bobkova

Qualche anno fa ho lavorato in un progetto didattico intitolato “Ambiente e sviluppo sostenibile”, in una scuola superiore e in una città di cui non dirò il nome. Dovevo parlare di ambiente in generale, scegliendo io i temi. Decisi di partire dalle questioni legate alla produzione e al consumo di energia, visto che è il mio campo preferito all’interno dell’educazione ambientale, e quello in cui sono più formato. Ed è anche, per quanto mi riguarda, la questione cruciale della nostra civiltà.

I ragazzi e le ragazze che ho trovato, rinchiuse di pomeriggio in un’asfissiante aula (pseudo)multimediale, stavano facendo ovviamente i fatti loro, non avevano alcuna voglia di continuare a prestare attenzione, dopo tutta la mattina di lezioni, a un altro dei tanti adulti che vuole scrivere sulla tavoletta di cera delle loro menti il proprio imprescindibile e luminoso sapere, e ridevano dei miei tentativi di proporre metodologie alternative di dialogo e di relazione. Come sono abituati, nella loro cittadina, a ridere per difesa di qualsiasi cosa di diverso si muova sotto i loro occhi. Rispetto alla loro orrenda normalità, in una delle tante periferie dell’impero globale.

Andai a casa un po’ frustrato, o meglio con i coglioni girati. Mi venne in mente una frase che avevo sentito da qualche parte e che dice più o meno questo: perché l’educazione inneschi il cambiamento bisogna smuovere l’immaginario. E tanto più alienato è l’immaginario tanto più sarà dura la provocazione da infondere. A volte diventa anche rischioso, ma l’educazione o è una cosa rischiosa o non è. Rischiosa per me e per loro.

Loro mi trattavano da teppistelli. Provocavano e disturbavano, sia i maschi che le femmine. Credevano che io fossi una specie di giovane uomo di buona volontà stile cattolico, che va da loro a cercare di rimetterli sui binari della giustezza. Questo si aspettavano da un progetto organizzato dalla loro scuola con un titolo simile.

Decisi che dovevo stordirli con la violenza. Dovevo fare capire loro che le loro forme di piccoli abusi, soprusi, violenze che imparavano a fare dal mondo in cui vivevano, maschi contro femmine, femmine contro maschi, maschi forti contro maschi deboli, eccetera, erano cose risibili rispetto alla violenza vera che io stavo per far vedere loro. Sapevo che era rischioso ma mi sentivo in grado di gestire la cosa.

Andai sul sito del Progetto Humus, che si occupa di lavorare sui progetti e sulla memoria di Chernobyl, cioè dell’esplosione di una vecchia centrale nucleare sovietica a Pripjat, vicino Chernobyl, in Ucraina, e dei suoi terrificanti effetti. Selezionai e scaricai un sacco di foto e iniziai a creare un videoclip sulle note di una canzone di Daniele Silvestri, Marzo 3039, uscita nel 1995 nell’album Prima di essere un uomo, quello per intenderci de L’uomo col megafono e dell’Y10 bordeaux (ma io di quell’album amo soprattutto altre canzoni, tra cui questa).

Per fortuna, nel corso d’opera della creazione del videoclip capii che dovevo eliminare le foto peggiori, quelle più truculente, sia per proteggerli sia per evitare che l’attenzione si spostasse sul lato splatter della vicenda rispetto al senso vero di quella violenza di regime, successa quando io avevo nove anni e loro non erano ancora nati. Come avviene di solito quando i media di questo Paese parlano di violenza contro le donne.

Nella lezione successiva, senza preamboli, sparai sul maxischermo quelle immagini con in sottofondo i bassi asfissianti e la poesia angosciante di Marzo 3039. Funzionò, e da allora, durante le ore successive, parlammo insieme dell’energia nucleare, dell’inquinamento legato alle fonti fossili, degli effetti del riscaldamento globale, dei morti legati agli interessi petroliferi, delle alternative, dei nostri consumi, dell’essere o meno schiavi di un sistema legalmente violento che ci impone di distruggerci e di essere automi alienati e docili consumatori di un numero infinito di idiozie tecnologiche. Che questo sistema si chiami Unione Sovietica, Stati Uniti d’America, Repubblica Italiana o Emirati Arabi Uniti poco importa.

Molte volte, quando sento i politichetti, di partito e non, di qualunque area di questo infame Paese, parlare di ambiente, di sviluppo sostenibile, eccetera, oppure quando leggo di progetti di educazione ambientale finanziati dalle aziende killer di questo infame Paese e dati in omaggio a dirigenti scolastici ignoranti e alienati, oppure quando qualcuno mi parla ancora di teorie ecologiche senza mettere in discussione nulla delle sue abitudini di vita, mi tornano in mente quelle immagini, quelle che ho inserito e quelle che ho eliminato, e quei ragazzi e quelle ragazze del progetto didattico, che nella mia mente illusa forse oggi avranno dentro ancora qualcosa di tutti quei discorsi fatti. Nonostante quello che hanno vissuto dopo.

E mi viene in mente che fare educazione ambientale e praticare alternative di vita, in un Paese che blatera inutilmente di politica e di ambiente, senza affrontare nel profondo le cause e gli effetti di questi problemi, senza mettere in gioco la propria vita, e facendo dell’educazione ambientale una grande macchina di progetti inutili…fare veramente educazione ambientale è una delle cose più difficili che mi è capitato di fare nella mia vita.

Ah…il video.

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Un pensiero riguardo “Marzo 3039, Nucleare, Educazione ambientale

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