E ora che è arrivato un altro luglio, arriva anche nelle Fiabe Atroci questa che è una storia veramente atroce. Sono cambiate le cose da quando fu scritta, molte cose sono state scoperte e molte altre ulteriormente insabbiate, se è possibile insabbiare ancora. Se è possibile insabbiare all’infinito.

G.R.

Luglio 2013

carlo

 Avvicinandosi il nono anniversario dei giorni del G8 genovese, ne approfitto per ripubblicare un mio testo uscito nel 2003 sul vecchio sito di Simone Cristicchi. Il testo è la rielaborazione “editata” da Luigi Mariano di un nostro scambio privato di email, ed è una sintesi delle ricostruzioni che giravano all’epoca sui fatti di Genova e in particolare dell’omicidio di Carlo Giuliani.  Dopo ci sono stati i processi e alcune cose sono uscite fuori, ma la sostanza dei fatti è rimasta sconosciuta alla maggior parte degli italiani. Cioè che Carlo non è stato ucciso per legittima difesa e che a sparare non è stato Placanica. Si avvicina il decimo anniversario. Sarebbe ora di ritornare a parlare pubblicamente delle cose che dicevamo in quegli anni, ibernate nella dittatura mediatica di questo decennio di guerra e di crisi infinita. Oggi come ieri e come sempre, chi non ha memoria non ha futuro

Gianluca, luglio 2010

carlo giuliani smile

Ero al g8

Non sono solo gli “stupidi” che si fanno influenzare negativamente dalla comunicazione di massa, credo che lo siamo tutti, belli e brutti, quelli che hanno letto un milione di libri e quelli che non sanno nemmeno parlare. Io a Genova ci sono stato, ma non mi sono mai definito “no-global”: questa etichetta l’hanno inventata i giornalisti dopo i fatti di Napoli del marzo 2001, quando al vertice del “Global Forum” si creò una rete di contestazione che si chiamava “rete no global” in riferimento a quel vertice, e poi fu battezzata all’opinione pubblica quattro mesi dopo durante il g8 di Genova. In effetti molti nel movimento hanno accettato questa definizione, molti altri no. Neanche a me piace molto. A Napoli ci sono stati scontri duri non meno di Genova, anche se non c’è stato il morto e al governo c’era il centro-sinistra. E anche a Napoli le forze dell’ordine hanno violato ripetutamente la costituzione e i diritti umani. E non c’erano black bloc.

Per me è dura parlare di Genova, perché per me è stata una cosa importante, emotivamente e razionalmente, e non so se la scrittura da sola può rendere tutto questo. Sapete quando si dice “Da oggi niente per me sarà uguale a prima”: per me è successo qualcosa del genere, anche se col tempo ho cercato di ritornarci con più serenità. Per molte persone, centinaia di migliaia o forse più, è stato così.
Non ho mai picchiato in vita mia e spero di non farlo mai, né ovviamente spero di essere picchiato. Ma sono andato molto più vicino all’essere picchiato che a picchiare. A Genova mi sono salvato perché sono stato fortunato e ho avuto delle scelte strategiche giuste, mi sono mantenuto agli inizi del corteo mentre altri, compresi alcuni amici, hanno temporeggiato e si sono beccati immotivatamente la serie di manganellate sulla schiena e sulla testa. Mentre ero lì mi sembrava di vivere una guerra, ma non come quelle che si sentono al tg: una guerra senza senso, in cui non si sapeva chi erano i nemici e soprattutto non si sapeva dove andare e cosa fare, dato che il “pericolo” poteva spuntare da qualunque parte: dai vicoli, dalla testa, dalla coda, da dentro al corteo. Molta gente ha preferito dopo Genova evitare di rivivere quelle situazioni (quelli di Legambiente, le Acli, gli scout, altri), e anche io ero molto spaventato, anzi “terrorizzato”, ma quell’atmosfera l’ho rivissuta anche dopo (ad esempio a Roma il 4 ottobre 2003, al vertice “pan-europeo” dell’Eur). I giorni successivi al g8 mi sono iniziato a documentare, ma le mie fonti non erano la tv e i giornali: erano le altre persone che come me erano state sulle strade di Genova, soprattutto quelle che erano state tutti e tre i giorni (io ci sono stato solo l’ultimo giorno, il 21, e non ho dormito lì, altrimenti sarei potuto benissimo finire alla Diaz con un mio amico che dormiva lì).

