È la seconda primavera consecutiva che passo qui, non succedeva da anni, a parte le vacanze di Pasqua e qualche giorno tra 25 aprile e primo maggio rubato al lavoro nelle scuole di Roma.

È la seconda primavera da confinati, anche se le due non sono uguali. Ma di comune c’è l’uccisione della socialità.

Non so perché mi sono venuti in mente i Sepolcri. Per il secondo anno non ci sono stati. Il potere sa che le abitudini si cambiano con il tempo, e il popolo non sempre se ne accorge di stare perdendo i suoi riti in favore delle abitudini telecomandate. Di stare diventando massa.

È più di un secolo che succede, ma la resistenza maggiore viene dai paesi e dai Sud. E dai paesi del Sud.

I Sepolcri io me li ricordo da piccolo come una mega-camminata inedita nelle tenebre mistiche delle strade di Aradeo. In cui potevo incontrare chiunque. Un’occasione unica, diversa dai riti settimanali in cui si facevano sempre le stesse cose.

Poi ho un flash della mia vita studentesca. Tornavo il mercoledì santo da Bologna, se ci riuscivo, e il giovedì ero già operativo, da pomeriggio ci chiudevamo nella trattoria western rediviva, a chiacchierare, giocare a carte e bere qualche bicchiere di vino o qualche amaro, ci allontanavamo verso la villetta a farci una canna e poi decidevamo di farci un giro.

A quel punto ci rendevamo conto di essere circondati. Invasi. Dalle 19 il paese era già tutto fuori. E noi eravamo fuori più di loro. Io che riuscivo quasi sempre a rimanere lucido e controllato, o almeno davo l’apparenza, prendevo la macchina e provavamo a fuggire. Ma avevamo parcheggiato là nei pressi e oramai non c’era scampo.

Fermi in macchina, osservavamo sciami disordinati di persone che ci conoscevano da quando eravamo nati. Era la comunità a cui noi appartenevamo e da cui scappavamo. Eravamo felici che ci fosse per poterne scappare e poterla ritrovare sempre là.

E la fede c’entra fino a un certo punto. C’entra il fatto che esistano delle comunità. Erodere i riti sociali e riprodurli in forma virtuale e controllata dal mercato è il delitto perfetto. La televisione è il delitto perfetto. Ma attenti ai delitti perfetti, sono pieni di lacune e di falle.

La prima primavera da confinato ero sprizzante di vita repressa perché ero appena uscito dalla fase critica di una malattia. Ero tornato sano grazie a chi mi aiuta pagando  il prezzo delle scelte mediche non convenzionali, ed ero carico di vitalità e di rabbia.

Ho scritto e pubblicato tanto, ho parlato fiumi di discorsi a distanza e il cielo si è rischiarato delle persone e delle idee da tenere e di quelle da lasciare andare.

Ho sostenuto chi mi stava vicino quando ci riuscivo, sono stato a passeggio in tutti gli anfratti delle campagne vicine, mi sono infilato spesso in casa di Tonino che fa parte delle campagne vicine e abbiamo fatto gli aperitivi di spremuta di vitamine con i raggi del sole delle 18 – ora del terrorismo virtuale di Stato – raggi che bagnavano il tavolino sotto la sua veranda e ci regalavano la vitamina D, in aggiunta a quella pagata 16 euro in erboristeria.

Quando me ne andai da Bologna era l’inizio della primavera. Mi ricordo che continuavo ad andare e venire da qui, dal Salento, dalla casa nativa. Un giorno decisi di rimettere in sesto lo studiolo abbandonato, che durante l’adolescenza aveva fatto da mio “abbaino per avere il cielo sempre vicino”. Ripresi anche un vecchio computer abbandonato perché diventasse una macchina da scrivere e uno stereo (non poteva collegarsi al wi-fi ed era troppo lontano dal modem). Misi dentro un CD degli Insintesi e aprii dei vecchi files lasciati a decantare per anni lì dentro, email conservate della storia con Betty, articoli antiglobal, altro.

Era mattina e dalla persiana semi-aperta c’era un bombardamento di raggi primaverili che avvolgevano lo studiolo lì in alto. I bassi del dub facevano da contrappunto alle cose che leggevo, poi smisi di leggere e rimasi ad ascoltare e a guardarmi intorno. Tutto era possibile. Era possibile quello che da sempre mi era sembrato impossibile. Quello che certi in questa terra amano chiamare restanza.

Restare qui, fuggire dalla città, ed essere felice essendo me stesso, soltanto me stesso. Fare quello che sentivo.

Si stava aprendo un’epoca, in quel 2011, ma avrei capito a breve che non sarebbe stato così facile (e infatti non lo fu), ma quell’epoca si stava aprendo davvero ed è l’epoca in cui il coma irreversibile di questo sistema è ormai – almeno per molte e molti di noi – certificato. Da allora, da dieci anni, non facciamo altro che cercare vie d’uscita.

Forse tutto questo sta succedendo per farcela trovare.

Finalmente.

Aprile 2021

Un pensiero riguardo “La seconda primavera

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