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Frame tratto dal videoclip di Pappi Corsicato “Nun te scurdà” (Almamegretta)


Marzo 1996

Un giorno Igor mi annunciò l’arrivo di ospiti piemontesi per il fine settimana. I riminesi erano via e ci avevano già annunciato la fuga da casa, noi eravamo già impegnati nella ricerca dei sostituti e avevamo ormai preso in mano il timone del relitto. Per la prima volta iniziavo in qualche modo a sentirmi a casa a Bologna.
Mentre litigavo al telefono con un mio amico che mi aveva dato la certezza di occupare uno dei due posti ma pochi giorni dopo si era tirato indietro, entrarono i due ospiti. Preso dalla conversazione, salutai in modo sbrigativo, ma notai subito la chioma rossa che mi era sfilata accanto. Era di Anja, sorella di Igor e insieme a lei c’era un ragazzone con barba e stivali, André.
Chiusa la telefonata, iniziai a lamentarmi con Igor della vicenda appena conclusa e in questo modo mi introdussi a loro che si erano già seduti sul divano della cucina e avevano già stappato le prime birre. André era il compagno di sbronze per eccellenza di Igor, aveva ventiquattro anni e già un figlio di quattro e Igor stravedeva per lui. Anja era invece una ragazzina di diciotto anni, dai tratti francesi simili a Igor e due occhi verdi grandi e indagatori.
Mi proposi subito di cucinare per smorzare l’incazzatura e allo stesso tempo sfuggire agli occhi indagatori e alla combriccola nordica di cui mi sentivo collaterale. L’uso di iniziare qualsiasi discorso con un alcolico in mano non mi era familiare. Prima che me ne rendessi conto, Anja era già diventata assistente ai fornelli e aveva già iniziato a tempestarmi di domande.
«Cosa studi?»
«Filosofia.»
«Oh, ma è bellissimo, anche io vorrei farla.»
«Se proprio non hai altre speranze.»
«Ma dai non fare il cinico che vi sentite tutti un po’ superiori voi di Filosofia.»
«Ma insomma…»
In effetti, era quello che pensavo di molti miei colleghi ed era il motivo per cui le mie afasie diventavano sempre più forti durante la frequentazione della facoltà.
«Ma è tua la chitarra?»
«Sì.»
«Sai suonare?» lancia la sfida.
«No, ce l’ho come soprammobile» mi difendo timoroso.
«Cosa ti piace?» affonda.
«Bla bla bla»
Ecco pensavo, una donna. Attratta dal fascino intrigante della mente maschile. Che mi inquadra in pochi secondi nei miei cliché. Che seduce e aspetta che io corteggi. Da cui sono enormemente spaventato. La nebbia, io non ci avevo mai saputo fare con le ragazze. Per questo la mia storia assurda, la non-storia con Erika. Attratto da donne androgine che mi gestiscono e dominano, anzi attratto da qualcosa che non so nemmeno se è uomo o donna, emme o effe, ma che trovo così raramente e a cui cerco di dare invano una forma, un volto, degli attributi, i capelli corti con la frangia, le gambe muscolose, il fare deciso e autonomo, l’amicizia come corteggiamento. Nulla a che vedere con Anja e per questo la sua dolcezza mi disorienta in questo modo. E anche le sue attenzioni.

