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Aprile 1996

 

IMG_20160604_174209Alla fine del primo semestre avevo già lasciato Semiotica, Latino e altre lezioni che per un motivo o per l’altro non mi interessava più portare avanti. Nonostante la moretta fascinosa, non avevo più intenzione di ritentare i test e stavo iniziando ad appassionarmi alla filosofia. Non mi imposi alcun obiettivo iniziale di sostenere esami, nella mia situazione generale nebbie comprese non era il caso di spingere il pedale della produttività.
Decisi di tentare due esami entro luglio e li scelsi, uno era Storia Romana perché comunque due storie le dovevo fare, il professore era simpatico e mio padre aveva a casa già parte dei libri. Le reminiscenze del liceo miste ai racconti paterni riguardanti la presenza della storia antica nella nostra terra meridionale mi avevano già acceso la curiosità, nonostante il programma sterminato, quasi mille anni di nascente vita occidentale in un solo esame. L’altro che scelsi fu Poetica e Retorica, un’eccentrica materia che spaziava dalla letteratura alla filosofia del linguaggio, dal Medioevo alle teorie decostruzioniste, ma con la leggerezza divertita e sovversiva di chi ama immergersi nei libri per piacere. Uno spasso, avevo anche frequentato il seminario correlato per tutto il primo semestre dove conobbi la ragazzina pendolare di Modena, il seminario che parlava dei cliché e dell’ironia e di come fosse difficile tentare di prendere in giro Emilio Fede facendone l’imitazione, in quanto era già lui l’imitazione di se stesso. Era così, sosteneva il ricercatore, che oggi come oggi il potere gestisce l’immaginario collettivo attraverso il linguaggio e i suoi multilivelli di senso.
Tornare a casa dopo queste lezioni e affrontare la sagace ironia di Igor era un buon allenamento di alternanza tra teoria e pratica.
E poi Igor aveva iniziato a stuzzicarmi anche sul rapporto che avevo con Anja che sentivo ogni tanto per telefono, comunque più di quanto la sentisse lui.
«Sei geloso?»
«Ma va là, cosa vuoi che me ne freghi, scopatela pure mia sorella.»
Che porco, pensavo.
Poco prima delle vacanze di Pasqua risolvemmo la questione rimasta aperta con la partenza dei riminesi, cioè l’affitto dell’altra camera. Avvenne in modo rocambolesco.
Ci ritrovammo un po’ di noi in una delle case occupate di via del Pratello, quella con il giardino che d’estate faceva le feste, a pochi passi da casa nostra. C’era uno dei tanti concertini punk e come al solito la gente entrava e usciva dalle case, sostava in strada a parlare o nelle bettole a pochi metri, si incontrava, organizzava spettacolini teatrali, amoreggiava e quant’altro. Prendeva decisioni di affari più o meno legali e strampalati che avrebbero svoltato la settimana. Alcuni si distruggevano l’esistenza, ma senza dare fastidio a nessuno.
A casa nostra, che intanto iniziava a diventare uno dei tanti luoghi del via vai di quella fauna, avevamo ospite Walter con cui avevo condiviso i primi due mesi nella reggia della reggiana fascista. Aveva lasciato Bologna per partire per il servizio militare, doveva scontare una mancata richiesta di rinvio causata dai suoi tentativi di entrare a fare carriera nell’esercito. Nel frattempo era in aspettativa giù al paese e ogni tanto faceva le sortite.
Quella sera non avevamo fumo e decidemmo di inoltrarci in strada per recuperare qualcosa insieme a Igor e Samuel. Nelle case occupate girava del fumo ovviamente, ma sapevamo che non erano luoghi di spaccio. Walter ci prese in contropiede, varcò la soglia di una stanza e si avvicinò a un tipo che stava seduto a leggere il giornale.
«Hai fumo da vendere?»
«No.»
«Sai dove posso trovarlo?»
«Ma tu di solito entri in casa delle persone e chiedi di comprare della droga?»
Rimase di sasso per qualche secondo, dopo fuggì via e lo vedemmo arrivare rosso in faccia. La sua anima si divideva tra un rigore morale similpoliziesco che censurava questi giovani figliocci della borghesia intenti a giocare contro il sistema, e una voglia selvaggia di sballarsi e provare nuove avventure. Nessun equilibrio tra le due parti, ma una continua alternanza che veniva fuori soprattutto in queste situazioni, quando andava in cerca di fumo. Il rimprovero severo dell’occupante lo sorprese e lo riportò verso la sua metà moralista, così come era capace di andare nel panico e mettersi a urlare sconvolto se vedeva da lontano un’auto della polizia mentre aveva qualcosa in tasca.
Del resto lo riprendemmo anche noi, sebbene avessimo sperato che fosse tornato vincente.
Subito dopo incontrammo Titti e Rosario e fumammo con loro. Erano con altre persone, tra cui due calabresi che avevano un sacco di erba rossa, ce ne diedero un po’ loro. Erano simpatici, scoprimmo che cercavano casa, così li invitammo a vedere la camera che affittavamo io e Igor. Ci trasferimmo tutti a casa insieme a molta altra gente che si aggregava per strada. Ci rendemmo conto per la prima volta che la nostra cucina poteva contenere un numero spropositato di persone, i suoi cinquanta metri quadri traballanti si potevano presto trasformare nella location di un festino. In pochi minuti la combriccola appena formata si alimentò di altri giovani che arrivavano con vari alcolici, i calabresi andarono a prendere altra erba e il vino rosso e fu così che nacque la nuova formazione della casa-relitto.
«Ora sei in minoranza» dicevo al mio amichetto pseudo leghista che si biasimava divertito.
La piega che prese la casa ci piaceva, i calabresi erano un anno più grandi di noi e ci sapevano fare più di noi nella gestione del relitto, che era rimasto impigliato tra la rigidità cameratesca dei riminesi e il nostro lassismo nichilista. Imparai da loro che invitare a cena gli amici, cucinare bene, pulire e lavare ogni tanto non erano borghesi perdite di tempo ma modi utili di tessere relazioni positive.
Succedeva anche che io e Igor rimanessimo spaesati dall’eccesso di convivialità e baldoria in cui ci trovammo subito catapultati rispetto al nostro splendido isolamento iniziale. Mi chiedevo a volte se volevo veramente questo, che mi ritornasse così prepotente il Sud nella mia vita di profugo a Bologna. Ma dovevo ammettere che la nebbia del mio cervello si andava diradando sempre di più, anzi era quasi svanita. Prima di rispondermi a queste domande, arrivarono le vacanze di Pasqua. Era già ora di ritornare in patria.

