LA MESSA IN SCENA DELLA NORMALITA’

«Secondo alcuni studiosi, il linguaggio scientifico sarebbe una buona approssimazione del linguaggio non retoricamente elaborato. A ciò si potrebbe opporre che il discorso scientifico, almeno in alcuni suoi passaggi decisivi, fa delle operazioni che sono di carattere squisitamente retorico (*).

Si capisce tuttavia come esso appaia vicino al grado zero se si considera che nella ricerca scientifica i procedimenti metonimici e metaforici (**) si articolano in maniera insieme elastica e stabile, molto più che in altre pratiche significanti dove spadroneggiano ignoranza e licenza.

Discussioni secolari su induzione o deduzione per capire alla fine che la scienza non si trova ad affrontare simile alternativa. Non ne ha bisogno, dico io, poiché il passaggio dal particolare all’universale e viceversa è un’operazione pratica che si fa in tanti modi e versi, ogni volta che sia possibile oltre che opportuno. Ed è possibile appena si riesce ad inventare un significato capace di esprimere e progettare il senso globale di un movimento esplorativo, poco importa quanto esteso o di quale natura. I botanici lavorano su lunghe e minuziose raccolte, Galileo si è concentrato su pochi esperimenti mentali, Freud si è dibattuto con i fantasmi suoi e dei suoi pazienti. Naturalmente le scienze non sono tutte uguali neanche da questo punto di vista.

Una stabile articolazione tra direttrice metaforica e metonimica si ha soprattutto nelle scienze provviste di laboratorio. Il laboratorio è il luogo che suscita le esplorazioni metonimiche e le disciplina nella forma dell’esperimento, con delle selezioni e dei ritagli fondamentali per la produttività del discorso scientifico.

Non c’è linguaggio per dire le cose così come stanno, ma ci sono bene delle sistemazioni dell’ordine simbolico-sociale per la messa in scena della normalità. Quando si è trovato il modo di far coincidere, più o meno felicemente, il giro esplorativo che si è capaci di fare con le parole che si è disposti a dire (o viceversa, il giro che si è disposti a fare con le parole che si è capaci di dire), allora le cose si impongono alla registrazione obiettiva, che sarebbe quella di grado zero. A questo punto la retoricità intrinseca al linguaggio diventa quasi invisibile, restano in evidenza soltanto delle figure retoriche di cui non si scorge più che rapporto abbiano con i processi costitutivi del linguaggio né quale squilibrante opposizione possano intrattenere tra loro.

Ma si può anche teorizzare e praticare la retoricità intrinseca del linguaggio senza soccombere alla squilibrante opposizione.»

(dal paragrafo “Il grado zero”, pagine 68-69 dell’edizione Manifestolibri)

(*) NOTA DEL TESTO. “A partire da M. Black, Models and metaphors, Cornell U. P., Ithaca (New York) 1962, la retoricità del linguaggio scientifico è riconosciuta e indagata, con una preferenza finora esclusiva per la sua metaforicità. Veduta parziale ma significativa: si riconosce e ribadisce l’operazione prevalente”

(**) NOTA MIA. Semplificando, per “metonimici” intendi “esperienziali/laboratoriali” e per “metaforici” intendi “teorici/teorizzanti”. Ma è una semplificazione che non rende giustizia al discorso. Per chi vuole approfondire rimando ovviamente al testo di Muraro o al mio Gli ordini simbolici di metafora e metonimia


LA PAURA DI TROVARSI FUORI POSTO

«L’aspetto più appariscente della subordinazione è dato dal fatto che ai corpi, alle cose, ai segni viene prescritto in che modo disporsi e combinarsi, pena il disordine, la miseria, il caos, la follia, ecc.

Il potere di questa imposizione non va sopravvalutato.

Per cominciare non è vero che andando fuori posto si finisce fatalmente nel caos, quelli che ne fanno esperienza lo sanno – vero è che la loro esperienza è sommersa da valanghe di discorsi e di associazioni mentali di segno contrario. D’altra parte i dispositivi che regolano il testo sociale sono lacunosi: non è vero – e in fondo lo sappiamo – che per vivere si debba produrre, riprodursi, istruirsi, parlare, amare, divertirsi, nei modi prescritti.

Ciò nonostante le cose vanno come se ci fosse una regolamentazione rigida. Quelli che sperimentano combinazioni significative non conformi ai significati dominanti, sembra che siano pochi e forse invece sono molti, ma la loro esperienza non è contagiosa quanto ci si potrebbe aspettare – la diffusione per contagio sarebbe il modo di comunicazione meglio rispondente alla produzione simbolica di tipo metonimico, basata sulle contiguità e sulle concatenazioni particolari concrete. Può capitare al massimo che sia ripresa per ricavarne significati, argomenti o immagini da mettere in circolazione al modo solito. Ai più non viene nemmeno in mente di scompaginare il testo sociale e di ricombinarlo secondo le proprie esigenze e il proprio particolare sapere. Le pratiche politiche che hanno combattuto le imposizioni del cosiddetto ordine sociale hanno scoperto da tempo che i tentativi di sovversione dal basso suscitano facilmente nei diretti interessati una specie di paura di origine interna. La paura di trovarsi fuori posto, allo stato puro.

La paura della sovversione c’è anche nei confronti del linguaggio. Quando insegnavo nella scuola dell’obbligo alla periferia di Milano – in un quartiere moderno la cui tenuta fisica e umana le famiglie proletarie difendevano, contro lo sfascio sempre incombente, menando colpi a destra e forse ancora più forti a sinistra – ero afflitta dagli scritti di alunni fedelissimi ai luoghi comuni di ogni tipo. Dopo aver tentato, invano, di fargli prendere la giusta grande misura della competenza linguistica che avrebbe dovuto essere la loro, ebbi l’idea di scuoterli con la dismisura della licenza poetica, quella dei poeti dell’avanguardia. E la cosa funzionò ma solo dopo che ebbero visto con i loro occhi delle poesie stampate. Evidentemente ci voleva l’autorità della carta stampata per controbilanciare quella delle loro norme stilistiche le quali, oltre che ferree, erano così dettagliate da far sì che mai un prato fosse altro che verde e la vita meno che bella.

Devo aggiungere che in mezzo a quei miei sforzi per dissociare il verde dalla parola prato e cose del genere, e nella misura stessa in cui ciò mi riusciva, avvertivo un vago disagio, come l’impressione che così facendo uccidevo un’anima, una stereotipata anima arcaica che era per loro la figura della cultura, caduta la quale altre non ne sorgevano a impedire che venissero in triste risalto i muri della nostra aula e i casoni del loro quartiere, ben visibili dalle enormi finestre – le scuole moderne hanno finestre enormi. Quel quartiere sempre in bilico tra dignità e degradazione, che temeva le iniziative degli insegnanti innovatori quasi quanto le devastazioni dei teppisti, mi è rimasto davanti come il fondo di una strada cieca, cul-de-sac (nel mio paese c’era una stradina cieca che chiamavamo Cul de saco).»

(dal paragrafo “L’esigenza di avere un’anima”, pagine 85-86 dell’edizione Manifesto libri)

I testi qui riportati sono ripresi dal testo filosofico “Maglia o uncinetto. Racconto linguistico-politico sulla inimicizia tra metafora e metonimia” di Luisa Muraro, pubblicato nel 1981 da Feltrinelli e ripubblicato nel 1998 da Manifestolibri, con prefazione di Ida Dominijanni.


E’ possibile scaricare qui sotto il primo capitolo del testo

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