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gabbiotto lame

Ottobre 1995

La seconda notte che dormii nella casa-relitto, quella dopo la cena scacciapensieri, arrivò Igor. Verso le quattro di notte con una valigia, accese la luce e si avvicinò subito con la mano tesa dicendo piacere sono Igor il tuo nuovo compagno di stanza.
Aprii gli occhi che si accecarono subito e vidi un ragazzetto biondo con un paio di occhiali quadrati a cui mancava la stanghetta destra, feci in tempo giusto a tendere la mano e rispondere piacere, che subito spense la luce e si mise a dormire nell’altro letto. Non so perché, ma nel dormiveglia mi venne in mente qualcosa che c’entrava con il militare, con situazioni cameratesche che non avevo mai vissuto.
Igor veniva da un paesino del Piemonte e spesso era via per il fine settimana a lavorare e tornava a Bologna durante la settimana a studiare Storia e soprattutto a cercare di conoscere ragazze nell’aula studio della facoltà.
La diffidenza reciproca che avevamo si sciolse presto nelle serate alcoliche che ci trovammo a vivere insieme, eravamo tutt’e due soli e gettati in un’avventura più grande di noi e trovammo presto molti punti in comune, più di quelli che potessimo immaginare. Scherzando, dicevamo spesso che eravamo talmente diversi che non c’erano motivi di attrito, ma non era esattamente così. Soprattutto ci ritrovammo subito alleati contro gli altri due abitanti della casa, due ingegneri provenienti dalle vicinanze di Rimini che arrivarono la mattina successiva e iniziarono subito a mettere in ordine le gozzoviglie lasciate da noi la sera prima. Igor ci aveva già convissuto due mesi e mi spiegò subito l’aria che tirava in casa, mi disse anche – dietro mia domanda esplicita – che il ragazzo che avevo sostituito se n’era andato sostanzialmente a causa loro. Dei due ingegneri nerds in realtà era solo uno il pericoloso, un ventenne già stempiato e dalla voce rauca, con i modi da capo oratorio, abituato a svegliarsi alle sette e a vivere l’università come un ufficio, anzi come un una catena di montaggio dove entrare e timbrare il cartellino ogni mattina. L’altro, invece, era un innocuo ragazzino simpatico appassionato di motori e con ogni altro stereotipo della sua terra di provenienza, l’estremo sud della Padania, la campagna felliniana arricchita dagli stabilimenti balneari degli ultimi cinquant’anni. Ecco cosa avevamo in comune io e Igor: non eravamo tutto quello che erano loro.
L’ingegnere stempiato mi attaccava bottone in modi che mi lasciavano secco: quanto tempo starai a Bologna?, Hai lasciato solo la famiglia nel Meridione o anche la ragazza?
Non ho nessuno che mi aspetta, rispondevo a lui e a me stesso, con un sorriso a mezza bocca da cui trapelava un’instabilità esistenziale divertita e poco consona rispetto alla sua metodicità.

