PRECEDENTE


 

animale da pratelloCi prepariamo in fretta e corriamo giù per il giro scale polveroso. Pochi passi dopo svoltiamo in via Pietralata e la percorriamo in silenzio fino all’incrocio con via del Pratello. Si affollano pensieri vari nella mia testa, ma tra questi il principale riguarda Betty, vorrei chiamarla ma mi rendo conto che non ho il numero di telefono del suo appartamento in zona San Donato.
Una delle persone più importanti di quest’anno non mi ha mai dato il suo numero di telefono, né io gliel’ho mai chiesto. Ci siamo sempre incontrati per caso, anzi per voglia sua, non ho mai fatto nulla per vederla o cercarla eppure è stata così presente nella mia vita e in quella dei miei amici, è stata sempre lei a venire a bussare a casa o telefonare per chiedere compagnia.
Naturalmente Davide ce l’ha il suo numero, e forse anche Cesare, sarà forse che non l’ho mai voluto per evitare simbolicamente di ostentare il mio interesse nei suoi confronti? Eppure ci siamo visti e ci vogliamo bene.

Forse se quindici anni fa ci avessero detto che il mondo sarebbe andato così ci saremmo messi le mani nei capelli o ci saremmo fatti una risata. Se ci avessero detto che il telefono sarebbe diventato un oggetto personale obbligatorio come la carta d’identità, se ci avessero parlato delle caselle elettroniche e dei social network, delle giornate passate in posizioni fetali davanti ai computer, saremmo inorriditi. Se ci avessero detto che nessuno sarebbe più uscito da casa senza prima aver telefonato o messaggiato qualcuno per essere sicuro di non rimanere solo per strada, per essere sicuro di trovare l’aperitivo, la festa, il concerto desiderato senza imprevisti sorprese o avventure di sorta. Saremmo inorriditi.
Se avessimo avuto uno schermo da cui guardare il futuro, e avessimo visto persone per strada che fuggono se qualcuno si ferma a chiedere informazioni o peggio ancora passaggi, avremmo rotto quello schermo per la rabbia.
Se avessimo conosciuto il tom tom e ci fossimo guardati schiavi teleguidati incapaci perfino di consultare una cartina geografica o orientarci tra le strade di un qualsiasi centro sconosciuto. Se ci fossimo guardati telefonarci a pochi metri di distanza fino a quando non ci incontriamo. Incapaci addirittura di darci un appuntamento preciso in un luogo preciso ad un’ora precisa, incapaci di aspettare più di cinque minuti leggendo un libro o un giornale di carta senza telefonare impazienti alla persona attesa.
Incapaci di accettare la solitudine e la vita come viene.
Incapaci di leggere un libro o un giornale di carta.
Pugni nello stomaco.

All’edicola, all’angolo di via del Pratello, trovo una civetta del principale quotidiano bolognese. “Retata nelle case occupate del Pratello. Trovate armi e droga” dice.
Ci fermiamo di colpo tutti e due, ci guardiamo increduli continuando a stare in silenzio.
Nei pochi passi che separano l’edicola dalle case in realtà respiro un certo sollievo. È qualcosa di politico penso, non mi riguarda direttamente. È una cosa brutta, ci toglieranno uno spazio o forse c’era davvero qualche giro losco tra le case occupate o tra alcuni dei loro frequentatori.
Ma noi non c’entriamo.
Il portone d’entrata è spalancato, anche la metà che di solito rimane chiusa. Nel corridoio non c’è nessuno, ma si sente chiaro il brusio della gente ferma nel giardinetto interno. Mentre percorriamo il corridoio, notiamo resti di cartone e buste nere di plastica, come se ci fosse appena stato un trasloco. In giardino sostano in piedi una trentina di persone, per lo più volti conosciuti, ragazze e ragazzi tra i venti e i trent’anni, anche qualcuno più grande.
