100_1730

Via dei Giudei. La pioggia tagliente e obliqua di novembre portata dal vento umido e freddo, i portici per ripararsi. La mente annebbiata che cerca riparo nelle parole pesanti. Diciannove anni. L’epoca de L’ultimo anno.

Ma Scirocco di Guccini non fa parte della playlist de L’ultimo anno, forse perchè fa parte della realtà, non della fiction. Nessuna canzone più di questa mi fa carambolare in quell’atmosfera lì, nei primi mesi della mia vita a Bologna, sognanti e cupi. In una città che già allora era entrata nel guado, a metà tra sperimentazioni e decadenze.

Dopo sarebbe cambiato tutto, i clubs, l’elettronica, il trip hop, i nuovi movimenti altermondialisti, l’uscita dall’adolescenza.

Eppure il vento di Scirocco è sempre lì, “dietro alla faccia abusata delle cose, nei labirinti oscuri della case, dietro allo specchio segreto d’ogni viso, dentro di noi…”

Questa è una canzone da sedersi e ascoltare con le amplificazioni migliori che si hanno, non è la solita canzone cantautorale voce e chitarra. E’ una canzone degli anni Ottanta. Bisogna ascoltare gli strumenti entrarti dentro a uno a uno, e poi là dentro ascoltare le parole che arrivano, anzi ascoltare le immagini, ascoltare le vie del ghetto ebraico, il vento di scirocco e tutto quello che succede dentro e fuori di noi, mentre stiamo vivendo le storie d’amore complicate.

Scirocco (F. Guccini) 

Ricordi le strade erano piene di quel lucido scirocco
che trasforma la realtà abusata e la rende irreale,
sembravano alzarsi le torri in un largo gesto barocco
e in via dei Giudei volavan velieri come in un porto canale.
Tu dietro al vetro di un bar impersonale,
seduto a un tavolo da poeta francese,
con la tua solita faccia aperta ai dubbi
e un po’ di rosso routine dentro al bicchiere:
pensai di entrare per stare assieme a bere
e a chiaccherare di nubi…

Ma lei arrivò affrettata danzando nella rosa
di un abito di percalle che le fasciava i fianchi
e cominciò a parlare ed ordinò qualcosa,
mentre nel cielo rinnovato correvano le nubi a branchi
e le lacrime si aggiunsero al latte di quel tè
e le mani disegnavano sogni e certezze,
ma io sapevo come ti sentivi schiacciato
fra lei e quell’ altra che non sapevi lasciare,
tra i tuoi due figli e l’ una e l’ altra morale
come sembravi inchiodato…
Lei si alzò con un gesto finale,
poi andò via senza voltarsi indietro
mentre quel vento la riempiva
di ricordi impossibili,
di confusione e immagini.
Lui restò come chi non sa proprio cosa fare
cercando ancora chissà quale soluzione,
ma è meglio poi un giorno solo da ricordare
che ricadere in una nuova realtà sempre identica…
Ora non so davvero dove lei sia finita,
se ha partorito un figlio o come inventa le sere,
lui abita da solo e divide la vita
tra il lavoro, versi inutili e la routine d’ un bicchiere:
soffiasse davvero quel vento di scirocco
e arrivasse ogni giorno per spingerci a guardare
dietro alla faccia abusata delle cose,
nei labirinti oscuri della case,
dietro allo specchio segreto d’ ogni viso,
dentro di noi…

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...