IMG_20160811_193535Il Salento era in uno strano stato di fibrillazione.
Non era solo la primavera potente che come ogni anno fa rosseggiare i papaveri e verdeggiare il grano, c’era qualcosa di più. Sembrava che la terra rossa stesse per vomitare qualcosa di forte rimasto per troppo tempo nelle viscere, addormentato per secoli forse per millenni, ma non si capiva bene. C’erano gruppi di adolescenti che prendevano auto scassate, arrivavano in mezzo agli ulivi e si mettevano a suonare tamburelli djembè chitarre e armoniche. I proprietari delle terre, a cui chiedevano il permesso di appoggiarsi, rispondevano di sì, che a loro piaceva la compagnia della musica. Dagli stereo delle auto arrivavano suoni meticci, misture di campionamenti chitarre elettriche voci dialettali, quando fino a pochi mesi prima le uniche musiche concesse alle masse erano le melodie inutili della dance commerciale, gli unici posti conosciuti dove andare a passare le nottate i templi patinati dei piccoli boss di provincia che portavano al Sud la discoteca e le sue mode, con due o tre anni di ritardo rispetto al centro dell’impero.
La mistura mediterranea spuntò imprevista dal fondo della geosfera destando diffidenze. Alcuni cantanti locali cantarono nello stesso idioma locale sul ritmo di questa mistura, cantarono di abbandonare pistole e violenze varie ai secoli di patriarcato, salvare le cose belle, frutti, sole, mare e profumi, goderseli. Chiesero a noi giovani di ignorare i richiami dello sbruffone preoccupato di segnare il territorio della sua landa periferica, lo sbruffone che avevamo dentro. Arrivato da qualche giorno, mi ritrovai in mano il nuovo cd di Capossela, regalo richiesto ai miei genitori. Per caso avevo conosciuto questo strano personaggio in un concertino l’anno prima, c’ero andato con Erika quasi per curiosità e mi ero ritrovato a ballare sulle panche ritmi latinoamericani. Questo cd nominava danze tradizionali, locali sperduti sulla strada e poeti dimenticati delle nostre parti, aveva quegli stessi ritmi che si iniziarono a sentire quell’anno girando per gli ulivi e i paesi.
Una giovane comunità di attori sperimentali, meglio nota al loro paese come covo di drogati, aveva da poco iniziato a girare l’Europa esibendo gli spettacoli generati in dieci anni di attività. Quell’anno la compagnia abbandonò la casa comunitaria, che aveva visto arrivare durante gli anni Ottanta attori in erba, autostoppiste bionde, maestri di musica ritmata, danzatrici del sud, scrittori tossici e quant’altro. Rinchiusi in una dimora secolare, ancora in piedi nonostante i venti che per decine di inverni avevano schiaffeggiato le sue pareti, inventarono storie vivendo insieme. Nessuno aveva voglia di dare loro retta a parte qualche amico d’infanzia diventato nel frattempo adulto e magari assessore alla cultura, che gli trovava mezzo spazio dove esibirsi. Ma erano mal sopportati e sparirono sempre più nell’inconscio viscerale del loro paese, per ritornare fuori come la lava di un vulcano sui cartelloni dei teatri di mezza Europa, a raccontare strane vicende di malattie e amori pagani disseminati in una storia che non era scritta in nessun libro di storia, la civiltà contadina.
Noi ce la godevamo. Tornavamo in patria eccitati e, accanto ai dolori di sempre resi più tenui dalle distanze, ritrovammo tutto questo. Ci sembrava possibile l’impossibile e ci chiedevamo se non dovessimo indagare di più su quanto stesse succedendo invece di scappare via. In realtà, quanto stava succedendo riguardava anche noi che ce ne andavamo, c’era un virus che ci perseguitava anche quando eravamo lontani, perseguitava tutti, anche quelli che più si volevano emancipare perdendo l’accento e prendendo i costumi dei nuovi posti.
Una pentola antica lasciata per secoli sotto un camino annerito dalla fuliggine degli inverni di campagna, la pignatta di terracotta usata per cuocere legumi giorni interi covava dentro spiritelli dispettosi. E ora qualcuno l’aveva scoperchiata e gli spiriti erano usciti, avevano invaso la nostra anima e si divertivano a farci succedere cose assurde, a farci ballare come le ragazze di cinquant’anni prima ora diventate nostre nonne, a farci andare in trance il cervello. Ovunque andassimo, non ce ne potevamo più liberare.

 

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2 pensieri riguardo “L’ultimo anno (7) # Trance mediterranea

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