C’è un gran vociare e si sente nell’aria la tensione, ma c’è anche chi ride e chi smangiucchia qualcosa, ci sono due punx con l’aria sfatta e una birra in mano ciascuno, provenienti direttamente dalla notte precedente.
Non ci sono cartelli, volantini o megafoni che informino su cosa stia accadendo, dobbiamo farci avanti e inserirci nell’happening improvvisato se vogliamo capire qualcosa.
Per fortuna ci nota subito Cesare e ci viene incontro.
«Hanno preso Davide!» è la doccia fredda che ci butta subito addosso.
– Come sarebbe hanno preso Davide? – rispondiamo all’unisono.
«Hanno fatto una retata stanotte, hanno preso dieci persone, alcuni interni delle case altri esterni. C’è anche Betty tra questi.»
La doccia fredda si trasforma in una scarica di pugni sotto il mio costato, sento salire una tensione verso la bocca dello stomaco, qualcosa di simile a tutti i miei momenti di ansia, ma diversa in qualcosa. Ho paura. Non dirmi più niente vorrei dire a Cesare, non mi terrorizzare.
«Non si capisce bene cosa sia successo, pare che abbiano avuto la soffiata di un carico di erba che doveva arrivare qui ieri sera, dicono che sono arrivati i poliziotti, venti o trenta, hanno rovistato dappertutto, hanno spaccato un sacco di roba, si sono portati via cose di valore.»
«Ma è allucinante» dice Igor «pezzi di merda!»
«Dieci persone! Ma cosa credono, di aver sgominato una cosca mafiosa?» aggiungo irritato.
«Hanno preso chi hanno trovato. Davide e Betty erano qui ieri sera con altra gente, c’erano vari amici nostri che sono riusciti a scappare e mi hanno raccontato questo.»
«Ma è vero del carico di erba?»
«Sì, è vero, è arrivato un tipo di Foggia con una borsa piena, saranno stati due chili, ma i ragazzi della casa, quelli rimasti qui, dicono di non saperne nulla.»
«E la storia delle armi?»
«Hanno trovato dei coltelli di un ragazzo qui che ha una collezione, poi hanno messo sottosopra tutto, hanno trovato altro fumo. Hanno preso addirittura i coltelli grandi della cucina.»
«Ma non vi sembra strano che non abbiano sgomberato e sigillato il portone d’entrata?» chiede Igor.
«Sì, è strano, a quanto ne so hanno solo transennato l’orto dietro il palazzo, c’è anche uno strano buco nella terra, ma io non l’ho ancora visto, è una voce che sta girando qui.»
«Dove sono loro adesso?»
«In questura, dietro Piazza Maggiore. Dovrebbe esserci un sit-in tra mezz’ora, vediamo un po’ che si dice.»
Cesare ci lascia e si perde tra le persone in cerca di informazioni. Per una strana associazione di idee mi viene in mente Spartaco e la rivolta degli schiavi che ho letto il giorno prima sul manuale di Storia Romana. Mi ritorna l’immagine con cui ho visualizzato quella vicenda mentre la leggevo, la fila di croci messa in scena nello Spartacus di Kubrick.
In Piazza Galilei, di fronte alla questura, ci sono duecento persone affollate per la maggior parte a debita distanza dai portoni d’entrata, tra le catene di ferro che cingono l’area pedonale e il Café Caracol, allegro locale molto in voga le cui insegne stridono con la presenza odierna degli autonomi. Un plotone di poliziotti è schierato in disposizione angolare che segue il perimetro della Bastiglia felsinea da difendere. Oltre i cori e qualche isolata provocazione non si riesce ad andare, quindi i compagni decidono di avviarsi in manifestazione spontanea verso la zona universitaria, a capo ci sono i nuclei più numerosi, il 36 e altri, le presenze dei compagni più direttamente coinvolti, cioè gli occupanti delle case, sono quasi invisibili, mimetizzate dalle solite logiche di avamposti e retrovie decise dai futuri parlamentari di sinistra. Lungo il tragitto viene presa di mira la Feltrinelli e all’angolo di Piazza Ravegnana si creano i tafferugli. La libreria traditrice subisce una sonora pietrata che manda la vetrina in frantumi addosso ai best seller esposti. Un gruppo di ragazzi entra in un bar e ruba un uovo di Pasqua gigante, rimasuglio invenduto delle feste primaverili, uno di loro lo custodisce come trofeo tenendolo in alto quanto basta per superare le teste dei militanti, ma suo malgrado non riesce a divincolarsi dalla ressa che si crea sotto il portico dell’Irish Pub, generata dalla carica della polizia poco avanti, e l’uovo cade rovinosamente sul selciato romano dopo un volo di oltre tre metri, facendo la stessa fine della vetrina poco prima.