Le altre persone sono anche le migliaia (tra giornalisti, fotografi, videoreporter, parlamentari, avvocati, medici) che sulle strade ci sono state e spesso sono state picchiate, però hanno documentato tutto. Genova si dice che sia stato l’evento più “ripreso” della storia, aspetto conferme “scientifiche” a questo dato, ma non importa. Tra i giornalisti italiani c’erano quelli di Repubblica, del Manifesto, di Liberazione, dell’Unità, di Diario, di Carta, di Radio Popolare, e di tanti altri; c’erano anche quelli degli altri quotidiani e della tv, ma per lo più stavano nella zona rossa insieme agli “otto grandi della terra”. Un’eccezione a questo è Lorenzo Guadagnucci, un giornalista del Resto del Carlino (giornale di destra) che è stato picchiato e arrestato alla scuola Diaz, ha avuto un braccio rotto, percosse varie e una denuncia per “devastazione e saccheggio” (poi per fortuna archiviata insieme a tutti i 93 violentati e accusati quella sera alla Diaz). Da allora non scrive più sul Carlino e ha scritto alcuni libri, tra cui il più famoso è “Noi della Diaz”.

A questo punto interviene Giuliano Ferrara dallo studio, dicendo che Guadagnucci è uno che si è fatto i soldi grazie a Genova, che è stata la sua fortuna, che non esistono persone che non fanno le cose per interesse… “ma è solo un modo per convincerti a stare chiuso dentro casa quando viene la sera”. Le cose stanno diversamente da come le ha dette la televisione. Bisognerebbe vedere una decina di documentari, alcune centinaia di foto, altre centinaia di articoli, reportage, testimonianze, ricostruzioni miseramente censurate dalla tv di stato e da quella commerciale (che sono dello stesso proprietario), diventando uno dei tanti misteri che il nostro bel paese ha vissuto negli ultimi 50 anni. Consiglio piuttosto, a chi ne ha voglia ovviamente, di preferire la conoscenza diretta a quella mediata, cioè consiglio di partecipare (“libertà è partecipazione”), che non vuol dire andare alle manifestazioni, quella è l’ultima cosa e l’unica che passa in tv; vuol dire aprire l’ascolto alle esperienze degli altri, soprattutto quegli altri che vivono situazioni diverse dalle proprie. E’ molto più illuminante per dire un dibattito di padre Alex Zanotelli (missionario comboniano che partecipa ai Social Forum) di tanti servizi che passano alla tv.

Cercherò di dire il mio punto di vista su alcuni fatti specifici, ma spero di non dilungarmi troppo, visto l’argomento e visto il malloppone che si prospetterebbe.

FORZE DELL’ORDINE

Quelli che conosco e che sono stati a Genova erano molto tranquilli e sono stati tutti all’interno della zona rossa, quindi sono poliziotti che non hanno partecipato agli scontri. Credo che la maggior parte di quelli sguinzagliati per strada siano stati selezionati accuratamente: ad esempio, il battaglione di carabinieri che operavano a Piazza Alimonda, dove è stato ucciso Carlo Giuliani, aveva a capo i tenenti dell’esercito Truglio e Cappello (implicati nel caso Ilaria Alpi in Somalia, dove pendono pesanti accuse sulle violenze nei confronti di civili somali e sui traffici internazionali di armi dell’esercito italiano). In ogni caso persone abituate alla guerra. Questi uomini sono stati forniti dal governo italiano di manganelli “tonfa”, mai utilizzati prima in Italia, molto più pesanti e provenienti guarda caso dagli Stati Uniti. Sono stati utlizzati gas cs e cn, anch’essi mai utilizzati in Italia anche perché secondo una convenzione sono vietati perfino in guerra (c’è stata un’inchiesta del programma “Report” su questo e un’altra del senatore verde Francesco Martone, ci sono testimonianze firmate di persone che tuttora hanno danni alle vie respiratorie a causa di quei gas; anche io li ho respirati, anche se poco e da lontano per fortuna, ma assicuro che è stato uno degli odori più schifosi che ho sentito in vita mia). Che c’entrano con tutto questo i nostri amici terroni arruolati nell’esercito o in polizia o nei carabinieri o nella finanza per necessità, per disagi economici e sociali, o anche perchè vogliono fare qualcosa di giusto per la società? La maggior parte di quelli che ho conosciuto e che hanno fatto solo concorsi o che sono entrati mi sono sembrati più che altro “obbligati”, dalla situazione o dalla propria incapacità di pensare una vita diversa da quella del militare. Attualmente, dopo tante battaglie antimilitariste fatte e dopo l’eliminazione della leva obbligatoria, credo che se nessuno avesse queste costrizioni non ci sarebbero molti giovani disposti a fare la vita militare, forse anche per questo conviene mantenere il Suditalia come magazzino di risorse umane da sfruttare… Una volta che ci sei dentro però si sa che ti fanno il lavaggio del cervello. Io non critico la singola persona, non credo che “la mamma degli idioti è sempre incinta” come hanno detto tanti funzionari per lavarsi le mani dalle proprie responsabilità criminali… e poi io ho sempre avuto un buon rapporto con le forze dell’ordine, mi hanno sempre rispettato, forse anche perchè ho avuto rispetto di loro, ma anche perchè ho la faccia da bravo ragazzo e parlo italiano meglio di loro… comunque con me non hanno mai abusato del loro potere, anche quando mi hanno “beccato” col fumo (e a parte una volta non mi hanno neanche segnalato, perché lo sanno anche loro che chi si fa una canna non è un criminale, ma questo è un altro discorso). Ma non è sempre così, a Genova anche qui poveri figli del sud si sono trasformati (o sono stati trasformati) in pericolosi sanguinari, e nell’affermare questo mi riferisco a quello che ho vissuto quel giorno e alle testimonianze, alle foto, ai video di cui parlavo prima.

