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Maggio 1996

Davide e Cesare, i due calabresi arrivati nella casa relitto, si stabilirono nella seconda camera da letto, quella più grande e con vista giardino, luminosa e quasi normale. Per paura di non trovare inquilini, io e Igor evitammo di occuparla noi e restammo nella prima camera sebbene il buio, gli spazi stretti, la polvere del giro scale e tutto iniziava a essere troppo, pur essendo ormai anestetizzati alle scomodità. In effetti, probabilmente i calabresi non avrebbero accettato il nostro tugurio, mentre videro di buon grado la possibilità di uno stile di vita soddisfacente nella camera più grande, un rifugio sicuro dove riposare le fatiche della vita sociale nel quartiere quasi a luci rosse dove era posizionato il relitto e dove passavano la maggior parte del tempo. Io e Igor continuavamo a fare vita un po’ distaccata dai grupponi di amici dei calabresi, ma anche le nostre frequentazioni e gli ospitaggi aumentavano. Ci stavamo rendendo conto che le dimensioni della cucina avevano potenzialità che all’inizio non avevamo riconosciuto.
Davide e Cesare erano molto diversi tra loro. Davide fece subito sentire in casa il suo stile da leader, non per imposizione ma per acclamazione, i suoi valori erano il popolo e il lavoro, la sua provenienza gli ideali marxisti. Odiava vedermi oziare davanti ai video di MTV, si accaniva contro le rivendicazioni piccolo imprenditoriali del padre di Igor portate in giro per l’Italia attraverso la bocca del figlio. Aveva uno stile diretto e immediato in tutto quello che faceva: cucinare, suonare la chitarra, corteggiare, discorrere. Diceva molte cose che condividevo, ma il modo in cui le diceva, la sua assertività, mi mettevano a disagio. Aveva ascendente su di me e io destavo curiosità in lui, ma non eravamo disposti ad accettare il nostro reciproco interesse. I discorsi di politica e di esistenza varia, sempre più lunghi e articolati nei dopo pranzi della cucina teatro, quando interessavano direttamente noi due rischiavano di trasformarsi in conflitti sanguinari sebbene solo verbali.
La veemenza dei toni e il livore amaro che ci lasciavano dentro avevano tutta l’aria della guerra fratricida, dell’incomprensione individuale all’interno della stessa provenienza etnica e delle stesse scelte di vita. Ma tutto questo non pregiudicava, anzi rafforzava, il ménage conviviale e sociale perché era quello il modo più diffuso.
C’era comunque la mediazione di Cesare, studente in Giurisprudenza molto rilassato, molto meno marxista, meno leader, meno bello di Davide. Molto più capace di prenderci in giro e di parlare di cose personali. Passavamo ore sul divano a raccontarci i rispettivi quotidiani passati nei nostri rispettivi sud, guardando distratti lo schermo acceso del televisore per non guardarci troppo negli occhi. Era lui che tesseva la tela complicata della nuova convivenza nel relitto al di là dei leaderismi micro comunisti e delle incapacità gestionali delle due piccole matricole anarchiche. Igor e io ci confrontavamo in privato su quello che loro dicevano e facevano, discutendo sulle differenze e compiacendoci dei lati positivi. Nonostante ci facessero incazzare alcune cose, in generale eravamo soddisfatti della scelta. E poi stavamo conoscendo un sacco di gente, cosa fondamentale per due tardo adolescenti tendenti alla fuga dai branchi e all’afasia.
Non so bene perché, ma un giorno decisi di cambiare look. Trovai un volantino in facoltà che parlava di sconti per studenti, tagli gratuiti e mi avviai. Quando l’atelier coiffeur mi vide entrare, si levarono mormorii e sospetti, presentai subito il buono sconto e la titolare checca fashion mi fece accomodare con un gesto distratto sulla sedia degli shampoo, lasciandomi in mano alla ragazza praticante più giovane, che mi chiese subito da quanto tempo non lavassi il bulbo. Ne uscii fuori pettinato da damerino e con sedicimila lire in meno, solo il prezzo dello shampoo, che era comunque il doppio del prezzo intero che pagavo al parrucchiere del mio paese. Qualche giorno dopo, mentre studiavo e giocherellavo con l’orecchino color ruggine, lo sfilai dal lobo e dal quel momento non lo rimisi più. Qualcosa si stava muovendo nel mio immaginario.