Disperato, il ragazzo si inginocchia a raccoglierne i dolci cocci ancora inviluppati nella carta argento e biascica:
«Era per la mia piccola, per la mia piccola!»
Riusciamo a scappare in Piazza Verdi, io sono con Igor, Cesare e il loro gruppo, ci sono anche Rosario e Titti, riconosco alcune facce di Filosofia che mi fa piacere avvistare qui. La situazione si calma nel giro di un’oretta grazie anche all’arrivo di due notizie. La prima rasserena parzialmente e la seconda gela definitivamente gli animi dei presenti.
La prima notizia è che sono stati rilasciati sei dei dieci fermati, poco dopo scopriamo che i trattenuti sono guarda caso gli occupanti delle case. Nonostante la palese ingiustizia non ce la facciamo a trattenere la felicità.
La notizia che gela invece, trapelata dalle prime dichiarazioni informali dei compagni rilasciati, è che pare sia stato trovato un cadavere, non si capisce bene se in una delle case o da qualche altra parte, comunque sia gli inquirenti stanno cercando di capirci qualcosa e sono riusciti a non fare fuggire la notizia, evitando così di rimpolpare la già grassa civetta “armi e droga” che sicuramente avrà fatto la felicità degli editori, stamane. Ma contando i giornalisti spia qui presenti, non ci vorrà molto che la notizia del cadavere faccia il giro della città, ovviamente a braccetto con la retata dei giustizieri della notte in divisa. Eppure il fatto di per sé è grosso e non ci fa stare tranquilli. È il segno di qualcosa che non va, di una disumanità che sta entrando dentro di noi anche se non lo vogliamo.
Cesare si avvicina al nostro gruppetto dicendo che Davide è già a casa e ci avviamo all’istante insieme a tutti gli altri. I primi abbracci lasciano subito il posto al racconto dettagliato di quello che è successo:
«Ci hanno trattati di merda, in piedi per ore, le inquisizioni, eccetera. Come terroristi. Le mani addosso alle ragazze con la scusa delle perquisizioni, gli schiaffoni a noi. Ma la cosa più allucinante è l’assalto alle case di ieri sera.»
La cucina-teatro ascolta silenziosa e tetra in questa strana ora di pranzo. L’accenno alle mani poliziesche sul corpo di Betty mi provoca un conato.
«Noi sapevamo che stava arrivando l’erba, c’eravamo messi d’accordo tra di noi per prendere qualche centomila. Ovviamente non l’avremmo fatto lì dentro, saremmo andati a casa di qualcuno, avevamo pensato a casa della Rossella qui sotto visto che il pusher era amico suo. Siamo stati dei coglioni.»
«Amico della Rossella?!» chiedo con tono allarmato.
«Sì, ce l’aveva detto lei di andare alle case ieri sera» mi risponde Davide con un tono che mi sembra seccato all’inizio, ma è in realtà sospettoso almeno quanto la mia domanda.
