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What a carve up!, cioè qualcosa tipo “che truffa” (che imbroglio, che fregatura) si chiama veramente La Famiglia Winshaw, e anche in questo caso rinnovo l’abitudine di amare spesso libri e film dai titoli drammaticamente tradotti dall’Italia famigliofila per non disturbare troppo le passaggiate tra i banconi di regali nelle librerie durante i finesettimana prenatalizi.

Ho letto What a carve up! (in italiano) durante questo anno in via di estinzione, sebbene esso libro risieda e saltelli forse da quasi due decenni sulle tante scaffalature che hanno riempito le mie diverse dimore vagabonde degli ultimi due decenni. Non so bene perché l’ho letto quest’anno e nemmeno perché ho aspettato quasi vent’anni per farlo, visto che Jonathan Coe, il suo autore, lo inserivo già da prima nell’elenco di risposta al reiterante quesito “quali sono i tuoi scrittori preferiti”.

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Non avevo capito niente. O forse sì, e ne avevo paura. Gli altri libri di Coe, quelli che ho letto, specialmente La casa del sonno, sono meravigliosi. Ma La Famiglia Winshaw è un’altra cosa, è un libro-epopea che esonda fragorosamente dall’essere-romanzo ma si legge come un romanzo. Ti prende e ti assorbe fino a quando non hai capito cosa ti vuole dire, di quello che stai vivendo. Cosa ti vuole raccontare, narrare. Cosa ti vuole fare capire. Della sua vita, di Jonathan, delle sue fobie e delle sue psicosi, dei suoi amori e delle sue passioni, di quello che ha visto succedere nella sua vita, ai suoi parenti, ai suoi coevi e conterranei, all’Inghilterra dagli anni ’50 agli anni ’80, cioè all’Europa e al resto del mondo in un trentennio che ha trasformato la realtà e deformato la percezione della realtà rendendo possibile l’impossibile e verosimile l’assurdo.

Fin quando appunto l’assurdo non si è avverato e non abbiamo accettato (come normalità) che mangiare, bere, lavorare, consumare, amare, imparare, curarci, intelligere, relazionarci, adattarci al contesto, vivere e morire in questo modo, come lo stiamo facendo nelle postdemocrazie nazicapitaliste, sia una cosa ovvia. Non giusta: ovvia, non cioè in una categoria morale passibile di analisi e di giudizi sul bene o sul male, oggetto di eventuali discussioni, ma in un regime di verità arrivato al punto finale: detenere i mezzi che stabiliscono la verità, che sono l’aggancio tra i mezzi di produzione e i mezzi di informazione, e farlo attraverso uno spettacolo, una rappresentazione di democrazia e di pluralismo che non ha alcuna attinenza con la realtà (è una rappresentazione, non esiste) e non ha alcuna influenza sulle scelte del potere economico.

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Ovvio. E chi non è ovvio non esiste. Chi non è ovvio è una bufala. Chi si accoda all’ovvio invece, e sa proliferare nel mondo della distruzione illimitata, crescerà all’infinito. Fino ad arrivare dove siamo arrivati, qui e ora, al tecnonazismo che alimentiamo tutti, nel tempo “libero” e in quello “occupato”.

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Ma i totalitarismi e le loro ideologie, per quanto camuffate su scala globale, hanno sempre le gambe corte (perfino il neoliberismo dell’ovvietà) e quando incontrano la realtà, che sia fatta di mostri inconsci che ritornano alla luce, saghe familiari che tornano a riportarti il conto, vendette e giustizia che arrivano da dove meno te l’aspetti, cioè quando ritorna la vita in carne e ossa, dopo e oltre il tecnonazismo che ha preso in ostaggio l’umanità, le cose si illuminano, e la verità arriva. Bisognerà aspettare alcune centinaia di pagine, ma arriverà e sarà incredibilmente catartica e liberatoria, nonostante tutto. Questo tutto – la storia della famiglia Winshaw, ritratto di una famiglia inglese molto antica e disgustosa, i cui membri sono accomunati da una rapacità brutale e totalizzante – è raccontato in modo molto più avvincente, ma sostanzialmente dice questo. A me ha detto questo.

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Buon 2017

Buona sete di libertà costretta a vivere nel deserto

A noi, alla vita e ai tavoli che dobbiamo ancora ribaltare

Che lo sappiamo ancora o no

***

ps: dimenticavo, pare che in questo 2016 sia uscito nientedimeno che il sequel, Numero undici. A breve lo comprerò e tra vent’anni lo leggerò!

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