Una mattina di qualche giorno dopo misi la sveglia per una lezione, mi riaddormentai e mi svegliai un quarto d’ora prima dell’orario della lezione. Mi levai in fretta, andai subito in cucina per mettere su un caffè, ma trovai distesa sul divano una persona, rinchiusa sotto le coperte da cui spuntava solo una chioma nera. Mi fermai e ripresi a procedere guardingo per evitare che si svegliasse, ma si svegliò lo stesso e ci presentammo, era una ragazza di nome Betty e mi disse di essere un’amica di Davide. Ero senza occhiali. Le chiesi se voleva del caffè, dopo un tentennamento accettò. Si sfilò dalle coperte e le porsi la tazzina piena prima che si alzasse dal divano.
«Sono un po’ di fretta, ho lezione tra dieci minuti e sono ancora in pigiama.»
Sorrise.
«Sei arrivata ieri sera?»
Annuì.
Loquace! Vabbè, è appena sveglia. Finii il caffè in silenzio, mi vestii di corsa e ripassai a salutarla questa volta con gli occhiali.
«Buona giornata» le dissi dalla porta della cucina, a cui rispose con un gesto di saluto della mano.
Mentre mi voltavo per uscire dalla porta di casa si fermò nella mia mente il fotogramma della moretta con la frangia che avevo conosciuto al corso di Semiotica. Mi bloccai davanti all’uscio semiaperto, non sapendo più come continuare, la mente si annebbiò davanti a un bivio, correre giù tra la polvere delle scale e verso il traffico bolognese, oppure inventare una scusa per tornare in cucina e sincerarmi della reale identità dell’ospite che avevamo in casa. La mente non seppe decidere, ma gesti automatici mi portarono a chiudere dietro di me la porta e avviarmi molto lentamente verso la facoltà.
Il sole di maggio diradò la nebbia ed ebbi un sussulto quando fui per strada. Durante la lezione mi guardavo continuamente in giro, mi distraevo dalle parole del prof, cercavo qualcuno tra i banchi. All’una mi raggiunse Igor in Piazza Puntoni per pranzare insieme alla mensa universitaria.
«Hai visto che abbiamo un’ospite?» gli chiesi.
«Sì l’ho vista, è figa.»
«Ci hai parlato?»
«Quando mi sono alzato erano in cucina che fumavano già un chilom, ho fatto un tiro insieme a loro e ho sparato qualche cazzata.»
«Com’è?»
«È figa, te l’ho detto.»
«No, com’è… madonna Igor… com’è di carattere, è simpatica?»
«Credo di sì ma non ha parlato mai, rideva delle cose che dicevamo.»
Dopo pranzo Igor mi porta al giardino botanico di via Irnerio, un parco universitario molto grande e pieno di colori e odori, mi spiega che deve cercare delle varietà di piante che vuole seminare in fattoria e io mi perdo nelle collinette mentre lui va a chiedere informazioni al custode.
Immagino questo giardino come un’agorà filosofica, un posto dove passeggiare e discutere come si faceva nell’antica Grecia. Dopo penso alle aule universitarie che frequento e l’antica Grecia si dissolve, ma si fa vivo il volto della moretta, o di Betty, o di tutt’e due, che chiacchiera con me seduta sulla panchina di pietra che mi sta di fronte, in cima alla collinetta, in una zona completamente all’ombra, quasi buia grazie ai rami secolari.
Torniamo a casa verso l’imbrunire e troviamo il solito gruppetto di persone che discorre e passeggia per la cucina teatro. Saluto da lontano ed entro in camera, faccio un po’ di respirazione per rallentare i battiti, inutilmente. Entro disinvolto in cucina e mi avvio verso il rubinetto dell’acqua, salutando distrattamente il palcoscenico centrale in cui qualcuno sta raccontando una storia eroica di vita. Guardo la platea con la coda dell’occhio, il divano dove ancora c’è Betty, lì dove l’ho lasciata stamattina dopo il caffè. È lei, non c’è dubbio che è lei.