«Comunque lei non si è presentata ieri» si affretta ad aggiungere anticipando la mia domanda di qualche frazione di secondo, «lui invece appena entrato è venuto subito al baretto dove eravamo seduti e ci ha chiesto se volevamo dell’erba, in altre occasioni avremmo detto di no, ma abbiamo subito capito che era lui e l’abbiamo invitato a sedersi al tavolino. Nemmeno dieci minuti ed è successo il terremoto, non so quanti erano, cinquanta, boh? Ci hanno immobilizzato subito, eravamo troppo lontani dall’uscita per scappare come hanno fatto gli altri. Ci hanno tenuto fermi lì per due ore, con i mitra puntati, non so che cazzo hanno combinato dentro, da sotto sentivamo solo il bordello del rumore delle cose che gettavano a terra, gli insulti, qualche breve inseguimento. Quando hanno finito ci hanno schiaffati nei cellulari e via.»
«E il pusher è ancora dentro?» indaga Cesare col fiuto del futuro uomo di legge, lui che è scampato fortunosamente a queste vicende grazie ad una casuale serata romantica organizzata altrove.
«No, il pusher non l’hanno preso.»
«Come sarebbe?!» si allarma la platea.
«Il pusher è sparito un attimo dopo l’irruzione, lasciando la borsa piena di erba vicino al nostro tavolo. Per tutto il tempo abbiamo detto che non era nostra e non ne sapevamo niente, e forse non hanno voluto infierire su di noi, perciò ci hanno rilasciato. Sicuramente non gli serviamo.»
«Com’è possibile, come ha fatto ad arrivare dal baretto all’uscita in mezzo a cinquanta sbirri?» insiste Cesare.
«La paura l’ha fatto volare» dice Igor tra il sarcastico e lo scanzonato. Questo nuovo dato riempie di sconcerto i presenti.
«Cazzo il responsabile di tutto è riuscito a svignarsela?»
«Sì, ma noi siamo stati zitti in questura, ovviamente, abbiamo detto che non sapevamo un cazzo di quella merda di borsa, dovevamo metterci a fare le spie? E poi non è che abbiano insistito sull’erba, hanno deciso che la versione ufficiale è che lo zaino è delle case e noi siamo i loro clienti, e buonanotte. Quello volevano.»
«Sì, ma la soffiata da chi è arrivata?» chiedo ingenuo e nervoso.
«E che cazzo ne so? O la Rossella aveva sparso troppo la voce…»
«O se no?»
«O se no, non so.»

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Restiamo in silenzio ed evito di incrociare direttamente lo sguardo di Davide, ma so a cosa sta pensando, alla stessa cosa a cui sto pensando io. Solo che lui non sa niente della notte romantica tra me ed Anja e del tonfo nel corridoio.
Anche se è fuori luogo, mi rendo conto di avere con Anja un segreto in comune, che sappiamo solo noi. Mi fa strano questa complicità con una ragazza che a stento conosco. Mi alzo e mi dirigo verso la finestra, nel punto esatto da cui pochi mesi prima avevamo assistito alla scena, anzi alla non-scena. Davide intanto continua il racconto.
«È per questo che hanno trattenuto loro, perché tenteranno di dargli spaccio e anche detenzione di armi bianche oltre che occupazione abusiva e resistenza al pubblico ufficiale. A noi ci hanno denunciato per acquisto di stupefacenti e resistenza, cosa assolutamente falsa questa, ma siamo a piede libero. Per ora.»
Cesare mi raggiunge alla finestra aperta e si appoggia accanto a me sul davanzale. L’estate alle porte e i profumi dei gelsomini ci danno un po’ di sollievo.
«Siamo in un bel casino» mi dice in confidenza.
Gli rispondo annuendo, con la complicità dell’amico e del coinquilino.
Un giorno gli sbirri ce li ritroveremo anche alla porta del relitto se non stiamo attenti, ma sappiamo di non essere noi il bersaglio prediletto.
«Poi c’è la questione del cadavere.»
Nello stesso momento in cui nella platea si ravviva l’interesse, dentro di me parte la nebbia, una vampata di paranoia come non succedeva da mesi, come se fosse successa qualcosa lì sul momento. Come se avessi visto qualcosa di insostenibile.
