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Immagine ripresa da: https://berlinocacioepepemagazine.com/come-nacque-il-movimento-delle-case-occupate-a-berlino-degli-anni-80-e-90-0121/

 

Giugno 1996

L’umido caldo di Bologna non si sopporta.
Maggio è speranza e anche tradimento. La brezza sensuale dell’Appennino che attraversava le finestre aperte del corridoio e della cucina, che portava il buon umore e altri umori vari era sparita. Avevo sperato in lei. Le sere a parlare sul divano davanti alla TV, sere che sembravano inutili in cui nessuno passava e non ci andava di uscire e ci ritrovavamo a raccontarci, con Cesare e Betty, rilassati, complici, amiche. Le sere erano tirate da quella brezza che acquietava le nostre ansie avventuriere anche se non ce ne accorgevamo, ci faceva diventare sereni e disinteressati. L’afasia sentimentale non ci impediva la condivisione amicale, del resto quella amicale era l’unica via che conoscevo per arrivare ai sentimenti, sempre così era andata e nonostante mi sentissi continuamente dire che non era possibile conciliare amicizia e sentimenti. È possibile se lo vivo, e questo mi basta. Ma anche altri lo vivevano anche se parlavano continuamente di semplice coinvolgimento fisico. Non mi bastava per considerarli liberi dai sentimenti. Lo vedevo Davide nelle sere storte con Betty, era coinvolto anche così. La via amicale era l’unica che il mio corpo sapeva e non era questione di sesso o almeno non subito e non soprattutto. Era questione di essere morbide e lente e con Betty lo eravamo. Morbide e lente. Anche con Cesare ma non si sbottonava, sul più bello dei discorsi ci tirava dentro il cinismo rigido dei muri maschili, il dover essere per natura come stabilito dai suoi avi, il dover dire “io non accetto” quando Betty ad esempio ci parlava dell’innamoramento quinquennale per la sua compagna di banco, non esperito.

«Non lo sei, non accetto che tu lo sia, altrimenti lo saresti diventata, lo avresti fatto, se non lo sei diventata è perché non hai traumi» non sei diventata lesbica, dedita all’amore saffico, intendeva Cesare.
«Magari il trauma è proprio non averlo fatto.»
Ahi, l’amore! Stavo zitto a queste parole di Betty e la guardavo negli occhi come a passarle l’urgenza di doverle dire qualcosa. Ma mi fermavo anch’io nel mezzo di queste discussioni, alzavo il muro del silenzio, dell’impossibile a dirlo con le parole, del non mi capirete mai, non ci capirete mai come unica risposta possibile ai muri di Cesare. Bastava poco per ricamare su questo materiale psicoemotivo la necessità di vederla e di scambiarci ore insieme senza il problema di definire che tipo di ore erano, se di amicizia o di flirt, senza l’assillo di dover passare dietro le quinte della cameretta.
Era il tempo che doveva deciderlo semmai, non noi.
Davide aveva capito ma ci rispettavamo, alle serate pettegole con noi preferiva strimpellare la chitarra da solo in camera o leggere, poi certe volte lo raggiungeva Betty, ma certe altre ci attardavamo veramente tanto a parlare, le tre, le quattro e lui arrivava e diceva buonanotte come a dire o vieni ora o vado a dormire. Lei a volte andava e ci restava, a volte subito a volte no, a volte solo a salutarlo per pochi minuti e se ne tornava o andava via.
Nulla di scontato.
Ci rispettavamo con Davide, anche perché non riuscivamo a fare incontrare le nostre diversità, era un patto di tolleranza tra compagni, non ci riuscivamo ma l’avremmo voluto. Ci abbiamo provato. La brezza della speranza finì una mattina di giugno.

«Venite alle case occupate quando vi svegliate.
È urgente. Cesare»

Mi rigiro in mano questo biglietto senza sapere cosa fare. Igor dorme ancora, sono le undici. Dopodomani avrei l’appello di Storia Romana e mi mancano due libri. Due libri in due giorni, uno non lo leggo, dell’altro scelgo i capitoli, pochi, mi sono raccontato in testa prima di addormentarmi ieri sera. E poi l’ultima metà giornata, anzi l’ultima serata e parte della notte, magari non tutta, mi ripeto tutto, almeno tutto quello che ho letto bene e che mi è piaciuto. E quindi me lo ricordo. Sì, ma non posso andare alle case, devo studiare. Devo tentare due esami per la borsa di studio l’anno prossimo. Ma quest’anno non me l’hanno data perché i dipendenti statali come i miei genitori a Bologna pagano come i miliardari, un milione o cento milioni oltre il tetto annuale stabilito ad arte fa lo stesso, sotto il tetto ci sono i poveri veri ma soprattutto gli evasori. Funziona così, il welfare delle regioni rosse, rivendicazioni piccolo-borghesi le mie magari, ma insomma non è una vera scadenza dopodomani, buono o cattivo che sia questo fatto, ma tanto la borsa non la prendo nemmeno con due esami. La vera drammatica scadenza è l’appello di luglio, se non passo quello devo inventarmi qualcosa tipo la moglie incinta dell’indiano metropolitano.
Faccio il militare, come se altro non avessi da fare.
E poi il biglietto ha il tono serio, dice “urgente”.
Non posso scappare. Rientro in camera e mi vesto, Igor si sveglia, gli dico del biglietto e quando rinviene dal sonno mi dice di aspettare che viene con me.

 

 

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3 pensieri riguardo “L’ultimo anno (11) # Venite alle case occupate

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