La non-storia con Erika mi aveva lasciato più solo e incapace di prima. Era successo nell’estate precedente, ma eravamo amici da anni oltre che compagni di classe e il suo modo di essere femmina fuori dagli schemi era stato il principale motivo per considerarmi attratto sessualmente dalle donne. In realtà ne ero semplicemente innamorato. Lei non si sbilanciava, mi piaci perché sei diverso, perché non pensi solo alla fica come gli altri maschi. In realtà io ci pensavo, gli altri la inseguivano anche, ma era vero che non era la mia ossessione principale. Avevo saltato molti dei passaggi della costruzione dell’identità maschile, tipo sezionare in gruppo le parti del corpo femminile e renderli oggetto di eccitazione. Non so come era successa questa sottrazione. Nonostante questo, le sue gambe robuste che guardavo saltellare sul campo di pallavolo della scuola erano la delizia dei miei sensi. Poi successe che facemmo l’amore e fu bello, così quasi per gioco, in amicizia e contro tutte le teorie dei miei amici sulla divisione tra amore e amicizia. Mentre mi parlava del fatto che i maschi erano troppo idioti perché ci si innamorasse, ma la sua storia quinquennale col maschio più idiota della scuola l’aveva avuta, il fatto era che allora a diciannove anni finalmente stava diventando se stessa e io come al solito ero capitato nell’interstizio. Ma fu un’estate bellissima e anche il sesso lo fu, anche se molto di meno di quanto ne avrei voluto io.
Poi decise di andare a Roma e per fortuna non fui così fesso da seguirla. Quando andai a trovarla a novembre ancora convinto che avessimo qualche tipo di storia, mi ritrovai davanti a quello che dentro di me già sapevo ma non mi volevo dire. Mi trovai davanti alla sua ragazza, seduta sulle sue gambe che se la sbaciucchiava, sulle sue gambe come ci ero stato io tre mesi prima carico dell’erotismo di essere posseduto da loro. Non ebbe certo la cortesia di avvertirmi, non era il tipo da raziocini prudenti. Mi gettò dentro a un appartamento alternativo tra froce eccentriche e dark-room improvvisate e fu decisamente troppo per il mio cervello annebbiato, tanto che senza avvertire tolsi il disturbo durante la serata e da allora non la vidi più.
Al contrario di Anja, a Erika non fregava nulla delle mie letture e delle mie idee, della musica che ascoltavo. Le interessavano le mie dita, quelle sì, che imparavano a muoversi sulla sua clitoride e che portavano il ritmo in levare di certe nostre canzoni sulle corde della chitarra.

Mamma, puttana o brutta copia ’e n’ ‘ommo… sulamente pecché femmena so’ stata, e nu catenaccio ’o core nun me l’aggio maje nzerrato.

Volevo questo per lei, non metterle catene, ma non sono riuscito ad accettarlo veramente.
Ora, nell’epoca del nuovo interstizio spaziotemporale della casa relitto, volevo questo per me.
«Allora, che serenate suoni alla tua ragazza?» insorge Anja provocatoria.
«Io non ho la ragazza.»
«Ah, sei single?» le sfugge.
«Single? Probabile. E tu?»
«Mmm sì, più o meno.»
Non indago come si aspetterebbe, lascio cadere e parlo della cipolla che è ormai arrivata al punto giusto di rosolamento. Mi sento vagamente sedotto, anche se sono troppo impegnato per realizzare pienamente la cosa e la costante nebbia latente del cervello mi protegge da impressioni troppo vive.
Di Anja, come anche di Igor del resto, mi stupiva la capacità di parlare del sesso in modo disinvolto. Io ero tutto preso da pensieri di vario tipo e le parole si intrecciavano acrobaticamente quando dovevo tirare fuori narrazioni riguardanti la mia vita sessuale o sentimentale.
Igor mi descriveva le sue scopate con lo stesso umorismo con cui parlava delle avventure goliardiche di lui e i suoi amici al paese, con lo stesso distacco con cui mi parlava delle mucche che mungeva o dell’uva che raccoglieva. Un distacco innaturale ed eccessivo, ma che gli permetteva di parlare senza troppi contorcimenti. Io, per parlare di sesso, dovevo fare i conti con contesti sociali, tabù religiosi, silenzi familiari e ribellioni adolescenziali. Una sudata dietro l’altra cui mi sottraevo volentieri.
Dopo serate monotone in cui racimolavamo poco di nuovo, Igor andava a letto dicendo anche per oggi si scopa domani, si infilava nel letto e io nell’altro mi stringevo il cuscino dalle risate. Ma dopo pensavo al senso reale e immediato di quelle parole e a quanto me ne importasse o meno della difficoltà di trovare carne da sesso.