Mi posiziono in cima al lungo tavolo della cucina che fiancheggia il palcoscenico, fingendo di mettermi all’ascolto delle gesta epiche dell’indiano metropolitano e in posizione felice per squadrarla.
«Insomma, non avevo altra possibilità» insorge l’indiano «o passavo l’esame o partivo al militare!»
«Quindi che hai fatto?» lo incalza Cesare «Ti sei messo a studiare giorno e notte?»
«Ma quale studiare? Diritto privato in quattro giorni? Impossibile. Era dicembre e non c’erano altri appelli disponibili.»
«Eri fottuto.»
«Sta’ a sentire. Ho chiamato una mia amica e le ho detto: fammi un favore, vieni con me all’esame e fermati in piedi sulla porta d’entrata dell’aula dove il professore interroga. Non devi fare nient’altro. Lei viene, si ferma sulla porta, io entro e aspetto il mio turno – questo intanto ne segava due su tre – vado a fare l’esame e mi inizia a bombardare di minchiate di cavilli e articoletti del cazzo… io inventavo, tiravo fuori ragionamenti sconnessi. Insomma, mi fa l’ultima domanda – io intanto lo imploravo: la prego professore, se non passo quest’esame parto al militare, per favore. Questo mi fa l’ultima domanda, mi chiede una cosa complicatissima sull’eredità che non ci capisco un cazzo, inizio a parlare e lo vedo che si mette a ridacchiare sotto i baffi ’sto stronzo, e più parlavo più aumentava a ridere. A un certo punto mi ferma e mi dice che devo ritornare al prossimo appello a marzo.»
«E c’ha ragione» urla Davide.
«Col cazzo che c’ha ragione, senti mo’. Mi avvicino verso di lui e gli dico a bassa voce: professore, la vede quella ragazza? È mia moglie ed è incinta. Se non passo quest’esame parto per il militare, mi licenziano dal cantiere dove lavoro e siamo tutti rovinati. Si metta una mano sulla coscienza.
Questo mi guarda, guarda la mia amica che intanto non ce la fa più e si è appoggiata con la faccia disfatta sull’angolo della porta, si beve tutto e mi mette il 18. Mi dice anche buona fortuna mentre me ne vado, e io grazie grazie grazie!»
La platea e la galleria sono in visibilio. Che pezzo di merda, sei un attore nato, sei un grande, sono i commenti ricorrenti.
«Una buona idea dire che sono incinta, non ci avevo mai pensato» si pronuncia anche Betty sull’argomento, mentre si placano le risate e le urla.
«Ma a voi donne vi basta una minigonna» sentenzia Davide.
«Sto maschilista del cazzo» risponde Cesare.
«Non è maschilismo, è la verità. Loro sono avvantaggiate ormai, agli esami, quando cercano casa. Ma fanno bene, bisogna essere figli di puttana.»
Betty ritorna nel suo mutismo.
«Magari però non è molto gratificante per loro» cerco di controbattere.
«Te lo dico io se è gratificante dopo che ti hanno dato due milioni di borsa di studio!»
Torno anche io nel mutismo. Incrocio lo sguardo di Betty che stavolta lo trattiene un po’ di più rispetto all’epoca degli scambi di penne a Semiotica. Quando gli amici teatranti tolgono il disturbo e rimaniamo solo noi titolari dell’affitto, più ospite donna, ci mettiamo ai fornelli e iniziamo a chiacchierare con più calma.
«Ma non ti ricordi di me, a Semiotica?»
«Mmhh, forse… eri lì nel gruppo con Goffry, Anna.»
«No, no.»
Non si ricorda cazzo! Ammutino il discorso e continuo a lavare la montagna di piatti della sera prima. Igor e Cesare intanto hanno occupato il divano-platea per guardare il telegiornale e litigare sulla politica interna. Davide è fuori scena, Betty seduta a leggere sul tavolo che aspetta di dare una mano. Finisco di lavare, mi asciugo le mani e mi siedo sulla sedia all’angolo adiacente, guardandola dal basso verso l’alto.