«Ti senti bene?»
«Sì, sì, devo andare al bagno!»
Fuggo via dal davanzale, corro verso il bagno, mi perdo il racconto sul cadavere ma non ne posso fare a meno in questo momento, percorro il corridoio chilometrico e mi avvento sul rubinetto per sciacquarmi la faccia, un minuto, due minuti, come quando sono talmente sballato che ho bisogno di schiaffeggiarmi con l’acqua per assicurarmi di essere ancora in me.

Due ore dopo.

«Pronto? Sono Marco, c’è Betty?»
«Un attimo.»
Resto in apnea…
«Pronto?»
«Betty… come stai?»
«Marco! Ciao, insomma… adesso meglio.»
Non è convincente, ma non lo sono nemmeno io, preso dall’incertezza di farle la mia prima telefonata in una situazione del genere.
«Volevo sentirti, ero preoccupato.»
«Grazie, sono felice che hai chiamato, ti ha già raccontato Davide?»
«Sì, sono stati tutti qui, ora siamo rimasti solo noi di casa, Davide sta dormendo.»
«Beato lui, io non ci riesco.»
«Sei con le altre? Hai mangiato qualcosa almeno?»
«Sì, ci sono tutte, mi hanno cucinato… ero in camera da sola… stavo scrivendo…»
«Oh scusa, ti ho disturbato.»
«Ma no che dici, veramente… ti ho pensato prima, stavo pensando a quel discorso che abbiamo fatto qualche giorno fa sul mondo alternativo, Bologna, le canne, la politica… ti ricordi?»
Oh parbleu, certo che mi ricordo!
«Sì, certo» ero stato un po’ rigido come mio solito, il solito cinismo che critica chi fa scelte di vita più radicali delle mie. Lei controbatteva con frasi smozzicate, come suo solito, ma bastavano a mettere in discussione la mia assertività. La verità, a parte tutto, è che mi felicita il fatto che si sia ricordata di quel discorso in questo momento.
«Hai ragione su certe cose, anche se a volte sei troppo duro, la vedi troppo nera… però dopo quello che è successo stanotte sto pensando anch’io che a volte bisognerebbe avere più testa nel fare le cose.»
«Sì, ma qui i carnefici non siamo noi, sono loro» dico per giustificarla, ma rischio di incartarmi in un balletto di intenzioni e di riprodurre il battibecco a posizioni invertite. Lei abbozza per fortuna, del resto mi rendo subito conto che sto mettendo il dito in una piaga tutt’ora in pieno sanguinamento.
«Dai facciamoci una chiacchierata di persona, passo da te domani, ok?»
(Yuk!)
«Ma il tuo esame?»
«Oh quello… mi sa che faccio l’appello di luglio, meglio così.»
«Studia però!»
«Sì, non ti preoccupare» sorrido. Che tesoro.
Va bene non si è spezzata, ora sarà più forte e più bella di quanto già lo sia. Passata questa angoscia per ora e superato l’insormontabile scoglio di prendere il suo numero, sollevare la cornetta e comporlo, posso concentrarmi sulla seconda angoscia di questa giornata assurda. Sono quasi le sette di sera, Igor è appena uscito, Davide dorme e Cesare legge in cucina.
È il momento giusto.

Vado in cucina e raccolgo i sacchi piazzati nello sgabuzzino, i sacchi della spazzatura che nascondiamo dietro la porticina accanto al lavandino per il sommo piacere di Ernesto, il topolino abitante la stanzetta con cui abbiamo un reciproco rapporto di non belligeranza.
«Porto giù il rusco.»
«Va bene» risponde Cesare distrattamente e senza alzare lo sguardo dal libro di Seneca che sta leggendo. Che avvocato colto, penso.