Seduti a tavola con l’eccezionale sugo d’arrosto per l’occasione, io e i nordici restavamo sull’argomento avventure, scorribande ed eventuali scopate con turiste straniere nelle valli, per l’appunto.
Poi Anja, mentre Igor e André si raccontavano fatti di persone conosciute, iniziò a parlarmi del collegio. Anche Igor me ne aveva parlato spesso.
«Sto facendo l’ultimo anno del liceo scientifico a Pinerolo, sono in un convitto di suore.»
«Ma come mai vi mettono tutti in collegio?»
Mi suonava esotica anche questa abitudine di rintanare i figli in alberghetti gestiti da suore per mandarli a scuola, cosa da cui sarebbe fuggito ogni sano genitore del mio paese, pur frequentando la chiesa ogni domenica e ad ogni festa comandata, anzi forse proprio per questo.
«Ci viene comodo. In convitto abbiamo gli spazi per studiare, non dobbiamo fare i pendolari, impariamo a stare fuori da casa.»
«Ma non ti dà fastidio avere a che fare con le suore ogni giorno?»
«Ma no, poi dipende… Alcune sono carine, altre acide, come tutte le persone.»
«E le limitazioni? Gli orari, il resto, incontrare qualcuno?»
«Ma io posso fare quello che voglio, vabbè senza esagerare o ostentare. Ad esempio l’anno scorso stavo con un tipo della mia scuola, a volte tornavo tardi o rimanevo a dormire da lui o lui veniva a studiare da noi nell’aula studio del convitto.»
«Suore libertarie!»
«A loro basta che paghiamo.»
Finalmente capivo. Era un’altra la chiesa a cui erano devote le sue suore, erano altri i dogmi e i valori, rispetto a quelle che mi avevano svezzato alla scuola materna finanziate dal mio comune. Ed erano altri i traumi che lasciavano.
«Comunque me lo pago io il convitto, il fine settimana lavoro nella pizzeria del mio paese come cameriera.»
«E oggi?»
«Beh oggi e domani li ho presi di vacanza per venire a trovarvi!»
Quel plurale mi fece sospettare che Igor le avesse già parlato di me e potevo immaginare come ne avesse parlato. Nel modo in cui tutte le cose per cui lui mi coglionava diventavano affascinanti alle orecchie di Anja. Restammo a fare discorsi di cultura generale nelle ore successive, seguendo distrattamente le decisioni intraprese dagli altri due, per strada, nel giardino della casa occupata vicina dove c’era un concerto punk, fin quando non fummo costretti a seguire Igor e André in uno dei disco pub del centro, uno dei pochi locali commerciali dove potevi contemporaneamente entrare gratis, bere alcolici e avere una pista d’intorto a disposizione.

