“A 16 anni le opzioni sono due:  visto che

o diventi pugile o diventi come me che sono debole, 

che non ho regole, che ho roba demodé, 

che detesto il cliché dell’uomo che non deve chiedere mai, 

dato che se non chiedi non sai” 

Caparezza

 

È quasi tramonto e il Sole si sta avviando a sparire dietro la fine dei binari. Marco è arrivato da circa un’ora nella piccola stazione cittadina e si è seduto sulla stessa panchina dove si trova ancora adesso, quella più lontana dall’entrata e dal passaggio continuo dei pendolari ritornanti in sede nel tran tran quotidiano a cui sono costretti. Li vede sparire e riapparire dalle rampe di scale del sottopassaggio, da lontano, li guarda e si sente lontano anni luce da loro.

Ha il telefono in mano ma non lo guarda più. Continua a fissare i binari che muoiono all’orizzonte e al di sotto del cerchio perfetto e arancione del sole caldo di luglio. Non sa cosa vuole, forse non vuole più niente.

Prima voleva mandare affanculo suo padre ma ora nemmeno quello. Ora gli fa un misto di schifo e di rabbia che quasi lo paralizza.

Prima voleva mandare affanculo anche Giorgio e ora gli fa solo pena, anche se ha paura.

Voleva andarsene da suo padre per come tratta Giorgio quando lo passa a prendere da casa per uscire, o quando si chiudono in camera ad ascoltare musica a palla, lo tratta così per come si veste e per i capelli che porta e chissà per cos’altro ancora.

Vorrebbe dirgli la verità, tutte le volte che lo sente urlare ricchionidimmerda o zzingaridimmerda spaparanzato sul divano davanti alla televisione, mentre la madre cucina o pulisce, e tutte le volte che è andato a scuola per inveire contro le insegnanti e impedire che arrivino a scuola i progetti dei ricchioni e delle puttane, come li chiama lui.

Marco aveva una gran voglia di raccontargli di quante limonate si sono fatti in camera lui e Giorgio mentre ascoltano musica a palla. Voleva dirglielo, ma ora non più, ora è paralizzato.

Era meglio se non lo apriva il computer di suo padre.

Era meglio se la ricarica dello smartphone quel giorno scendeva a farla, invece di andare sul computer fisso di suo padre per rispondere subito ai messaggi di facebook. Sul computer da sempre a lui vietato, ma tanto quel giorno la mamma era al mare (finalmente libera dal ruolo di serva) e papà era a Roma. Partito con il pullman della parrocchia per il raduno del Circo Massimo, quello dell’insulso Adinolfi, quello contro i froci, le puttane, i libertini, il gender insomma, quello che dice che bisogna allarmarsi perché certe associazioni vanno in giro per le scuole ad insegnare ai bambini a farsi le pippe e a baciarsi tra maschi e tra femmine. Marco conosce alcune amiche più grandi che li fanno quei progetti, e sa che non è così, che sono fandonie orripilanti.

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Ma non sapeva che suo padre avesse sul PC un arsenale di video porno pieno di uomini bavosi che inculano maschi minorenni. Non lo sapeva ed è stato costretto a saperlo, perché suo padre non si è nemmeno reso conto che prima di partire aveva lasciato acceso il computer e aperta la cartella dei video, e quando Marco ha spostato il mouse lo schermo si è attivato ed è apparsa ai suoi occhi la serie di titoli osceni, facendogli dimenticare il motivo per cui ci era andato, sul PC. Doveva essere stata l’ultima sega da ripulire velocemente prima di prendere il pullman di mezzanotte.

E come se non bastasse. Ora Giorgio ha una storia con Claudia, la cantante del gruppo in cui lui suona le tastiere. È entrata da poco nel gruppo, dice che è stata un’attrazione fatale, una cosa così. Che non cambia niente tra di loro. E non è che Marco non ci creda, lo sa anche lui che sono cose diverse, che in fondo siamo tutti promiscui e polisessuali anche se non lo vogliamo ammettere. Il fatto è che è difficile, e lui si è fatto sfuggente, evita di parlare, si nasconde, e gli fa pena per questo. E poi non ci voleva, proprio in questo momento.

L’arancio che incendia i binari e la macchia mediterranea ai lati sembra ancora più forte, ora che il sole è calato. Marco si sente senza forze, senza forze per continuare. Tra dieci minuti, lo sa, arriverà l’Intercity Night diretto verso Nord. Sente il discopub non troppo distante da lì che manda un mix di pop e dance commerciali nelle orecchie dei suoi concittadini con i cocktail estivi in mano. Sente anche, più vicini, i grilli che inondano la campagna con il loro canto, attivatisi pochi istanti prima.

Sente una vibrazione al telefono, è un messaggio di Giorgio:

“Che fai? ♥”

“La faccio finita ♥”, gli risponde

Ad un tratto, con un salto dal bordo su cui è seduto, Marco abbandona la panchina. Fa tre passi e scende dal marciapiede sul binario. Inizia a camminare, verso l’arancio fuoco, al centro del binario, verso la stazione, verso Sud. L’altoparlante annuncia l’arrivo dell’Intercity Night, il capostazione esce dalla stanzetta che gli fa da ufficio e si mette il cappello, senza notarlo. Non c’è un’anima ad aspettare il treno. Lui continua a camminare, procede e intanto sente vibrare e sibilare sotto le sue scarpe, contemporaneamente.

Sta arrivando. Un punto nero nell’incendio arancione. Emette un fischio, forse il macchinista lo ha visto da lontano. Il capostazione si volta in quel momento verso di lui e in quello stesso istante, non sa bene perché, forse per vergogna di essere scoperto, forse per paura o per qualche lontano e ancestrale istinto di sopravvivenza della specie che ha ancora dentro, fa uno zompo in alto verso il marciapiede e atterra esattamente quando lo sguardo del capostazione cade su di lui. Dieci secondi prima che lo stesso punto del binario venga attraversato dal treno notturno.

L’uomo guarda Marco e non capisce da dove sia spuntato fuori, ma non ci fa troppo caso. Esegue stancamente le sue solite azioni in attesa di far partire il mezzo e tornarsene in ufficio.

Le porte si aprono, Marco sale e parte. Verso Nord.

Decide, per ora, di farla finita con questa commedia mediterranea.

Un po’ di soldi ce li ha, il telefono è carico e case cittadine che lo ospiteranno ne troverà facilmente, case terrone del Nord.

L’estate, del resto, è ancora lunga.

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4 pensieri riguardo “Arancio fuoco

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