Immag0139«Ciao…Fòcara! […] Come tutte le cose umane, che hanno un cammino a parabola, tu avevi toccato il tuo apice. Ora, per l’esigenza di tempi nuovi, hai lasciato il tuo e il nostro regno ed hai fatto un passo innanzi verso i confini del paese. Il tuo non può essere l’inizio di un cammino che ti porti lontano, chè senza di te la nostra gioia sarebbe mestizia. La speranza che ci cova nel cuore è che tu ritorni là dove la tradizione ti ha creata grande, invidiata, insuperabile. Per questa speranza…non ti dico addio. Ciao fòcara!». [dal foglio «Sant’Antoni nuesciu», Anno II numero unico, 17 gennaio 1950]

di Gianluca Ricciato*

 

Era il 1950 e già quello che sarebbe diventato «il più grande falò del Mediterraneo», cioè la Focara di Novoli, conosceva la sua prima emigrazione. La Focara è un grande falò, oggi alto circa 20-25 metri, che si innalza ogni anno nel paese di Novoli, in provincia di Lecce, in occasione dei festeggiamenti del patrono Sant’Antonio Abate, detto anche Sant’Antonio del Fuoco, festeggiato ogni 17 gennaio. Per quanto ne sappiamo, la Focara ha subìto due spostamenti nel corso della sua storia: quello attuale sarebbe quindi il suo terzo sito, sempre naturalmente all’interno del comune di Novoli. L’origine non è chiarissima, come tanti fatti della civiltà contadina, come non è chiaro se sia nata prima o dopo l’assegnazione di Sant’Antonio come protettore del paese.

È una tradizione popolare che come molte altre – ora che il Salento ha conosciuto il successo turistico e commerciale – nel giro di pochi anni ha dato vita a un vero e proprio evento mediatico, probabilmente il più grande evento invernale salentino. Per capirlo, basta scorrere i nomi nel programma dei concerti di quest’anno, fra i quali campeggia nientemeno che quello del musicista reggae africano più noto nel mondo, Alpha Blondy, quello di «Apartheid is nazism».

È un dibattito aperto e irrisolto capire quanto sia giusto o sbagliato restare ancorati alla tradizione, superarla, svenderla per farci business, contaminarla: è un discorso che probabilmente tocca prima o poi tutti i luoghi periferici, tutti “i sud del mondo”, quando vengono scoperti e cominciano a vivere in funzione di questo. Per la verità, non ho un’idea precisa in merito, ho emozioni contrastanti dettati dal fatto che a questa terra per forza di cose sono legato, soprattutto alla Focara e a Novoli dove c’è praticamente la metà delle mie radici, anche se non sono cresciuto lì.

Per avere un’idea e rendervela quindi, più che fare un resoconto storiografico o cronachistico del passato e del presente di questa festa, che potete ormai trovare massicciamente anche solo su internet – ma ci sarebbe bisogno sicuramente di un’analisi di più ampio respiro – ho pensato di intervistare una persona che la Focara l’ha vista e vissuta praticamente da quando è nato, anche se da qualche decennio non abita più a Novoli, ma a una trentina di kilometri di distanza. Alla festa però non manca mai.

Papà, parliamo della Focara di Novoli. Si fa da sempre la Focara per la festa di Sant’Antonio? Te la ricordi da quando sei nato? Se la ricordavano da sempre anche i miei nonni, e anche i tuoi nonni?

«Sì da sempre. Certo anche loro».

Prima dove si faceva la Focara?

«Prima non si faceva in Piazza Tito Schipa, dove è ora. Si faceva di fronte alla facciata della Chiesa di Sant’Antonio. Era anticipata dalla bengalata, cioè i fuochi d’artificio, che non erano quelli di ora, erano i fuochi bassi che si sparavano intorno al fuoco. Poi la spostarono più in là, nella piazzetta vicino a casa del preside C. (piazza Gaetano Brunetti) e lì si fece per tanti anni, dal 1950 al 1996. Poi ultimamente, da quando l’hanno spostata in piazza Tito Schipa, dietro casa della nonna, è sempre lì e si è ingrandita».

Tu sei andato negli ultimi anni? È diversa rispetto a prima?

«Sì quasi sempre ci vado, il giorno dell’accensione. È sempre quello il contesto, forse c’erano più tradizioni prima ma anche adesso si sono mantenute. Solo che ora si sono inserite le cose…il business, le cose politiche…prima non c’era tutta questa pubblicità. Siccome è una tradizione importante, forse la più importante del Salento, ha preso piede e quindi ha avuto un’eco più grande, anche a livello nazionale».