animale da pratello.jpgQuella notte successe la prima cosa veramente strana da quando abitavo in quella casa. C’erano una serie di normali anomalie che già caratterizzavano quel protocondominio di inizio Novecento. Il via vai nella porta di fronte alla nostra, la cui inquilina era una trans che quando ci incontrava in pianerottolo esclamava: ma che bei ragassi! Abitate qui? Quanti siete? Noi le sorridevamo compiaciuti e sfuggenti.
Un giorno avevamo scoperto dei nuovi inquilini: due tunisini che abitavano nelle cantine; li avevamo scoperti io e Igor una volta che eravamo andati a posare giù della roba. Erano seduti su una poltrona ciascuno e guardavano la TV nel cunicolo cieco dove finiva il corridoio delle cantine.
«Buonasera» ci avevano detto con calma, accogliendo la visita a sorpresa.
«Buonasera» avevamo risposto trasalendo e sbrigando in fretta il nostro compito.
«Lascia accesa la luce» mi aveva ordinato uno dei due mentre stavo per uscire.
Poi c’era la coppia matta, due tipi strafatti sui quaranta, alcolizzato lui eroinomane lei, che frequentavano il baretto lurido sotto casa nostra dalla mattina alla sera. Molte sere lei lo lasciava fuori di casa, probabilmente l’appartamento era suo, noi lo vedevamo perché la porta d’entrata era a pian terreno di fronte alla finestra della nostra cucina, nel pozzetto d’aria che illuminava buona parte del nostro corridoio.
Quel sabato notte io, Anja e gli altri due tornammo a casa alticci intorno alle tre. Ci fumammo la canna della buonanotte in cucina tutt’e quattro, ma presto Igor e André che avevano bevuto il quadruplo di noi crollarono uno sul divano l’altro sulla poltrona, mentre Anja ed io continuavamo a parlare. Si era su temi di politica utopistica da voglia di cambiamento delle quattro di mattina, era evidentemente il caso che le infilassi la lingua in bocca ma non mi veniva. Il suo modo teso e razionale di argomentare, la sicurezza emancipata nel fronteggiare i discorsi da maschi mi stimolava troppo l’intelletto per riuscire a lasciarmi andare e staccare il cervello. E poi non c’era alcun tipo di complicità fisica, carezze, abbracci, solo un fronteggiarsi sfidante in attesa della risoluzione del conflitto, dell’affondo di sciabola, che non arrivava mai.
Nel bel mezzo di questo duello, sento ripartire la litania di molte notti, il matto maschio che torna a casa e urla nella notte:
«Apri troia! Apri dio cantante!»
«Vai via stronzo, tornatene dalle tue mignotte, qui dentro non ci metti più piede.»
«Apri puttana, ho sonno, cazzo!»
Non ci feci caso se non per scherzarci su con Anja che rimaneva scandalizzata dai toni del loro ménage.
«Che ci vuoi fare, lo fanno quasi ogni sera e poi qui dentro è pieno di matti, noi compresi.»
«Mah, insomma. Io non mi farei mai dare della puttana da un uomo.»
«C’è poco da argomentare lì.»
Un tonfo sordo, di un corpo che cade a terra. Corriamo alla finestra. C’è il maschio matto disteso per terra stecchito. La porta della matta è chiusa, lei non si vede. Il pozzetto d’aria è in penombra, la solita lucina notturna accesa e la luna, noi spegniamo la luce della cucina per vedere meglio. È l’unico momento in cui io e Anja abbiamo un contatto fisico, si stringe al mio fianco esclamando oddìo, è morto!?
Tutto tace, nessuno ha sentito nulla, del resto il rumore non è stato forte e noi siamo gli unici svegli nel palazzo. Cerchiamo di svegliare gli altri due inutilmente, la luce spenta concilia ancora di più il loro sonno alcolico.
Mi faccio forza e dico ad Anja eroico:
«Scendo giù a vedere.»
«Vengo anch’io, non ti lascio solo» risponde la mia fedele compagna.
«Sei sicura?»
«Andiamo!»
Percorriamo il giro scale polveroso verso il basso, ma appena svoltiamo verso l’atrio esterno del palazzo mi rendo conto che non c’è nulla da vedere. L’atrio è vuoto, la porta chiusa come se nulla sia successo. Ma non possiamo aver flesciato in due. Indugiamo pochi attimi, quindi le dico:
«Sarà crollato a terra sfatto e la tipa se l’è tirato dentro» mormoro, anche se non convince del tutto nemmeno me questa versione.
«Sì, credo anch’io.»
Torniamo su, mi accendo una sigaretta e stiamo ancora un po’ insieme per allentare la tensione, dopo lei si avvia a dormire nella camera dei riminesi. Io me ne vado da solo e perplesso in camera con un senso di compito non svolto e di lieve angoscia per quello che abbiamo visto. Ma tutto sommato mi rendo conto che sono allegro. La nebbia se n’è andata durante questa serata.

 

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