«Ero un po’ diverso, avevo i capelli lunghi con i boccoli, l’orecchino.»
Sorride e mi guarda per un po’, dopo iniziamo ad apparecchiare per la cena. Mentre lavoriamo insieme ha una illuminazione.
«Ho capito!» mi guarda e annuisce come se avesse capito, come se mi avesse capito.
«Eh, la penna!» dico con mezzo sorriso.
«Sì certo, la penna!»
Davide rientra in scena con un PET da cinque litri arrivato fresco dalla Calabria, contenente vino rosso fatto da mani e piedi di suo padre, per la modica gradazione alcolica di sedici gradi.
«Andateci piano!»
«Se stiamo appresso a te… eccolo u prevate, predica bene e razzola male» provoca Cesare.
«Ma quale prevate, questo è vino proletario fatto col sudore della fronte. Ma è inutile che parlo con te, sto fascio della minchia!»
«Uè Dà, ma quale fascio… ia la matò chistu!»
«Bè almeno durante il fascismo c’era rispetto per la terra e per i popoli, non come i socialisti romani che hanno fatto fuori mezza campagna italiana con il loro cemento di merda» rincara e supera Igor.
«I socialisti provenivano dalla Milano da bere Igor» puntualizzo «ma tu di dove sei Betty?»
«Sono lucana.»
«Non l’avrei mai detto dal tuo accento.»
«Sì, in realtà ho provenienze strane.»
«Cin cin» irrompe Davide con i bicchieri traboccanti di rosso proletario.
Dopo cena ci fermiamo a tavola per fare un gioco di carte al massacro, in cui la carta più alta sceglie chi deve bere e la vittima deve ingerire il vino fino all’ultimo sorso senza lasciare scendere una goccia dal calice riverso, pegno bevuta doppia o triplice, e così via. Ci facciamo fuori così buona parte dei cinque litri e soprattutto noto l’avance proletaria di Davide che appena ne ha l’occasione riempie il bicchiere della moretta. Lei è più equilibrata nella scelta delle vittime, ma alla fine per sfortuna di carta siamo io e Igor i più penalizzati, solo che Igor regge dieci volte più di me e di gocce ne lascia cadere molte di meno. A uno degli ultimi giri, già barcollante e riverso sul tavolo, imploro a Betty la grazia con gli occhi dolci da ubriaco più dolci e ubriachi che so fare, da cui evidentemente non passa solo richiesta di pietà nei suoi confronti. Un giro ad alta tensione di sguardi, alcuni interminabili secondi, quindi decide di stendermi definitivamente facendomi fuori dal gioco. Bevo e mi sento perso, in sua balìa emotiva e se chiudo gli occhi mi girano il mondo i sensi e gli apparati, mi gira tutto.
Corro felice al cesso a vomitare e collassare lì accanto.
Quando torno in scena, riuscendo a percorrere i quindici metri di corridoio che uniscono il bagno alla cucina, è passata più di mezz’ora, il tempo di uscire dalla trance.
Come tante altre volte, la cucina-teatro è capace di diventare luogo di follia, racconti chilometrici e discussioni furibonde. Il vino e l’erba calabrese danno una mano. Poche settimane soltanto erano passate da quella di fuoco passata con i compagni avventurieri.

