Una verdura autoctona prodotta senza uso di pesticidi, nell’odierno 2021, viene considerata in tre modi diversi in base alla fetta di società da cui viene percepita, accolta, mangiata e digerita. Prendo un esempio casuale, la cima di rapa, visto che ce l’ho sul fuoco e l’ho appena raccolta dal bancale sinergico che condivido con un mio amico.

PRIMA FETTA – LA MASSA

La massa, che non è il popolo, avverte da subito un brivido di fastidio nella stessa dicitura “verdura autoctona prodotta senza uso di pesticidi”. Il primo fastidio è derivato dal costo che dovrà sborsare per quella verdura. Il secondo fastidio deriva dal fatto che oggi invece di carne deve mangiare verdura. Il terzo fastidio, invece, ha motivazioni psicologiche più complesse che l’uomo-massa non sa districare, e quando queste motivazioni non le può evitare e non lo fanno dormire, allora deve rivolgersi al meccanico della mente che la tecnocrazia gli mette a disposizione: queste motivazioni sono legate al fatto che c’è qualcuno che sta tentando di insegnarti qualcosa, che lo sta facendo con saccenza e arroganza, che sta facendo leva sul tuo senso di colpa e sui tuoi traumi scolastici adolescenziali. Che ti sta rompendo i coglioni insomma, volendo sintetizzare con una felice espressione di massa. La massa vota destra, naturalmente, ovunque essa sia rappresentata nell’urna: oggi quindi può votare qualunque partito sia candidato nella fiction elettorale.

SECONDA FETTA – L’ÉLITE

L’élite è la fetta di società opposta e complementare alla massa. Al contrario di come erroneamente viene configurato oggi dalla stessa élite, non ha senso dire che l’élite oggi sia opposta al popolo: questo poteva succedere fino alla metà dell’800, quando non esisteva ancora una società veramente industriale, ma si ragionava sulla base della suddivisione in classi della società feudale. L’élite naturalmente si fa gioco della divisione ancién regime popolo-élite per nascondere l’attuale, quella tra élite tecnocratica e psicosi di massa, portata avanti dai media in modo quotidiano ormai dall’inizio della società della paura (luglio-settembre 2001). Ma torniamo alla cima di rapa. L’élite naturalmente ne fa un’apologia, ma che dico un’apologia: ne fa un panegirico. La adora quando la guarda brillare mondata dalla fastidiosa terra nelle cassette dei negozi biologici cittadini, dopo aver fatto 1.200 km di strada, e nei piatti dei ristoranti e degli agriturismi (specialmente pugliesi, ad agosto, dove sono buoni tutti a dire che non usano pesticidi). L’élite è la prima creatrice e nello stesso tempo la prima consumatrice di greenwashing, cioè di trattamento sanitario obbligatorio per far sembrare pulito ed ecologico l’orrore globale. Dopo questo trattamento, l’élite inizia a rompere i coglioni alla massa per il suo essere, ovviamente, troglodita. L’élite è l’evoluzione della società feudale: è una fetta allargata di borghesia capitalista divenuta nuova aristocrazia indottrinata, che lavora per reiterare lo sfruttamento verso la terra e le sue risorse, verso gli animali, verso le persone. I suoi individui vivono in opposizione a sé stessi e alla natura, vivono quindi di dissociazioni spesso incolmabili, di psicodrammi irrisolti, e per questo motivo il greenwashing (associato al pinkwashing) sono funzionali, insieme all’alienazione urbana e ai farmaci, a superare la dissociazione di vivere per il potere facendo finta di parlarne contro. L’ecologia della mente, l’ecologia profonda, il pensiero libertario e il femminismo radicale sono i suoi nemici principali. Cioè la sinistra vera, e non quella dei media capitalisti del terzo millennio e dei suoi ripetitori seriali. Anzi, ripetitor* serial*.