Getto i sacchi nel cassonetto dall’altra parte della strada, attendo che si diradi la fila di automobili che mi divide dal mio rientro nel portone di casa, cerco intanto di rimanere concentrato e non pensare troppo a quello che sto facendo. Spingo il portone che ho appena lasciato socchiuso. Prendo a percorrere il corridoio, supero l’imbocco della rampa di scale che mi riporterebbe a casa e da quel momento sento che è iniziata la missione, nel momento in cui decido di non intraprenderla e filare dritto. Credo che non percorro questa parte di corridoio da quella famosa sera con Anja.
Non c’è nessuno in giro per fortuna. Arrivo nel chiostro e noto quanto sia spoglio e quanto sarebbe bello ristrutturato e guarnito di piante fiori e suppellettili varie. Passo lentamente davanti alla porta d’entrata della matta, Rossella, senza fermarmi, ma scrutandola con attenzione nei pochi secondi in cui entra nel mio campo visivo. Mi trapassa un brivido. È una porta-finestra a vetri in realtà, munita di spioncino, e ora è chiusa anche nelle imposte interne, come quella notte. Ora che è ancora giorno è il segno inequivocabile che non c’è nessuno, la mia impressione è che sia così da settimane, forse mesi, anche se nessuno qui nel condominio sembra si sia accorto di questo. Proseguo verso il giardino, superando l’ultimo tratto di corridoio porticato su cui sorge la camerona di Davide e Cesare. Ho sempre visto questo giardino dalla loro camera, invidiando l’ameno panorama che loro si godono rispetto all’angusto giro scale che appare dalla finestra della nostra cameretta.
Il giardino è molto grande e collega il nostro palazzo con quelli del Pratello. Secondo le mie previsioni in questo piccolo spazio di natura cittadina rientra anche il pezzo di terra delle case occupate appena perquisite.
Il pezzo di terra dove è stato trovato il cadavere.
Incedo tentennando sul vialetto tra i fiori e faccio finta di essere lì per interesse nei confronti dei prodotti della terra. Mi accuccio accanto alla pianta della salvia e ne strofino una foglia per prenderne l’odore sulle dita, ma intanto scruto tra le sue foglie verso la zona del cadavere. Noto subito le transenne e il nastro biancorosso che recinta la zona. Mi volto di scatto a guardare verso la finestra dei ragazzi, sia per accertarmi che sia ancora chiusa – vuol dire che Davide continua a dormire – sia per calcolare se il panorama che vedono dalla loro finestra possa arrivare all’orto delle case occupate. Mi sembra di no, è troppo angolato l’orto rispetto al nostro palazzo. Non so perché, ma questo mi rassicura, come se condividere lo spazio ottico costituisca una qualche forma di connivenza. Pippe mentali.
Mi sollevo e lascio la salvia. Mi guardo intorno, non c’è nessuno. Mi avvio verso il recinto che chiude lo spazio di orto delle case occupate. Le transenne e il nastro biancorosso circondano un buco profondo nella terra, uno squarcio innaturale e grandissimo rispetto al piccolo orto. Come sospettavo, c’è una porticina con la rete di fil di ferro che collega il nostro giardino al loro orto, una porticina facilmente attraversabile, senza ombra di maniglie o chiavistelli, semplicemente appoggiata in modo simile alle entrate dei tanti campi da tennis pubblici che ci sono a Bologna.
Ora però c’è una grossa matassa di nastro che ne impedisce l’apertura. Sicuramente l’avranno messo gli sbirri stanotte. E sicuramente era aperta invece tre mesi fa quando Rossella, dopo essersi assicurata dallo spioncino che io e Anja ce ne fossimo andati, l’ha attraversata per seppellire il cadavere del suo ormai defunto compagno alcolizzato.

Giovanni Mattioli, Vanna Vinci, Guarda che luna, Bologna, Kappa edizioni, 1998.jpg
Giovanni Mattioli, Vanna Vinci, Guarda che luna, Bologna, Kappa edizioni, 1998
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