E se un giorno ci accorgessimo che la bottiglia non ha veramente un collo, il tavolo non ha le gambe su cui infilare i pantaloni, il sangue non circola ma segue traiettorie più complicate, che tutto il nostro linguaggio quotidiano si è appiattitto su una serie di astrazioni e semplificazioni che ci fanno perdere il senso della realtà? Sapremmo scoprire dove si trova il meccanismo per uscirne fuori, per riconoscere il rapporto tra le parole e le cose? Cosa ha a che fare tutto questo con una materialità che scompare sempre di più, capacità relazionali comprese, e con un potere sempre più immateriale e apparentemente neutrale? 

LAKOFF JOHNSON COVER

Un fiume e il parlare dell’uomo, una tavoletta di cera e la memoria, una candela accesa e la verità: tra questi termini dobbiamo immaginarci di volta in volta quasi l’intera lunghezza dell’albero di Porfirio, eppure parliamo comunemente di un fiume di parole, di un’impressione rimasta nella memoria e della luce della verità. Non siamo coscienti della benché minima audacia. Proprio le metafore di questo tipo, quelle cioè che collegano una realtà concreta ad una astratta, sono tanto comuni da costringerci ad un serio sforzo, quando ci promettiamo di bandirle dal nostro linguaggio. E’ quasi più ardito evitare queste metafore che usarle.[1]

 

Le metafore citate in questo passo sono esempi di immagini lessicalizzate, cioè stratificate all’interno della storia della nostra comunità linguistica, che le ha rese strutturali rispetto alla nostra concettualità e al nostro modo di parlare. Non è più un fatto unicamente di stile quindi, né di singole espressioni figurate, bensì è un problema di linguaggio, di discorso quotidiano e di produzione dei significati. Nemmeno la logica dovrebbe prescindere da ciò, e in questo risiede secondo Weinrich la possibilità di staccarci dalla metaforica aristotelica e riformulare il problema in  termini di campo semantico e campo metaforico. La diffusione delle metafore si riscontra nei discorsi apparentemente più lontani dalla poesia, come il discorso scientifico o quello quotidiano[2]; per questo occorre ricercare e determinare i contesti e le relazioni in cui sono prese le singole metafore. Un lavoro di questo tipo è stato tentato dal linguista americano George Lakoff che, in collaborazione con il filosofo Mark Johnson, lo ha esposto in modo sistematico nel 1980 in Metaphors We Live By[3]. La collaborazione tra due studiosi di discipline diverse è una caratteristica principale di questo testo, perché rappresenta l’incontro del problema del linguaggio con quello della diffusione di particolari modelli mentali (il titolo in inglese, “metafore attraverso cui viviamo”, evidenzia questo aspetto). Essi avanzano una duplice ipotesi: i concetti metaforici sono sistematici nel nostro linguaggio e strutturano parzialmente le nostre esperienze. Per chiarire questo occorre precisare cosa essi intendano quando parlano di concetto metaforico.

Consideriamo ad esempio un’espressione metaforica del tipo:

Bisogna gettare bombe nell’uditorio

Presa in senso metaforico, un’espressione del genere, per quanto forte, non è lontana da altre del tipo “il tuo discorso ha attaccato le mie posizioni” o “hai demolito le sue teorie”, che forse sono più diffuse; queste frasi, insieme a tante altre espressioni comuni al nostro modo di significare il concetto “discussione”, sono singole metafore di un concetto metaforico più ampio: “la discussione è una guerra”. Non è un esempio casuale, perché riguarda un concetto metaforico presente sistematicamente nel linguaggio, nel pensiero e nelle azioni quotidiane; intendere i modi  della discussione come se fossero attacchi, difese, tattiche o portassero a vittorie o sconfitte è un’esperienza che noi impariamo a interiorizzare[4], almeno basandoci sull’evidenza linguistica della quantità di espressioni di questo tipo che circolano nel discorso quotidiano[5]. Un’analisi del genere si può fare per altre metafore comuni come “l’amore è un viaggio”, “il tempo è denaro”, “le teorie sono costruzioni”, “la mente è una macchina”, etc. Questo naturalmente non ci porta a concludere che tutto il linguaggio sia strutturato metaforicamente, né che i concetti metaforici più diffusi siano gli unici possibili, però ci dà degli indizi su alcuni modi diffusi di intendere un concetto, un’idea o una sensazione. La parzialità della generazione metaforica dei significati, rispetto alla totalità dei problemi semantici, non esclude la pervasività dei concetti metaforici non solo nel linguaggio, ma anche negli atteggiamenti mentali più comuni e nelle azioni che derivano da tali atteggiamenti. Se esiste un ordine simbolico fatto di immagini, concetti, valori, schemi mentali codificati e riconoscibili nel nostro linguaggio, è plausibile che esista anche una relazione tra questo e l’ordine sociale in cui viviamo. Non è un legame sempre chiaramente riconoscibile e definibile, anche perché non si presenta come influenza univoca di uno dei due ordini rispetto all’altro, ma come un’interazione continua e consolidata che è difficile per noi analizzare dall’esterno (la condizione ideale forse sarebbe un punto di vista libero da qualsiasi forma di simbolismo, ma ciò non sembra possibile nella nostra cultura e forse nemmeno nelle altre). Lakoff e Johnson si riferiscono in varie parti all’esistenza di metafore alternative a quelle più comuni, nate dalla cultura underground americana degli anni ’70, ma ci dicono anche che alcune di esse hanno potuto vivere e prolificare nel discorso comune quando si sono integrate in esso, cioè quando si sono potute inserire all’interno di sistemi metaforici preesistenti, generando sistemi coerenti a livello più ampio nonostante la loro originaria conflittualità. Questo è stato possibile perché la coerenza metaforica ammette la non-consistenza logica, cioè ammette metafore contraddittorie ma appartenenti ad una stessa categoria concettuale. Ad esempio, il concetto metaforico:

il tempo è un oggetto che si muove

si trova nel linguaggio comune in espressioni come

verrà il tempo in cui…

ma esistono altri modi di concettualizzare il tempo in contraddizione con questi esempi, del tipo:

ci stiamo avvicinando alla fine dell’anno

in cui siamo noi che ci muoviamo e il tempo è stabile: ciò che accomuna questi esempi è il sistema metaforico in cui il tempo ci supera dal davanti verso dietro, dove davanti è il futuro e dietro il passato e a muoverci siamo noi o il tempo[6].

Si potrebbe pensare, si chiedono Lakoff e Johnson, alla discussione come ad una danza? Si potrebbe eludere la metafora “il lavoro è una risorsa” (economica, quantitativa, esauribile) dando senso a ciò che normalmente viene nascosto da questa metafora, largamente usata nelle teorie economiche capitaliste e socialiste, e facendo emergere quello che c’è di significativo[7] o al contrario ciò che è degradante o disumanizzante nel concetto di lavoro?

MIND MACHINE

*TESTO TRATTO DA:

“Gli ordini simbolici di metafora e metonimia”, G. Ricciato, Tesi di laurea, Univ. di Bologna, 2004, INTRO QUI: “Un racconto metonimico”

NOTE

[1] H. Weinrich, Semantica generale della metafora in H. Weinrich, (in “Folia linguistica”, I, 1967), p. 62.

[2] Dico “apparentemente” perché alcuni studi del novecento sul romanzo (in particolare quelli di Michail Bachtin) hanno messo in luce quanto questa forma letteraria si sia costituita nella vicinanza con il linguaggio parlato e il discorso quotidiano fin dalle origini (Cervantes, Rabelais), utilizzando modi di dire o intere costruzioni che provenivano dalla strada (la letteratura picaresca) o rappresentando la vita quotidiana nel suo linguaggio usuale (soprattutto nel realismo ottocentesco).

[3] ed. italiana col titolo Metafora e vita quotidiana, Bompiani, Mi 1998 (Chicago 1980).

[4] A questo proposito è interessante notare un giudizio dato da Michel Foucault durante una conversazione: “ciò che è seccante nelle discussioni ideologiche è che si è necessariamente trascinati dal ‘modello della guerra’: vale a dire che quando ci si trova di fronte a qualcuno con idee diverse dalle proprie si è sempre portati a identificarlo come un nemico (‘di classe’, ‘sociale’ ecc.). Col nemico, si sa, bisogna battersi fino a trionfare su di lui”, in Duccio Trombadori, Colloqui con Foucault, Castelvecchi 1999 (l’intervista è stata rilasciata nel 1978).

[5] Metaphors We Live By (cit.) nasce innanzitutto dalle conversazioni degli autori con diverse persone (“studenti, colleghi, amici”), dall’analisi di una grande quantità di esempi metaforici presi in considerazione e messi a confronto e da una “ricognizione” delle metafore presenti nella tradizione culturale occidentale, con lo scopo di scorpire le relazioni tra la diffusione di certe metafore e l’affermazione di determinati valori rispetto ad altri: “basandoci fondamentalmente sulla evidenza linguistica abbiamo scoperto che la maggior parte del nostro normale sistema concettuale è di natura metaforica” (pag. 22).

[6] cfr. ivi pp. 61-65. “Sebbene le due metafore non siano consistenti (cioè non formano un’unica immagine), esse tuttavia ‘si combinano insieme’ grazie al loro essere sottocategorie di una stessa categoria principale e quindi all’avere in comune un’implicazione fondamentale” (pag. 65).

[7] cfr ivi pp. 289-290.

Annunci

2 pensieri riguardo “La metafora, la guerra, la danza

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...