A 15 anni  dal G8 di Genova imperversano ovunque  stati di polizia senza scrupoli, Ttip deliranti, poteri transnazionali criminali, guerre, crisi econonomica ed ecologica, alienazione individuale e sociale: cosa serve ancora per farci capire che mettersi in discussione e  costruire un altro mondo è necessario e urgente?

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Per molte e molti che l’hanno vissuto, o con cui hanno avuto un contatto, il summit dei G8 del 2001 a Genova è stato un grande male e un grande bene. Già questa stessa contraddizione ha spesso segnato l’interpretazione di quegli eventi. In alcuni casi ha prevalso la sensazione di terrore, di orrore rispetto a una violenza cieca, in altri ha prevalso il desiderio e il bisogno di andare avanti e costruire qualcosa di nuovo, di inedito rispetto alla situazione che avevamo intorno. Probabilmente in moltissime persone queste emozioni hanno convissuto al proprio interno e si sono alternate. In me è stato così e forse lo è ancora.

Credo che una spiegazione possibile di questo è che il g8 genovese è avvenuto in un momento generale di profondo mutamento, al passaggio di millennio, e non è stato l’unico episodio: c’era un movimento globale che si stava formando (il popolo di Seattle, ma prima ancora i movimenti latinoamericani del Chiapas e del Brasile soprattutto) e una nuova forma di gestione dell’economia capitalista che iniziava ad avere delle forme di espressione più violenta, non solo attraverso i conflitti più eclatanti (il crollo delle Torri Gemelle, le guerre in Medio Oriente) ma anche nella vita quotidiana dei popoli occidentali, dove le forme di alienazione lavorativa e la cosiddetta crisi economica erano e sono le dirette conseguenze dei nuovi assetti planetari, della crisi delle risorse energetiche e del deterioramento delle risorse ambientali.

La cosa positiva invece, secondo me, è stato il salto di paradigma ontologico della politica (per chi c’è stato) cioè in parole più semplici le nuove pratiche di relazioni sociali, di gestione sostenibile delle risorse, di forme di comunità e di mutuo aiuto, di nuove economie che sono apparse all’orizzonte, ed è questa la risorsa inedita che è solo all’inizio e che naturalmente ha trovato tutte le resistenze possibili, interne ed esterne, individuali e collettive, alla sua diretta attuazione.

C’è chi dice oggi che dopo Genova non c’è stata nessun altra manifestazione in Italia di quella portata. Che un discorso collettivo su questi argomenti non ci sia stata. Io mi ricordo cose diverse. Mi ricordo intanto una serie di idee che circolavano: agire locale pensare globale, cambiare il mondo senza prendere il potere, un altro mondo è possibile, l’80% di risorse destinate al 20% della popolazione mondiale, per citarne alcune. Ma poi mi ricordo tutta Italia invasa di bandiere arcobaleno contro la guerra in Iraq, le manifestazioni con centinaia di migliaia di persone per la pace e subito dopo per l’articolo 18. Un forum sociale a Firenze con una serie incredibile di intersezioni tematiche, dai tavoli sui diritti civili, sulle istituzioni totali, sull’immigrazione, sull’acqua, sull’energia, sui rifiuti, sull’economia neoliberista, sull’informazione, sulle guerre e la nonviolenza, e tante altre ancora.

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Ma soprattutto, in questi quindici anni c’è stato il consolidamento di realtà esistenti e la nascita di nuove, su tanti argomenti che sono collegati al desiderio di uscita dalle tenaglie delle forme di potere attuali che ci rendono spesso invivibile la vita: penso alle pratiche di sovranità alimentare per l’agricoltura naturale (i mercati di Genuino Clandestino, la rete nazionale dei Gas, le reti di economia solidale), alle banche del tempo, alle social street e alle nuove forme di welfare dal basso, a tutti i comitati popolari territoriali di resistenza alle nocività (a partire dalla Val di Susa contro l’alta velocità naturalmente, ma anche a Venezia contro il Mose, a Scanzano Ionico contro le scorie radioattive, contro il Muos in Sicilia, contro il Tap in Salento, fino al coordinamento No Trivelle, e l’elenco sarebbe lunghissimo). Ma non solo: i movimenti e le associazioni per la Decrescita, la rete italiana degli ecovillaggi, i movimenti universitari e Occupy, la rete per l’educazione libertaria, i nuovi movimenti sulle questioni di genere (Usciamo dal silenzio contro la violenza maschile sulle donne, Educare alle differenze contro l’attacco fondamentalista delle “teorie del gender”, fino al Sommovimento NazioAnale), il Forum Droghe che ha raccolto per anni le lotte contro le istituzioni totali e per un’uscita dall’oscurantismo nella gestione del disagio, e infine, ma sicuramente non ultimi, tutti i coordinamenti territoriali che hanno tentato di prendere in mano, con pratiche quotidiane e spesso faticose, le conseguenze peggiori dell’emigrazione forzata dai paesi più martoriati, e che è forse la questione più urgente che ci troviamo a vivere in questo momento. E non è un elenco assolutamente esaustivo, è solo quello con cui sono entrato in contatto io.