IMG_20160119_024307_resizedAltro particolare che ci divideva da loro era che io e Igor non avevamo quasi nulla tra frigo e credenza, quando finivano le scorte rimanevano pochi pacchi di pasta comprati ai discount, lattine di pelati aperte a metà nel frigo e tubetti di maionese strizzati fino all’inverosimile, quando andava bene qualche scatola di legumi di quelli presi allo scaffale basso del supermercato, quelli da duecento lire.
I pochi soldi in tasca che avevamo diventavano tabacco, erba, birre, i beni di prima necessità per sopravvivere alle serate bolognesi. E poi c’era qualcos’altro.
Quando entravo nei supermercati mi prendeva una strana angoscia, un senso di estraneità rispetto alle corsie, ai prodotti alle cassiere, alle persone in fila con i carrelli; mi veniva una specie di ammutinamento al consumo come se fossero soldi sporchi quelli che giravano lì, come se uno dei miei bisogni fisiologici fosse quello di alimentare il meno possibile quelle caserme bianche e fredde piene di roba da mangiare. Non avevo alternative e non ne vedevo all’orizzonte e comunque qualcosa dovevo pur sempre comprare per placare i crampi allo stomaco. Anche se odiavo quei pacchi e quelle lattine anonime buttate lì era l’unico modo che conoscevo per non morire di fame. Era una contraddizione che mi assillava, un loop da cui non riuscivo a venire fuori e che i riminesi ignoravano totalmente, dato che i loro cassetti erano stracolmi di tutta quella roba senza senso.
Proprio per questo la preoccupazione principale dello stempiato era di stabilire confini, dividere le celle, separare i tempi dei pasti, sicché anche a tavola si formarono subito due squadre, loro due che pranzavano a ora cristiana riscaldando le polpette di mamma o gli hamburger appena acquistati da mamma Coop, io e Igor che arrivavamo ore dopo e imbastivamo i soliti noiosi piatti di pasta al sugo che non sapeva di niente.
Ma lo stempiato andava in ansia soprattutto quando si avvicinava il fine settimana e loro due dovevano andarsene lasciando il bottino incustodito, facile preda del terrone e spesso anche di Igor che invece andava via sempre di meno da Bologna nei weekend. In effetti non avevano tutti i torti. Quando ci svegliavamo e capivamo che se n’erano andati, ci avventavamo sulle loro cose, ma la festa durava poco, il kapò ingegnere non era fesso e sapeva come difendersi dall’assalto dei profughi affamati. La bottiglia di Coca Cola era segnata con un tratto di penna esattamente al livello in cui il legittimo proprietario l’aveva lasciata, per cui l’abbassamento del livello avrebbe inequivocabilmente svelato il furto. Allo stesso modo la tanto amata nutella nel barattolone che mi accingevo a violare con affondo selvaggio di cucchiaino, era stata solo lambita da precise e superficiali cucchiaiate in senso antiorario, che ripulivano anche il vetro interno e lasciavano anche qui un inequivocabile livello di capienza difficile da alterare senza farsi scoprire.
Chiudevamo tutto, ci rollavamo la prima canna della giornata e sconfitti ci affossavamo davanti alla TV.
Ma le continue zone rosse contro cui ci scontravamo ci fortificavano, finivamo senza accorgercene a fare grandi discorsi tra di noi che ci prendevano il pomeriggio intero. La condivisa precarietà ci imponeva di condividere anche cose impensabili: tutto il metal da cui ero sempre fuggito a gambe levate, ma che lui mi insegnò a comprendere almeno negli assunti generali, se non nelle decine di correnti in cui si divideva; tutta la musica d’autore veterosinistroide che gli propinavo via cassetta o live, che se all’inizio derideva come roba molliccia dopo si ritrovava a canticchiare; tutte le sue motivazioni pseudoleghiste da figlio di piccolo imprenditore vessato dalle tasse di Roma ladrona; tutta la varietà e la pesantezza di un Suditalia che gli propinavo cercando di eludere sia la cartolina sia le nefandezze. Ci ritrovavamo a mangiare seirass del fen portato da lui guardando film di Troisi in VHS portate da me. A spippettarsi maria smolleggiato come un qualsiasi rastamanno da spiaggia, lui – ad imparare la virile arte del gomito sul bancone che ordina Guinness all’avvenente barista dell’Irish Pub, io.
A sentirci meno soli tutt’e due con queste messinscene.
Si unì presto alle nostre serate anche Samuel, lo studente di chimica farmaceutica, suo ex compagno di collegio valdostano, che era una specie di trait d’union tra noi due, appassionato di De Andrè, ma con la sua dose di durezza montanara interiorizzata che in realtà a mala pena aveva imparato a gestire e da cui anche lui cercava di scappare. Avevamo tutti qualcosa dentro da cui scappare, le vie di fuga erano le case le strade i locali i sogni dell’interstizio spaziotemporale che stavamo vivendo.
La normalità si crepava fino a fratturarsi e chi ci stava bene in quella normalità iniziava a sopportare sempre meno queste crepe. Non era la rivolta ideale di un’epoca per noi passata, ma la rivolta quotidiana del nostro presente assurdo. Non a caso, già a fine febbraio, i riminesi andarono via dalla casa relitto.

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