Essi erano tre amici che studiavano in tre città diverse dalla mia, con cui ci vedevamo puntualmente per alcuni giorni ora nell’una ora nell’altra delle rispettive città ospitanti. Quella settimana in mezzo a marzo erano arrivati a Bologna e si erano piazzati per sette giorni, o meglio si erano arenati in cucina insieme a me e a una busta copiosa di erba. Fu una settimana folle, in cui il relitto era in viaggio tra la vecchia vita cameratesca dei riminesi e la nuova socialità meridionale. A noi si era unito Walter, arrivato qualche giorno prima giusto in tempo per la figura di merda nella casa occupata, la sera stessa in cui conoscemmo Davide e Cesare e facemmo festa per il nuovo approdo del relitto. In quella settimana Igor era sotto esame e passava rabbioso dalla cucina guardando la nostra estasi psicotropa senza farsi una ragione del fatto che non potesse stare anche lui con noi ma dovesse rifugiarsi da solo a studiare, nella camera ancora vuota in fondo al relitto. Fu allora che capii chiaramente quanto la cucina teatro e forse l’intero relitto fossero una specie di buco spaziotemporale dove il trascorrere dei giorni, le responsabilità, le scadenze riuscivano a perdere totalmente di senso. Perdevano di senso anche il nostro quartiere a luci rosse e le strade di Bologna perché là dentro noi da soli si stava troppo bene. Lì dentro passava tutto il mondo in quel momento, in quell’epoca.

IMG_20180220_014350_966.jpgRientro in scena dopo i quindici metri barcollanti e trovo due spettacoli raccapriccianti e comici allo stesso tempo. Cesare cerca di placare Igor che vuole gettare dalla finestra il tavolino delle spezie in quanto lo ritiene di troppo e al posto sbagliato, specialmente dopo esserci appena inciampato ed essere rovinato sul pavimento sconnesso.
Betty sta affondando sul divano, mentre rolla una canna sotto il braccio di Davide che le cinge le spalle con un abbraccio compagno, e intanto ride delle gesta piemontesi, e intanto si avvicina lentamente al suo corpo. Quando mi presento sull’uscio del teatro, Betty mi squadra, si solleva di qualche centimetro allentando la morsa dell’abbraccio e mi chiede se vada tutto bene. Riesco a malapena a sorridere prima di rovinare verso la mia camera, e la mia serata finisce qui. Per me, non per loro.

Con l’arrivo della nuova alba comunitaria anche le frequentazioni delle case occupate del Pratello si intensificano. Le persone che girano sono molte e spesso provengono anche da altre città, ma gli habitué cominciano a essere noti anche ai miei occhi. Quasi subito noto che la matta del nostro condominio, quella della coppia e dell’episodio oscuro durante la notte con Anja, è spesso presente nel luogo. Anzi dal suo andamento, dalla sua familiarità con le camere interne e con la zona del tavolino che distribuisce gli alcolici durante i concerti, sembra proprio che sia diventata interna al collettivo della casa.
Mi suona strana questa cosa perché lei ha già una casa, quella al pian terreno sotto la nostra cucina. Chiedo a Davide informazioni cercando di sembrare vago, una sera che li vedo parlare.
«Ma lei è la matta che vive sotto di noi?»
«Sì, la Rossella. Non la conosci? Se vuoi te la presento.»
«Sì la conosco di vista, abitano lì sotto da prima del mio arrivo.»
«Guarda che abita da sola.»
«Ah sì? Pensavo che ci fosse un uomo ad abitare con lei.»
«No, no, abita da sola, me l’ha detto. Forse si porta qualcuno, non so, ma che cazzo te ne frega?»
«No, niente, così per spettegolare.»
«Il pettegolezzo è borghese guagliò!»
«Mah… a me mi piace!»
Faccio giusto in tempo a finire la frase che Rossella passa davanti a noi, sbatte il suo bicchiere a quello di Davide urla salute! e fa un cenno ambiguo con la testa verso di me.

