ionio

Nella permanenza temporanea in madrepatria succedeva spesso in quegli anni che andassi in giro con una vecchia Uno piena di amici musicassette e marijuana, tra le strade provinciali che univano i paesi e le stradine di campagna che portavano ai luoghi del lavoro agricolo.

C’era una strada che degradava lentamente verso lo Jonio, la percorrevamo spesso per avvicinarci al livello del mare. In alcuni punti la si poteva vedere chiaramente dall’alto, era una striscia grigia e luccicante ai raggi del sole, lunga e quasi puntiforme tra le migliaia di ulivi con le chiome bionde e la terra rossa.

Avevamo i sensi aperti dall’erba e dalla vita. I bassi elettrizzanti di Anima Migrante e di Sanacore erano la loro colonna sonora. Erano i primi due album degli Almamegretta che avevano consumato il mio stereo e portavano una verità forte e poco comprensibile da noi in quei momenti. Era una certa idea di natura che da allora non mi lasciò più, nulla a che fare con la natura selvaggia e incontaminata, quella che sarebbe bene rimanesse tale, quella poca che ancora c’è.

Qualcosa di più complesso che si può solo indicare per connessioni: la sofferenza della vita metropolitana, le comunità che vivono secondo i cicli stagionali, il Nord e il Sud, il sesso, i sessi, gli slittamenti, i corpi che sentono, le gatte che scorazzano e figliano libere nei nostri giardini, il muschio che invade le terrazze bianche, le verdure di stagione, le scopate sulla terra e sotto un ulivo, le donne che scappano dalle cucine ed emigrano in una città, i monoliti millenari dei Messapi, le chiese, l’ossessione, il sentirsi periferia geografica di un centro che attrae e repelle, le sigarette, il tabacco e le tabacchine in rivolta verso il capoluogo, la coscienza di tutto questo, l’alterazione di coscienza. L’angoscia e la malinconia, le passeggiate accanto al mare per scacciarle, l’una e l’altra.

Il senso della vita guardato ogni giorno sulla pelle e sulle ossa di ottantenni pelle e ossa e col viso incavato che sfrecciano con la bicicletta verso il loro pezzo di terra, alle quattro di mattina, alla stessa ora in cui noi tornavamo a casa nella mia Uno o in un’altra ex macchina nuova di qualcuno dei nostri genitori.

Vedevamo il Mediterraneo, la sua natura e la sua cultura ingoiate dal nostro benessere e da quello delle nostre famiglie, non ce ne facevamo una ragione e cercavamo una fuga. La trovavamo nella marijuana di paese molto spesso, profumata e rossiccia e fonte di imbarazzanti non detti con il mondo dei grandi che nel migliore dei casi la vedeva come un’esotica amenità da rivolte politiche giovanili, non capendo che invece per noi, in quel momento, in quel posto, era l’anello mancante di tutto.

Non lo potevano capire.

Il benessere raggiunto e la precaria stabilità familiare li avevano preservati dalle nostre paturnie, dalla nebbia. La tecnologia e il cibo chimico erano legittimi diversivi o tutt’al più mezzi per risparmiare tempo, ma quando avevano bisogno di cose vere avevano sempre stirpi kilometriche e qualche ettaro di orti e frutteti da cui attingere la vita reale.

Noi avevamo i resti di tutto questo, ma la finzione era diventata la nostra pedagogia. Fingere di mangiare cose che fanno bene, fingere di muoversi andando in palestra, fingere strazianti pantomime di innamoramenti e fidanzamenti fin dall’età preadolescenziale, fingere di essere liberi, fingere di vivere. Noi non eravamo ancora affondati nel nichilismo distruttivo del non senso, ma lo guardavamo continuamente da pochi passi. Le fughe tra la campagna e il mare, i bassi del dub mediterraneo, la marijuana furono la nostra salvezza dal non senso. Insieme ai piccoli desideri che si sostituirono ai grandi ideali, costruire relazioni vere con persone vere, e per questo ce ne andavamo dal Salento, in quello scorcio di fine millennio. Riduzione del danno.

(da L’ultimo anno)

COPERTINA L'ULTIMO ANNO

 

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