BLACK BLOC E MOVIMENTO

Le “tute nere” sono un gruppo che è comparso sulla scena internazionale credo per la prima volta a Seattle nel ’99, al primo vertice del WTO (Organizzazione Mondiale del Commercio) fatto fallire dai contestatori. Questa data molti la considerano la data di nascita del movimento contro la globalizzazione, ma in realtà non è così, dato che sicuramente le idee e le pratiche si rifanno ai movimenti dei contadini e degli indigeni del Sud-America, soprattutto gli zapatisti del Chiapas (in Messico) e il Movimento dei Sem Terra (Senza Terra) del Brasile. E sono per lo più pratiche non violente. Cito l’esempio di una pratica legata a queste tematiche, arrivata anche qui da noi: il gruppo d’acquisto. Alcuni cittadini (a Roma, Bologna, Milano, etc) si mettono d’accordo con i produttori locali che vivono nelle campagne o sulle colline per acquistare direttamente da loro prodotti sani, coltivati cioè senza riempire l’ambiente di pesticidi e semi transgenici e assicurando loro una fonte adeguata al lavoro svolto, perchè non devono avere a che fare con la distribuzione delle grandi aziende alimentari che li sottopaga e specula sul “biologico”. Scegliere questa pratica per me significa fare qualcosa di concreto per sé stessi e per la terra in cui viviamo, ma significa anche ragionare su ciò che si consuma e sulla passività che abbiamo ogni volta che entriamo nei supermercati e ci troviamo di fronte a una massa di prodotti di cui in realtà non sappiamo nulla se non per sentito dire dalla pubblicità. Un altro esempio del genere è il Commercio Equo e solidale, che forse si conosce un po’ di più visto che ormai sono diffusissimi dappertutto. Speculazioni, direbbe Ferrara, speculazioni e coperture, siamo tutti doppiogiochisti, chissà per quale fine però, viste le modiche cifre economiche di cui si parla…

Il black bloc è invece un fenomeno nato nei grandi stati occidentali (in Stati Uniti e Germania i primi): il loro fine è compiere azioni spettacolari, compresa la violenza fisica sui “simboli del potere”, cioè le banche, i McDonald’s, le agenzie interinali, distruggendo le loro insegne… una delle loro azioni più famose è quando in America si sono appesi ad un’insegna della Shell (la benzina) e hanno simulato di essersi impiccati, facendo riferimento alle impiccagioni di centinaia di Nigeriani fatte da questa multinazionale, insieme all’Eni e al governo nigeriano connivente – tra gli impiccati c’era anche il poeta nigeriano Ken Saro Wiva, che ha lottato tutta la vita per i diritti del suo popolo, contro lo sfruttamento del petrolio nigeriano che ha prosciugato intere zone fluviali della Nigeria e lasciato morire di fame e di sete interi villaggi; poi, quando gli impianti petroliferi sono stati realizzati, molti indigeni sono stati schiavizzati dalla Shell e dall’Eni, che li facevano lavorare negli stabilimenti sottopagandoli e reprimendo con l’impiccagione chi protestava. Ken Saro Wiva è stato impiccato nel ’95.

