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“Vi darò la narrativa integrale – ma la definizione,
attenti, è provvisoria”
Luciano Bianciardi

 

casa-relitto

 

Gennaio 1996

 

La casa era vuota. Sarò arrivato verso le sette di mattina, era ancora buio, era gennaio. E mi compare questo corridoio lunghissimo, una ventina di metri. Faccio un passo verso l’interno e la piastrella sotto la scarpa scricchiola. Cerco l’interruttore, accendo, guardo meglio il corridoio infinito. L’avevo già visto di giorno, due settimane prima quando ero venuto a vedere la casa, prima delle vacanze di Natale. E qualche giorno dopo mi avevano scelto.
Avanzo di un metro, la mia camera è subito a sinistra. Non c’è nessuno, non è tornato ancora nessuno dalle vacanze. La camera è tre metri per tre, ci dormiremo in due, ed è gelata come il resto della casa. Mi avvicino alla stufa, un vecchio pezzo di metallo arrugginito attaccato ad un tubo, anzi più che attaccato il tubo è appoggiato. Il tubo che porta il gas. Guardo dentro, ci vuole lo spaghetto per accenderla. Un’azione che avrei imparato a fare presto e che mi sarebbe servita in tante altre situazioni. Prendi uno spaghetto – sempre avere spaghetti in casa – accendi un’estremità e la infili nella bocca della stufa dove si trova il fornelletto da accendere.
Un’azione d’altri tempi, ma allora non mi sembrava il passato quello, mi sembrava il futuro, anzi mi sembrava direttamente di essere sbarcato su un altro pianeta.
C’è una finestra in camera, si affaccia sul giro scale polveroso che ho appena attraversato per salire qui al primo piano, calpestando gli scalini divelti che già mi dicono tutto del quartiere dove mi è capitato di venire ad abitare. Zona rossa, dove succedono le cose.
Perché allora ancora succedevano delle cose in città.
Il muro di fronte a quello della finestra è fatto per metà di cartongesso, che copre lo spazio di una vecchia porta divisoria tra questa camera e la cucina adiacente. La mia cameretta doveva essere una specie di salottino o zona giorno allora, quando questa casa era abitata da una famiglia, la famiglia del Masetti, nostro padrone di casa.
Prima di cadere in disgrazia.
Il Masetti l’ho conosciuto, un trentenne che vive con la madre in un altro tugurio qui vicino pieno di biancheria intima nuova, difatti il tipo ha un banchetto in Montagnola e svolta così, vendendo biancheria alle sdaure due giorni alla settimana, venerdì e sabato. Più il milione e due che prende ogni mese dall’affitto di questa casa, in nero.
Fa un freddo cane, non c’è nessuno, io sono appena arrivato in città sono le sette di mattina e tutto questo mi angoscia non poco, l’unica cosa che ho sono le mie valigie, una con le cassette, i vestiti e i libri, l’altra piena di cibarie varie, la scorta terrona. Non ho dormito molto nell’Orient Express Adriatico, ma tutta questa situazione non mi concilia il sonno. Vabbè, caffè e dolce portati dal Sud, decido, così mi riscaldo un po’.
La luce in corridoio è ancora accesa, esco dalla camera, avanzo due metri altri e giro in cucina. Le stanze sono tutte a sinistra del corridoio, c’è camera mia, poi la cucina, poi un pezzo vuoto di cinque-sei metri dove il corridoio è munito di grandi finestroni che affacciano sul cortile e portano aria e luce in quantità. Infine, dopo il vuoto, il bagno e l’altra camera.
Una specie di nave da crociera abbandonata da decenni sulla terraferma, da uscire di testa.
Entro in cucina, è immensa, dieci metri per cinque, cinquanta metri quadri, buona parte dei quali con le mattonelle traballanti, mentre l’attraverso inizia a vibrare lo sportellino di vetro della credenza dove sono stipati piatti e bicchieri.
C’era un odore strano in quella casa, un odore che ancora non conoscevo ma che dopo avrei riconosciuto sempre quando lo ritrovavo, l’odore dei posti che stanno vivendo la frontiera, tra la belle époque del tempo che fu e il restyling del cemento armato dei soldi dei palazzinari che si preparano al nuovo millennio, e in mezzo, in questa frazione di tempo, ci stavamo infilando noi, anzi ci stavano infilando, noi non è che capivamo bene cosa ci stava succedendo. Sapevamo solo che avevamo bisogno di quei posti, di quella frontiera spaziotemporale.
C’è una TV, l’accendo e guardo il telegiornale mentre bevo il caffè, per sentirmi un po’ a casa anche se capisco subito che è un tentativo illusorio. Metto su MTV e lascio andare i video mentre svuoto le valigie. È fatta luce intanto e potrei fare un giro fuori, tanto per allontanarmi un attimo da questo delirio prima di andare in paranoia.

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https://www.unilibro.it/libro/ricciato-gianluca/l-ultimo-anno/9788863000887

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2 pensieri riguardo “L’ultimo anno (1) # La casa-relitto

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