boncuri

 

 

 

 

 

 

 

 

Articolo scritto originariamente per le “scor-date” de Il blog di Daniele Barbieri e altr*

«O vogliono che questi giovani che hanno famiglia, vadano alla disperazione, come quei poveri contadini giù nel Tacco? Loro gli mandano i soldati e i carabinieri, sparano, legano, buttano in galera, e credono d’aver tutto bello e sistemato. Qui è question di fame, è question»

Vasco Pratolini[1]

Prendi una piccola terra del Sud Italia chiamata Salento, che vive da secoli di agricoltura e da qualche anno di turismo, da quando le amministrazioni locali si sono inventate amene attività folkloristiche come la riscoperta della pizzica e quella della lingua grika, che tanto attirano le masse urbane alienate bisognose di divertimenti alternativi.

Prendi una popolazione, quella salentina, in cui una larga fetta non è mai riuscita ad uscire dalla mentalità feudale, che chiama ancora «feudi» le zone di campagna limitrofe alle aree urbane, che ragiona spesso e volentieri in termini di razza e di identità e funziona, dal punto di vista lavorativo, in termini di padroni, caporali e servi della gleba. E mai criticare o contraddire quella larga fetta, se no si innervosisce e non ragiona più.

Prendi un’altra popolazione più eterogenea che vive in Italia, quella dei «negri» che fanno lavori stagionali nelle campagne perché gli italiani non vogliono più farli, girano dal Trentino all’Emilia al Tavoliere delle Puglie e verso luglio arrivano anche in Salento per raccogliere angurie e pomodori, dato che questi due prodotti sono richiestissimi dalle masse urbane alienate di cui sopra, che vanno a fare la spesa nei loro luoghi sacri, i supermercati.

Prendi un’economia globale intossicata e volubile che da un anno all’altro, cioè dal 2010 al 2011, fa crollare quel giro di vendite di angurie, per motivi che non si capiscono bene: forse perché l’estate 2011 non è così afosa da richiedere un consumo massiccio di angurie, o forse perché le masse urbane indottrinate dalla televisione sono state impanicate dalla presenza di un batterio killer che colpisce zucchine e cetrioli, e quindi per una sorta di osmosi familiare anche le angurie, che ne sono parenti strette (e la famiglia è ancora una cosa sacra per le masse urbane di cui sopra).

Prendi tutto ciò, e succede che una mattina di un venerdì di fine luglio del 2011, questi «negri» che dormono accampati in una masseria e all’alba lasciano le tende per riempire i campi dei padroni, scelti e scortati dai caporali di turno, si rompono i coglioni perché viene loro chiesto non solo di lavorare a cottimo come sempre – riempire ogni cassone per 3,50 euro, meno il pizzo da dare al caporale, meno i soldi per il panino e l’acqua – ma anche di selezionare i pomodori direttamente sul campo, cioè di fare la cernita a monte, che sarebbe un altro lavoro.

E inizia la rivolta. Non vanno più a lavorare, prima in 50, poi di più, iniziano a fare assemblee dentro la Masseria Boncuri che li ospita, e cercano – esattamente come cento anni prima i proletari bianchi italiani che facevano i muratori nella Firenze di Metello – di capire com’è possibile uscire da questa tenaglia tra lavoro schiavista e bisogno estremo di soldi per sopravvivere.

La goccia che è traboccata in quest’episodio è che la massa di lavoratori migranti arrivati in Salento non serviva più per le angurie, che erano crollate sul mercato, e allora era stata assoldata con forme di lavoro ancora peggiori del solito nella raccolta dei pomodori, sempre nella stessa zona. Perché come sempre quando la richiesta è troppo alta e le tutele sindacali non esistono, lo schiavismo è alle porte. La rivolta è andata bene per un po’, alcuni diritti sembravano essere stati ottenuti, se n’è parlato nelle televisioni di tutta Italia, e allora sono arrivate anche le istituzioni e i sindacati che hanno capito che questa volta dovevano agire se no perdevano consensi, sono arrivate ad affiancare il lavoro di affiancamento ai lavoratori migranti che già facevano due associazioni, Finis Terrae[2] e Brigate di solidarietà attiva[3], sui cui siti si possono trovare descrizioni dettagliate di quello che è successo in quei giorni.

«Che cosa rimane del primo sciopero dei braccianti stranieri in Italia? L’aver alzato la testa, e l’averlo fatto in gruppo. L’aver deriso i caporali, l’aver inceppato il meccanismo dello sfruttamento, anche se per pochi giorni. Lo sciopero di Nardò è sorto dall’incrocio di una serie di coincidenze. Non fornisce un modello immediatamente esportabile altrove, a Cerignola o a Rosarno. Lì la violenza contro chi blocca i campi sarebbe probabilmente più feroce, e il ricorso ai ‘crumiri’ più efficace. Perché maggiore è la frammentazione dei lavoratori, più asfissiante la presenza (diretta o indiretta) della criminalità organizzata, più evidente la ‘concorrenza’ di metodi che rasentano la riduzione in schiavitù. Eppure l’esempio resta, e gli esempi spesso scavano sotto terra. Sedimentano le esperienze di lotta, e il loro ricordo. E prima o poi qualcosa di simile rispunta fuori»[4].

A me rimangono due cose in mente.

Una è che in quei giorni, mentre succedeva tutto questo, io casualmente stavo leggendo Metello di Vasco Pratolini, e mi veniva da pensare che la storia spesso si ripete, sotto altri colori.

La seconda è che l’Arneo, la zona di terra dove si è svolto tutto questo, una zona immensa in agro di Nardò (Le) dove si trovano la Masseria Boncuri e i campi in questione, deve essere un nodo energetico particolare del sistema terrestre. Tra gli anni ’40 e ‘50 infatti, subito dopo la seconda guerra mondiale, c’erano ettari sconfinati di terre incolte nell’Arneo, di proprietà di nobili feudatari che non volevano cederle e riuscivano a tenerle – ci riuscivano in quanto amici, essi nobili, prima dei fascisti e dopo dei democristiani, che poi erano le stesse persone che avevano cambiato locandina elettorale. Ma i cafoni erano alle porte, tornati dalla guerra senza un lavoro e senza nemmeno un pezzo di terra rimasto ma con famiglie da sfamare, a cui erano state promesse invano ricompense per il servizio svolto, e che a un certo punto si ruppero i coglioni, anche loro, ed andarono in bicicletta ad occupare quelle terre, iniziarono a coltivarle e per tutta risposta ebbero la repressione da parte della cosiddetta democrazia italiana (lo Stato), che arrivò persino a dare fuoco alle biciclette attraverso i suoi tutori dell’ordine (i Carabinieri) e a bombardarli dall’alto attraverso gli aerei militari.[5] Ma alla fine vinsero, ed ottennero quello che volevano, cioè un pezzo di terra ciascuno, dopo svariati processi e grazie all’aiuto di partiti e sindacati che quella volta stettero veramente accanto a loro, e lottarono con loro anche attraverso le vie legali. Allora poteva succedere anche questo.

Oggi il primo sciopero nero in Italia è rimasto né più né meno che un episodio della fiction continua dell’informazione italiana. Sarà che oggi questa «democrazia» è talmente forte che non ha più bisogno nemmeno di carabinieri piromani e bombardamenti aerei?

 

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