TERZA FETTA – IL POPOLO

Il popolo è nemico sia della massa, sia dell’élite. Sono le persone che invece di guardare la televisione la sera si incontrano, oppure si mettono a fare lavoretti, insomma vivono e non vegetano. Che invece di comprare la verdura con i pesticidi dal supermercato, la producono con metodi millenari. Che invece di avere con il mondo un rapporto funzionale, ne hanno un rapporto empatico. Che rifiutano di lavorare per il capitale e lavorano per il proprio benessere, e non fa niente per i costi sociali che dovranno pagare. Che guardano le stelle direttamente e non dall’app. Praticamente, starai già pensando, il popolo non esiste, probabilmente non esiste più, e magari non è mai esistito. E qua ti volevo. La percezione della non-esistenza di qualsiasi forma di cooperazione, associazione, assembramento popolare, è funzionale all’affermazione del capitale immateriale del terzo millennio. Ma soprattutto, è funzionale il fatto che tu pensi e affermi h24, come un invasato, che un popolo non possa esistere. O al massimo che non esista più. O che magari non sia mai esistito: chi può dirlo, in questo eterno presente virtuale revisionato? Che tu pensi e dica che non è mai esistita l’umanità, sostanzialmente: un rapporto umano degli esseri umani tra di loro, tra l’essere umano e il suo corpo, tra esseri umani e tempo della vita, tra esseri umani e interiorità. Un rapporto non idilliaco, ma umano, fuori dalla tecnocrazia, con tutte le sue bellezze e nefandezze: un rapporto con la vita diretto e non mediato dall’alienazione capitalistica è ciò che io oggi non devo vedere. Una volta che la dissociazione è fatta, posso parlare di tutto, di violenza contro le donne e contro gli animali, è uguale: tanto sono solo parole di un automa dissociato deprivato di relazioni. Anzi, di un autom* dissociat*. Vita virtuale h24, l’unica vita in cui può diventare possibile l’assurdo. Ad esempio arrivare a credere che sia per il tuo bene, essere confinato per anni in un loculo virtuale. Oppure che un magnate della tecnocrazia e una multinazionale bio-tech producano, pubblicizzino e quotino in borsa cibo sintetico e medicine sperimentali. Per il tuo bene, non per il loro. Chi sarebbe quindi questo popolo che millanto? Sono quelle mani che per ore cucinano, cucinavano o cucineranno cime di rapa o altro rubando il tempo ad altre cose inutili e dannose, condividendo risate e incazzature, ritrovando o ricreando comunità. Come facevano certe donne, che lo so bene che non erano libere, ma erano vere in tutto quello che facevano, e hanno fatto la storia vera di quello che oggi masse ed élite italiane invocano come “cibo buono”. Il popolo è quello che sa riconoscere il cibo vero – traduci con cultura popolare – il cibo cioè che deriva dalla scienza e dalla coscienza popolari: il popolo è il nemico del “cibo green” e della “scienza non democratica”. Il popolo è tutte le volte che l’abbiamo fatto, mettendo al centro il benessere delle relazioni invece del marketing capitalista. E ogni volta che abbiamo svenduto una pratica, siamo passati nell’altra fetta, nell’élite che sfrutta le psicosi di massa o il greenwashing. Ma di pratiche ce ne sono e ce ne saranno sempre di più: ora più che mai sono un’emergenza. Il popolo nella storia del mondo ha avuto un’ecologia della mente e un’ecologia profonda innate, senza letture, ha avuto uno spirito politico zapatista e altermondialista anche senza essere andato dall’altra parte del mondo, è riuscito a vivere capendo che occorre fare comunità, a volte anche con chi ti sta sul cazzo. Perché solo così si sopravvive. E solo così hanno un senso le due parole “restiamo umani”. Il resto, è follia tecnocratica arrivata forse oggi, nel 2021, al suo limite. Perché la globalizzazione è nuda, anche se devi odiare e perseguitare chi te lo dice. Anzi, proprio per questo.

Scusate la finisco, in realtà era solo fame.

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