Quanti giorni prima si inizia a lavorare per la Focara?

«Già prima di Natale si inizia a prepararla, poi dopo la Befana si inizia a costruire: quando si raccolgono li cippuni dellu niurumaru (le fascine del Negramaro) che è il nostro vino. È lì che nasce la Focara, sui campi del Negramaro, che prima non aveva tutta questa importanza, prima serviva solo a noi, era il vino che bevevamo noi, stumpatu a occhiu (realizzato in modo dozzinale), mentre la Malvasia, il vino bianco, erano quelli i vini più importanti e pregiati. Poi è diventato quello che è ora».

Quindi la Focara si faceva per bruciare i cippuni?

«Da sempre tutti i contadini, quando potavano la vigna, già a dicembre, iniziavano a raccogliere il materiale per la Focara».

Quindi non è per Sant’Antonio che si fa la Focara, ma per bruciare i resti della potatura?

«No, la Focara si doveva fare: siccome serviva materiale per farla, bella e grande, lo chiedevano le autorità, la chiesa. Ma lo stesso popolo diceva: “portiamo la legna a Sant’Antonio”. Dicembre è il periodo in cui si iniziano le potature, quindi si iniziò a portare la legna per Sant’Antonio, con i carretti, come si riusciva, a chiunque ce l’avesse si richiedeva di farlo. Poi pian piano ci misero anche l’intenzione di potare e raccogliere le fascine proprio per fare la Focara».

Oppure il contrario, dato che c’era tutta questa coltivazione di vite in campagna…

«Non c’entra, anche negli altri paesi, a Salice, a Sannicola, dappertutto c’è la vite! Perché il patrono è Sant’Antonio del Fuoco, perciò si fa. Probabilmente prima non era così alta quanto è ora, però automaticamente si approfittava della potatura dei cippuni, del fatto che ci fosse così tanto materiale, e da allora è diventato quasi un dovere, si sa che quando si pota in quel periodo la legna serve per la Focara, è tutto concatenato ormai».

Quindi non è stata sempre così come la conosciamo ora?

«Dipende, alcuni anni si è fatta la galleria, dove passava anche la processione, alcuni no. Prima non era così alta come ora, che dicono arrivi anche a 22-25 metri qualche volta».

Ma quanto è importante e quanto ha influito questa tradizione sul popolo novolese?

«Credo che abbia influito molto, perché è una tradizione importante. Per esempio, ti potrei raccontare una leggenda, riportata da Cosimo De Giorgi in uno dei suoi libri: una leggenda legata al vino Moscato di Sant’Antonio. Santa Maria de Novis, da cui prende il nome Novoli, era un casale con un agglomerato di case attorno, che si trovava sulla strada che si prende ora per andare a Veglie, dove dopo hanno fatto il macello, dopo la Chiesa della Madonna del Pane. Lì sotto è sorto il nucleo abitativo originario di Novoli. Ecco, proprio lì vicino c’era un vigneto, unico in tutta la zona del Salento, dove si produceva questa varietà di uva, il Moscato di Sant’Antonio appunto. Nonostante siamo in mezzo a paesi che sono da sempre grandi produttori di vino (Salice, Veglie, Guagnano) la leggenda raccontata da De Giorgi dice che quando arrivava in Salento il Dio Bacco beveva solo il vino proveniente da quest’uva, perché quel vino, raro in quanto la produzione di quei vigneti era limitata, era il più buono di tutta la zona. Mentre gli altri dei bevevano il vino dai vigneti degli altri paesi».

È un bianco il Moscato?