E’ chiaro che contro tutto questo agiscono ogni giorno le resistenze più o meno legali, più o meno mafiose e più o meno violente del sistema capitalista e dei nuovi organi decisionali sovranazionali, un sistema che più va in crisi più diventa feroce per cercare di sopravvivere. Ed è chiaro che contro le pratiche di cambiamento c’è anche la nostra capacità individuale, i nostri problemi, il fare i conti con i nostri desideri individuali e le nostre capacità (mentali, fisiche, economiche). E anche la capacità o meno di uscire dalla dittatura del denaro che sottomette tutto il resto, che abbiamo dentro e che invade tutto, la politica istituzionale, il lavoro, ma anche le associazioni, le cooperative e spesso anche gli spazi sociali.

Ma se un senso ce l’hanno queste nuove forme di politica, o meglio di convivenza umana che io credo siano emerse – in Italia, in Europa, in Sudamerica, ma anche a Kobane nella comunità spontanea resistente all’Isis, ad esempio – il senso è che rispetto al Novecento non c’è più un Sol dell’avvenire da aspettare, un paradiso futuro, un mondo delle idee fuori di noi. Il cambiamento non è facile né scontato, ma è importante non sottovalutarne la portata. Quando qualche decennio fa si diceva che il personale è politico, che il cambiamento non avviene se si teorizzano delle cose e si praticano delle altre (lo si diceva e lo si dice del patriarcato, e lo diceva il femminismo, ma è lo stesso pensiero che è alla base delle filosofie orientali, ad esempio), quando si dice questo si stanno minando le fondamenta di un sistema filosofico e politico, che consiste anche semplicemente in come pensiamo di sapere le cose. Sembra paradossale, e forse non lo è: nel momento in cui siamo più individualizzati, più disconnessi dalla realtà e connessi al virtuale, in cui la nostra materialità sembra sempre più rarefatta, proprio in questo contesto è successo che abbiamo iniziato a mettere in discussione, o almeno a chiederci, la provenienza di quello che mangiamo, degli oggetti che usiamo, il modo di fare relazioni e i modelli di vita, di famiglia, di amicizia che ci sono arrivati dal passato, il modo stesso di lavorare, di “usare il nostro tempo”, libero o schiavizzato, che forse è il fondo di tutti i problemi, visto che la prima risorsa che sembra mancare nelle nostre vite è proprio il tempo, almeno questa è la litania. Saccheggiando a memoria il famoso “Discorso dello schiavo” di Silvano Agosti, è possibile che un quadro di Van Gogh costi centinaia di milioni e una vita umana due milioni al mese, bene che vada? Come costruisco la vita lavorando sei/sette giorni alla settimana? Allora forse bisogna iniziare a non mettere più fiorellini nelle gabbie. E riprenderci l’umanità. E tornare a pensare che il mondo non ci appartiene, ma siamo noi che apparteniamo al mondo.

Quello che ho imparato allora, e che ho iniziato a fare mio – io e tante persone che mi stavano intorno – era il fatto che non fosse più possibile parlare di democrazia quando le decisioni sulla vita e la morte delle persone di tutto il mondo venivano prese dal Fondo Monetario Internazionale, dalla Banca Mondiale, dall’Organizzazione Mondiale per il Commercio, dal G7 e dal G8, cioè luoghi al di fuori dalle forme democratiche stabilite dagli stati nazionali – giuste o sbagliate che fossero queste forme, visto anche che hanno portato a questo stato di cose. Quello che è successo dopo, semplicemente, ne è stata la diretta conseguenza. E’ per questo, più che mai, che oggi bisogna ritrovare le occasioni di condividere nuovamente e a un livello più ampio tutto quello che già si fa e che si può ancora fare. La discussione sul TTIP in corso è sicuramente un’emergenza, anche nel senso che sta riemergendo un discorso collettivo sulle nuove forme del potere transnazionale nelle pratiche del cosiddetto “libero scambio”.

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Ma un’occasione lo è stata il referendum sulle trivellazioni e i dibattiti sulla politica energetica, e le questioni in ballo vanno ben al di là del quesito referendario, e sarebbe stato così anche se avesse vinto il Sì. Come ho già scritto altrove, il disastro petrolifero occorso a Genova proprio nel giorno del referendum sembra una congiuntura astrale, la foto dei volatili del Polcevera intrisi di petrolio un segnale che la Terra ci sta richiamando a quello che ancora non vogliamo capire fino in fondo. Ed è successo proprio a Genova.  Quest’anno a luglio, non sembra quasi vero, saranno quindici anni da quel luglio 2001, non sembra vero visto che nulla è stato risolto, la verità sui massacri è stata occultata eppure un sacco di noi, centinaia di migliaia, forse milioni di italiane e italiani, sanno come sono andate le cose. Potrebbe essere l’occasione giusta per ricominciare una pratica collettiva e politica verso un’esistenza migliore, questo luglio 2016?

Gianluca Ricciato

Ero al G8

Il Sole di Luglio

 

carlo giuliani smile

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