cose del genere, ma nulla successe. Quando tutto stava per finire arrivò il comandante bocconotto dei carabinieri del paese che finalmente era riuscito a vestirsi.

Il Free Bar sporse denuncia come detto. Chiuse definitivamente un mese dopo, ma non solo per questo, in realtà un’epoca d’oro stava per finire. Poldo no, non sporse denuncia, lui e la sua famiglia probabilmente non ebbero la forza di andare avanti da soli. Per un po’ divenne la star del paese, ma durò poco.

Io ripartii per Bologna, avevo l’esame.

Agli inizi di dicembre il mio paesello salì alla ribalta delle cronache nazionali. Il Tg1 presentò più o meno così la notizia:

“La disgrazia si è compiuta ieri notte. Un giovane, probabilmente per vendicarsi con il gestore della sala giochi di un piccolo sopruso, decide di costruirsi in casa una piccola bomba artigianale e di depositarla davanti all’entrata del locale durante le ore notturne. Ma qualcosa non va come preventivato e il giovane non riesce ad allontanarsi in tempo prima della deflagrazione del rudimentale ordigno. Vani i soccorsi, muore pochi minuti dopo”.

Chiamo casa, mia madre mi dice che il giovane artificiere è Poldo. Tristezza durante la telefonata, mi parla un po’ della sua famiglia e dell’ultima volta che l’aveva visto e della violenza e della disgrazia. Vorrei sapere di più, ma rimando le indagini alle vacanze di Natale imminenti. Poldo che costruisce una bomba, chi l’avrebbe mai detto. Povero Poldo, bello mio, che sofferenza questa vita.

Il primo giorno che arrivo al paese faccio una ricognizione davanti all’ingresso della sala giochi devastata. Non ha ancora riaperto per fortuna, cosa che temevo. La sera incontro gli amici e ci andiamo a raccogliere nella casa in campagna di Sergio, siamo una ventina tra residenti e ritornanti in sede e la festicciola alcolica e fumosa va avanti fino a tarda notte. Ogni tanto interrogo qualcuno dei residenti sul fatto di Poldo, ma tutti mi rispondono infastiditi e reticenti, più del solito per la verità. Non ne vogliono parlare per niente, è evidente. La rimozione per non stare male? Probabilmente. Verso le due inizio a chiacchierare con Sergio, ci raccontiamo un po’ di cose nostre e ritrovata la confidenza cerco di arrivare delicatamente alla notizia, riportandogli quello che so e che ho sentito dai telegiornali nazionali e letto sui quotidiani locali e nazionali di quei giorni conservati da mia mamma.

“Al telegiornale hanno detto una marea di cazzate”

“Immaginavo”

“Io stavo in giro con Pasquale quella sera, stavamo in macchina e abbiamo sentito lo scoppio. Siamo arrivati lì davanti praticamente subito, due minuti dopo, eravamo i primi. L’ho visto ancora vivo, una cosa terribile.”.

“Oh madonna mia”

“L’ho sentito che chiedeva aiuto ma non aveva più le gambe, gli erano saltate, era carbonizzato ma era ancora vivo. Mi sento male ancora adesso se ci penso.”

“E dopo? È arrivato qualcun altro, i soccorsi?”

“Sì sono arrivati tutti, l’hanno portato via subito dopo, ma non c’era niente da fare. L’ho visto morire agonizzante praticamente. Dopo è arrivato mezzo paese, era l’una e mezza di notte mi sembra quando è successo. Ma il fatto è che là davanti sembrava scoppiata la bomba atomica, non era una bombetta. La scientifica è arrivata dopo una mezz’ora e ha detto che non poteva essere una bombetta, solo un detonatore poteva fare tutto quel casino, e un detonatore non te lo fai a casa in un pomeriggio.”.

“Come cazzo è possibile? E chi glie l’ha fatto questo detonatore?”

“Eh, chi glie l’ha fatto. I Balbo no?”