«È una specie di passito. È l’unico Moscato che esiste in Salento (in passato probabilmente era l’unico, oggi esiste in altre zone del territorio dove è stato piantato, ma comunque rimane un prodotto raro nel sud della Puglia). Passando dalla leggenda alla storia, questo vitigno è stato dedicato a Sant’Antonio proprio per la rarità e la bontà del vino che produce. Come si diceva prima, è un segno della devozione popolare a questo santo e a questa festa, sempre concatenata ai tempi del lavoro nelle vigne, perché il Moscato, nelle piccole quantità che si produce tutt’ora, è pronto e si beve unicamente in questi giorni della festa del Santo (16-18 gennaio). E diventa un vino santo, la tradizione religiosa passa quindi da Bacco a Sant’Antonio. Solo che ora non è più quel vino. Prima era un vino padronale, cioè lo vendevano i produttori stessi, i padroni delle terre, e ci arrivava a casa così. È quel vino che ha un colore giallo, che si confonde con l’olio. Se ti ricordi una volta durante una festa di tanti anni fa, la nonna si sbagliò e diede da bere al nonno un bicchiere di olio invece del Moscato! Prima si allestiva, per la festa, una stanzetta per cucinare e servire iturcinieddhri (involtini), accompagnati dal Moscato, ed era una stanza padronale appunto. Poi però, come è cambiata la vigna del Negramaro, così è cambiato il Moscato, e si è spesso vociferato che quello che passa oggi non è più quello, ora è mischiato, contaminato, ma su questo bisognerebbe indagare…Per le persone umili, pure, che lo producevano un tempo, era impossibile allora dare un vino Moscato che non fosse vero, ma dopo, con il commercio, non è stato più così.

Quindi, per tornare alla domanda di prima, il popolo novolese è molto religioso grazie a questa festa?

«Sì. A Novoli per esempio c’è anche la residenza estiva del vescovo di Lecce, ci sono quattordici chiese, i Padri Passionisti, studiosi del clero come don Gennaro D’Elia, poi c’è la festa della Madonna del Pane a cui i novolesi sono devoti come a Sant’Antonio. Anche se in realtà come sempre all’origine ci sono i riti pagani che si sono mischiati a quelli cristiani…».

Come nella pizzica…

«Sì, per esempio: dov’è nata la pizzica? Fasiello dice ad Acaya, io mi ricordo da sempre, da quando sono nato, quelle canzoni cantate e ballate sotto la Focara».

Però ci furono anche polemiche intorno alla Focara, o sbaglio?

«È un fatto talmente importante per il paese che si crea un’ansia generale. Per esempio quando c’è il rischio di pioggia inizia l’agitazione, gira la voce che se non si accende bene l’anno che è appena entrato sarà disastroso. Poi, non è facile costruire un falò del genere: prima la conoscenza si tramandava di padre in figlio, ora non è più così. E infine c’è la gente che guarda, giudica, commenta, si mette lì a osservare nel momento in cui si fa. Aspettano, parlano, dicono: “sta uscendo storta!”. Insomma non solo oggi che c’è tutto il cartellone di eventi da inizio gennaio, anche allora era una festa lunga, anche se in modo diverso: dopo la Befana si mettevano lì a guardare, in apprensione, e quelli che la innalzavano sentivano questa pressione popolare, e perciò si impegnavano come pazzi! Alla fine poi comunque non si può mai sapere: non sempre accende bene, magari inizia ad ardere solo da una parte, mentre invece quando inizia a bruciare in modo compatto e omogeneo vuol dire che si è accesa bene. Un’altra cosa infine: mi ricordo che da piccolo, quando finiva la Focara, quando arrivava a terra, le donne andavano a prendersi i carboni con gli scarfalietti (i bracieri). Non c’erano i sistemi di riscaldamento per tutti allora, come oggi, non c’erano i termosifoni, era gennaio, e alla fine tutto questo fuoco serviva anche per riscaldare».

Ho capito. E poi alla fine c’è stato lo spostamento finale nel ’97, dove si fa ora, nello slargo di piazza Tito Schipa. Ma mi ricordo che dov’era prima invece, dove l’ho conosciuta io nella piazzetta, a un certo punto ci furono polemiche: si diceva che il fumo annerisse i muri…

«…e poi doveva pagare il Comune. Perciò poi la spostarono, insieme anche alle esigenze di sicurezza, e anche per il fatto che cresceva sempre di più e quindi c’è stato bisogno di più spazio, per farla più grande. Anche la folla, la gente sempre più numerosa che ha iniziato a partecipare alla festa. Prima c’erano solo i pellegrini che arrivavano dai paesi vicini, scalzi, ed erano già tanti allora…».

È diventato un evento nazionale adesso, in pochi anni.

«Sì ma per i novolesi rimane la festa del patrono, principalmente».

 

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http://www.fondazionefocara.com/storia.php

http://focarafestival.org/2013/12/27/i-suoni-del-mediterraneo-per-il-focara-festival-2014/

http://www.youtube.com/watch?v=utngdZP6wH0

http://it.wikipedia.org/wiki/Acaya

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Articolo scritto per il sito La Bottega del Barbieri

 

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