La mia tendenza a incasinarmi la vita e soffrire mi ha tirato ancora un brutto scherzo. Vagheggio baci alla francese disegnati su romantici tramonti metropolitani con la tipa che sta scopando con il mio coinquilino. Non che abbia motivi per essere geloso. Durante i giorni che Betty rimane da noi e anche nelle settimane successive in cui ci frequenta spesso, la sua presenza al relitto non appare strettamente dipendente da Davide, non hanno effusioni pubbliche e io so delle scopate grazie ai racconti vittoriosi di Davide durante le cene di casa, più che per quelle pochissime volte in cui l’ho vista spuntare di mattina dalla camera da letto in fondo al corridoio. In cui tra l’altro dorme anche Cesare. Solo che facciamo fatica, io e lei, a tirare fuori i sentimenti. Sembrano cose fuori luogo e fuori moda. Sono sicuro, dai suoi occhioni e dalla tenerezza con cui cerca la mia compagnia, che non le sono indifferente. Esce spesso anche con me e Igor, la ritrovo di notte nelle cricche sedute a terra in Piazza San Francesco o in Piazza Verdi, sempre più frequenti nel maggio bolognese, passiamo ore a parlare. Non riusciamo mai a stare da soli però. Davide scopa ogni tanto anche con un’altra tipa per quanto ne so, lei non lo so ma tutto questo sembra piuttosto laterale rispetto alla quotidianità del sistema.
Un pomeriggio tardo sono in camera da solo che studio Poetica e Retorica. Igor è in cucina e sento dalla porta rientrare i calabresi con lei. L’interesse per la mia amata materia si affievolisce di colpo, ma cerco di ravvivarlo mettendomi a scrivere appunti su quello che ho appena letto. E poi se non arrivo subito in cucina al suo arrivo, sembro più distaccato e preso dalle mie cose.
Riesco a temporeggiare per ben dieci minuti.
Quando non ce la faccio più chiudo tutto e mi avvio verso l’uscita della cameretta, ma appena apro vedo Betty in piedi davanti all’entrata con il pugno alzato pronta a bussare. Ci guardiamo come due ebeti in silenzio per qualche secondo.
«Sì, ciao, stavo venendo» le dico spingendola verso l’esterno e tornando insieme in cucina.
Ci resta qualcosa di strano dentro, non ci parliamo per quasi tutta la serata. Ho una paralisi verbale anch’io, come le sue, qualcosa che assomiglia alla nebbia anche se non così terribile. Continuo a ripetermi che ho sbagliato qualcosa ma non capisco bene cosa. Ogni lassata è persa mi ripetono spesso Davide e gli altri indiani metropolitani, ma io sono refrattario ad accettarlo.
A letto da solo durante la notte successiva inizio a focalizzare. La sfortuna, soltanto cinque secondi dopo e sarebbe entrata e saremmo stati soli per la prima volta qui in camera mia, ci saremmo seduti su questo letto e avremmo iniziato a chiacchierare, a lungo, tutta la sera, fin quando non si sarebbe distesa stanca e io le avrei toccato finalmente la frangia nerissima, l’avrei accarezzata e ci avrei giocato a fare i nodi. Dieci secondi cazzo, avevo aspettato già dieci minuti, perché? Ma che c’entra, era lì, ormai era arrivata, la dovevo fare entrare, dovevo dire prego questa è la dimora privata dei miei effetti personali, sei la benvenuta! Perché perché perché mi annebbio cristo, perché mi paralizzo? E lei che aveva trovato il coraggio di venire fin qui da sola scappando dalla morsa della cucina-teatro, qui nelle quinte, in camerino, dove succedono gli amori epici delle compagnie recitanti in pubblico, qui nell’oasi del privato che diventa storia.
Non riuscivo a vedere il lato positivo della faccenda, non riuscivo a guardare in prospettiva. Non era vero, non c’era storia nell’interstizio spaziotemporale, c’era solo un fungo atomico davanti e dietro di me che aveva già sepolto tante città e tanti luoghi e prima o poi avrebbe distrutto anche quello dove abitavo. Sentivo così anche io, non lo accettavo, ma sentivo così. Ogni lassata è persa. O la facevo entrare quella sera o non sarebbe successo più. Non ci sarebbe più stata un’occasione in cui io e lei saremmo stati soli e disposti a lasciarci andare. Non avevamo le parole per dire questa cosa, avevamo solo le parole da una parte e il sesso dall’altra, ma così poteva funzionare con altre persone, non tra noi due. Non dopo quel primo sguardo mentre ci passavamo una penna, non dopo essere stati i brutti anatroccoli démodé nella facoltà più in della nuova scena intelligente italiana.

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2 pensieri riguardo “L’ultimo anno (10) # La cucina-teatro

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