In casa siamo solo noi due, una cinquina di altri e altre sono rimaste fuori a fare non so cosa, forse c’è una coppia nella cameretta che amoreggia, ma non si sente nulla. La campagna brulla e umida fa il gotico del nostro inverno poco conosciuto e spendibile rispetto all’osannata solarità estiva. Il folletto tipico delle case contadine è entrato ad ascoltare e a proteggere i nostri racconti. Insieme a lui qualche ragno, sicuramente.

“Sì mi era balenato nella mente che potessero c’entrare loro, ma mi rifiutavo di pensarci. Che poi il padrone della sala giochi è immischiato, no?”

“Sì solite cose, loro mandano i figli in giro nelle sale giochi, conoscono i quindicenni del paese nostro, fumano insieme quella merda di erba albanese che i padri spacciano e un mese dopo vedi quegli stessi quindicenni devastati che vendono l’erba sulla villa, fino a che non arrivano i carabinieri che mettono dentro i quindicenni e finisce lì, e ricomincia il giro”.

“Vabbè questo lo so, ma che c’entra Poldo?”

“Ti ricordi la sera del casino al Free?”

“Sì, come!”

“Eh, dopo quella sera i Balbo l’hanno circuito a Poldo, se lo sono fatto amico, gli hanno chiesto scusa e riscusa e hai ragione e quel coglione di mio figlio stava ubriaco quella sera eccetera eccetera”.

“Nooo! gli hanno promesso i soldi in cambio di fare questa stronzata alla sala giochi”

“Esattamente”

“E le indagini?”

“Le indagini che io sappia sono finite lì. Il caso archiviato come bravata giovanile finita in disgrazia. Ma non è possibile. Poi le cose in paese si sanno. Prima tutti fanno i paladini della giustizia. Pensa che quello stronzo che abita di fronte alla sala giochi davanti al tg1 ha detto ‘sono stato io il primo che è uscito ad aiutarlo, non sapevo che fare’ e cose così. Invece il signorino è uscito quando già noi c’eravamo da tempo là davanti, e ha iniziato a sbraitare per il sangue che gli aveva sporcato l’inferriata nuova. La gente è così, di cuore di cuore ma poi pensano ai cazzi loro. Quando si è capito come si stavano mettendo le cose tutti si sono disinteressati. Poi le notizie sottobanco escono lo stesso, però insomma ti sto dando appunto notizie riservate, insicure, e un po’ sono anche ricostruzioni mie, quello che ho visto, quello che ha detto la scientifica a caldo, ecc”

“Lo so lo so non ti preoccupare. Ma la famiglia?”

“Chissà. Sicuramente è andata la polizia a casa, ma non si sa niente per adesso, e penso che se i giornali hanno presentato così la cosa tutto porta all’archiviazione. Che gli interessa a loro fare casino per un povero fesso di paese, sai quante ne combinano i Balbo, come stanno in mezzo all’edilizia abusiva, alla politica e a tutto il resto?”

“Sì lo so però porc…..!”.

“Eh, solo bestemmiare possiamo”.

Sì le conservo ancora queste menzogne. Questo plico di articoli che fanno un pezzo di storia del mio paese, storia travisata come tutta o quasi la Storia ufficiale. Testi che raccontano di un povero giovane con tanti problemi, e questo era vero del resto. Di come tante volte il destino è crudele, il fato decide di accanirsi, il diavoletto eccetera eccetera. E della piccola comunità che si stringe intorno. E tutto questo non lo so fino a che punto. Ci ho fatto un angolo per il plico in mezzo ai libri nostri di scuola così so dove trovarli gli articoli quando mi viene voglia ancora di rivedere il faccione del mio compagno di classe Walter delle scuole medie. Il faccione buono di Poldo, ucciso dalla sfortuna…

 

pubblicato originariamente in Blog di Daniele Barbieri & altr*



[1] Nuovo Cinema Paradiso di Giuseppe Tornatore

[2] Noto ospedale psichiatrico emiliano