Un anno fa, la prima presentazione de L’ultimo anno, con Daniele Barbieri.

Sotto, il video del suo intervento durante la serata al Modo Infoshop di Bologna e di seguito la sua recensione al romanzo

(ripresa al blog danielebarbieri.wordpress.com)

Quando a Bologna succedevano cose

di Daniele Barbieri

Ove siate (o siate stati) studenti-studentesse a Bologna questo è un romanzo per voi: per identificarvi, dissociarvi o fare confronti. Oppure per chiedere all’autore (io però non vi darò il suo indirizzo) di spiegare un misterioso episodio – vero, falso, verosimile – accaduto in certe case occupate dove si svela quanto infame possa essere la sbirraglia non solo quando va in giro sulla famosa Uno Bianca.

Conosco Gianluca da anni ma credo non mi faccia velo l’amicizia se dico che scrive assai bene (il che di questi tempi non è poco). Se questo non era in dubbio, il quesito era: riuscirà Gianluca a raccontare relazioni e stravolgimenti all’interno dell’università bolognese? Oltretutto le Due Torri non sono un luogo qualunque: esagerando o frenando sull’acceleratore – fate voi – sono la testa pensante della sinistra italiana. O meglio lo erano, perché poi arriva un Guazzaloca qualsiasi e, fra lo stupore di mezzo pianeta, la sinistra perde Bologna (oppure, come saggiamente scrisse Rudi Ghedini, Bologna perse la sinistra che, come capirete, è proprio un’altra faccenda).

Quando il protagonista di «L’ultimo anno» – che è molto Ricciato e un pochino forse no – arriva a Bologna, con la sua «scorta terrona» di cibarie, «ancora succedevano cose in città». Annusa in giro e capisce l’essenziale: quando le ragazze si tingono i capelli, «che al 36 occupato parlano di cose pallose», che il controllore del 62 notturno non sente ragioni, «che le mie paranoie sono aumentate vertiginosamente, altro che cazzi». E molto altro troverete sui «pidiessini arricchiti e tutta la merda affiliata», sui nerds, su quanto sia saggio ammutinarsi al consumo, sull’avere tutti qualcosa da cui scappare, sull’innamorarsi dell’amore. Altro sulle trame non dirò salvo che si legge sempre con piacere, che si incontrano persone vive e non stereotipi letterari, che in certe feste manca solo Bukowski.

Il libro di Gianluca si aggira in un pianeta triangolare – Aea (alcool, erba, amori) – che conosco solo per sentito dire o meglio che ho conosciuto in un passato lontano in due lati su tre ma che ormai mi risulta lontano come Saturno. Sono gli anni ’70? Non sono gli anni ’70. Trent’anni dopo, con molte mosche e rari moschettieri. Eppure nel Nuovo Millennio (così si intitola un capitolo) «sembra che qui ci siano ancora persone e spazi che resistono». Ogni esame medico serio negherebbe che Bologna sia viva eppure anche la scienza può cadere in errore. La talpa scava nei posti più imprevedibili. Dal letame nascono i fior. Si esce dal coma… magari tutti insieme, per sentirsi meno sole o soli.

Fra le righe di «L’ultimo anno» affiorano due temi che mi sarebbe piaciuto Gianluca chiarisse meglio, visto che ne aveva l’intelligenza e ora pure il distacco (se n’è andato da Bologna) necessario. Anzi potrebbero essere la traccia per i prossimi due libri, magari un romanzo autocoscienziale e un saggio ironico alla Luther Blissett pre-Wu Ming.

Il primo: se Bologna è stata un laboratorio per le diverse sinistre – io declino al plurale, altrimenti uso di rado questa parola – ovviamente lo è stato anche per chi doveva distruggere le sinistre (o alcune delle sue anime)… eppure questa interessante storia è stata poco (che io sappia) raccontata sia in fiction che in un’analisi storica. In quest’ottica riflettete anche sul (troppo breve) capitolo del libro intitolato «Interferenze».

Il secondo tema i potrebbe sviluppare a partire da questa frase: «il poco di amicizia che ci fu tra noi bastò a farmi capire che la costruzione del maschile nella mia civiltà era una barzelletta». Visto che Gianluca ha poi animato il laboratorio «S/masch(i)eramenti» di Atlantide e altri luoghi dove si è tentato di decostruire e ricostruire il maschile… mi pare che questa sarebbe una bellissima storia da raccontare.

In mezzo agli amori e ai bicchieri che devono essere sempre mezzi pieni (come diceva una vecchia canzone) potete ripescare un paio di frasi che Gianluca butta lì sull’autismo di massa, sulla dipendenza da presunta comunicazione: «Se 15 anni fa ci avessero detto che il mondo sarebbe andato così ci saremmo messi le mani nei capelli o ci saremmo fatti una risata. Se ci avessero detto che il telefono sarebbe diventato un oggetto personale obbligatorio come la carta d’identità, se ci avessero parlato delle caselle elettroniche e dei social network, delle giornate passate in posizioni fetali davanti al computer, saremmo inorriditi».

Chiude il libro la «colonna sonora dell’ultimo anno». Bellissima ma già qui la mia distanza esistenziale da Ricciato sfiora l’abisso. Subito prima invece mi sono commosso: c’è infatti un brano (ripreso da «il manifesto» del 22 agosto 1996) di Marco Morri, compagno e amico morto troppo presto.

Insomma se non siete pacificate/i, se volete vedere come a Bologna «la normalità si crepava fino a fratturarsi», leggete «L’ultimo anno» e/o seguite Gianluca sul suo blog (e ogni tanto anche qui). Una persona pacifica eppure gira sempre con un’arma crudele e potente: l’ironia.

sensibilismo

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