Questi black bloc c’entrano poco con Genova: molti di loro sono arrivati con l’intento di fare lo stesso anche lì, cioè distruggere vetrine e cose simili (cosa che comunque io non condivido, pur condividendo le motivazioni), ma la situazione è degenerata. Prima di Genova (a Praga, a Copenaghen e in altre occasioni di vertici) non erano mai stati messi a fuoco bidoni dell’immondizia, non erano mai state bruciate automobili, non era mai stato assaltato un carcere come è successo al Marassi. Ma soprattutto non avevano mai agito così indisturbati, di solito avevano scontri con la polizia e agivano in blocchi compatti (a Genova gli scontri di venerdì 20 non sono stati mai tra black bloc e forze dell’ordine, ma tra queste e il corteo che aveva a capo le “tute bianche” italiane, che è stato letteralmente assaltato dai carabinieri, come documentano le immagini, e su questo è stata formulata in tribunale un’accusa specifica); inoltre, non c’erano mai state in precedenza foto che immortalano uomini in tenuta di “black bloc” insieme a uomini delle forze dell’ordine. Sto insinuando esattamente che c’è stata una precisa azione di connivenza tra le forze dell’ordine e il cosiddetto black bloc, e dico questo anche alla luce del fatto che non c’è un solo black bloc né tra le migliaia di persone pestate a sangue, né tra i 26 accusati che saranno processati in un altro processo a Genova. Tanti video girati documentano esattamente questo tipo di connivenza, e le immagini parlano più chiaro delle parole in questo caso. “Mettere a ferro e fuoco Genova” è diventato uno dei luoghi comuni italiani, così come “la connivenza dei manifestanti pacifici con le frange estreme del movimento” o altre frasi senza attinenza con la realtà dei fatti. Forse l’espressione “mattanza” si avvicina di più alla realtà. Io ho tre amici che sono stati il 20 luglio con i blac block, sono arrivati senza organizzazioni politiche a Genova e ci sono finiti per caso, insieme ad altre decine di ragazzi che guardavano un po’ increduli e un po’ affascinati quello che stava facendo questo gruppo di facinorosi. Né ai black bloc né a loro è stato torto un capello dai militari (per fortuna loro) e mi hanno sempre detto che in quel momento il luogo più sicuro dove stare era proprio là in mezzo ai black bloc, dato che le forze dell’ordine si mantenevano sempre a distanza di centinaia di metri da loro, a guardare, e ricevevano il comando di attaccare solo quando arrivavano nei pressi degli altri manifestanti. I black bloc (e i miei amici insieme a loro) si disperdevano, gli altri (Cobas, Verdi, Rifondazione, Legambiente, Rete Lilliput, persone qualunque) venivano pestati. Ora, io so che questi tre miei amici hanno un’indole abbastanza pacifica, ma penso anche che tanti, decine, forse centinaia di altri ragazzi ci abbiano preso gusto a saccheggiare senza senso la città e si siano uniti a questo fantomatico blocco nero… così come allo stadio, così come in tante altre occasioni, violenza genera violenza. Ma a parte questo, è del tutto immotivato il paragone tra il movimento e gli stadi, dietro tutto questo non c’è una fede patriottica ad una bandiera, ad un simbolo, a un campanile, ma i problemi economici, sociali e culturali che stiamo vivendo in questa epoca di “guerra infinita”… capisco che molta gente preferisca interessarsi al calcio piuttosto che a tutto questo, ma credo che il danno maggiore lo facciano a loro stessi, perché finiscono per ragionare in termini calcistici anche su tutti gli altri problemi (e magari finiscono per votare Berlusconi, cosa che fa male a tutti). Davanti al carcere Marassi, durante l’assalto del black bloc, i carabinieri hanno acceso le camionette e se ne sono andati, tutti, come se avessero ricevuto un ordine istantaneo, lasciando il trofeo in mano a 50 buffoni, che giocavano a dare fuoco all’insegna. Perché? Perché invece qualche ora dopo erano in migliaia a picchiare uomini, donne e bambini che sfilavano in corteo?

CARLO GIULIANI

QUANTI METRI AL MOMENTO DELLO SPARO (marco d'auria- rainet)

Sull’episodio della morte di Carlo Giuliani posso solo riassumere schematicamente quello che so dopo tre anni di continue e spesso estenuanti ricerche. E’ troppo lungo il discorso ma consiglio vivamente, sempre se interessa, di leggere la contro-inchiesta fatta dal giornalista Lello Voce sul sito di Radio Sherwood di Padova. L’indirizzo è: www.sherwood.it/pillolarossa. Potrei citare decine di altri siti (www.italy.indymedia.org, www.piazzacarlogiuliani.it, www.veritaegiustizia.com …), ma questa è secondo me la ricostruzione più completa a cui si sia giunti fino ad ora, molto più completa dell’inchiesta assurdamente archiviata dalla procura di Genova. Ci sono troppe cose poco chiare in questione, cerco di farne un sunto rapido:

– come ho scritto prima, gli scontri col corteo delle tute bianche e del social forum del 20 luglio sono iniziati in via Tolemaide, poco lontano da piazza Alimonda dove è stato ucciso Carlo, ma molto lontano dalla zona rossa, in un tratto in cui la manifestazione era ancora autorizzata. Non c’erano stati attacchi dei manifestanti, che invece stavano schierati compatti con un cordone di scudi in plexiglas anticariche alla testa del corteo. L’attacco è stato quindi totalmente immotivato, però istantaneo, in pochi minuti via Tolemaide e le laterali si sono trasformate in un incubo ed è iniziata la guerriglia; un’ora e mezza dopo, alle 17:27 e all’interno di questa guerriglia, è stato ucciso Carlo Giuliani. L’episodio dell’attacco è filmato secondo me nel modo più chiaro e comprensibile nel documentario “Le strade di Genova” di Davide Ferrario.

– il defender dei carabinieri non è bloccato, come appare dalle poche foto passate in televisione, in cui la prospettiva è schiacciata; si è invece fermato appositamente al centro del crocevia tra piazza Alimonda e una via laterale, a pochi centimetri da un cassonetto vuoto. Non è neanche spento e fuori uso, come affermato dal carabiniere conducente Cavataio sotto interrogazione, ma è in moto, perché dopo i due spari fugge in meno di 3 secondi dal luogo dove si trova.

– tutti i militari interrogati, nonostante abbiano cambiato più volte le versioni dei fatti sulla faccenda, hanno sempre affermato compatti che sul defender c’erano tre persone, cioè i tre militari di leva Placanica, Cavataio e Raffone; ma questa tesi non regge al confronto delle foto, dove si vedono chiaramente le sagome di due persone e parti del corpo di almeno altre due persone: nel mezzo quindi c’è qualcun altro, e dato che in ognuno di questi defender ci doveva essere un graduato, probabilmente questo qualcun altro è proprio un graduato. Placanica, il ragazzo accusato di aver sparato, ha cambiato all’inizio più volte versione su questo, fino a quando si è stabilito su quella definitiva: il suo superiore è salito sul defender quando erano già fuggiti da piazza Alimonda!!

– Mario Placanica, accusato di omicidio, è stato assolto per legittima difesa. Per quasi un anno non si è visto in tv, non si è saputo niente, poi è iniziato a comparire in tg e quotidiani, e la sua immagine era di un povero ragazzo in balìa degli eventi, diceva cose spesso discordanti (ho sparato solo io, non ho sparato solo io, ho sparato un colpo solo, due colpi, in aria, ad altezza uomo, etc); è continuamente in analisi e qualche estate fa ha avuto un incidente stradale poco chiaro (è uscito di strada da solo perché, ha detto, d’un tratto non gli hanno più funzionato i freni). Da un po’ i media non danno più sue notizie.

– Mario Placanica non può aver sparato: nelle foto di lato rispetto al defender, nel momento in cui questo passa sopra al corpo di Carlo, appare la pistola che ha appena sparato ancora puntata fuori dal lunotto posteriore, mentre la sagoma di Placanica appare in piedi, rivolta in avanti, con la mano che si tiene la testa; c’è un ampio margine di certezza su questo, perché ci sono le foto del suo arrivo in ospedale, in cui lui si tiene ancora la testa nello stesso punto, come nel defender, e le due immagini sono molto simili (sarebbe molto più semplice far vedere le foto, ma si può trovare tutto come ho scritto sul sito di Radio Sherwood).

– Carlo Giuliani è ad una distanza di almeno 4 metri dal defender quando viene sparato, lo si deduce dalla foto di lato del fotografo di Raisat. Ma la foto non è mai passata sulle reti Rai, mentre ha fatto il giro del mondo la foto Reuters, in cui si vede Carlo praticamente incollato al defender con l’estintore alzato, come se lo stesse scaraventando sopra il mezzo: è un’illusione ottica. Carlo ha preso in mano l’estintore e in effetti sta per alzarlo quando viene colpito sul viso, ma è lontano e lo
fa perché vede la pistola già puntata su un altro ragazzo accanto a lui, che si accorge solo dopo di essere sotto tiro e inizia a scappare (tra l’altro inciampando sul defender che Carlo sta raccogliendo da terra). Nel film di Cristina Comencini uscito con L’Espresso, “Carlo Giuliani, ragazzo”, la madre di Carlo, Heidi Giuliani, spiega in maniera molto precisa questo momento, mentre scorre la sequenza delle foto. Carlo sta agendo, forse ingenuamente, per disarmare la pistola puntata, cosa che non gli sarebbe comunque riuscita perchè l’estintore, se anche fosse arrivato, non sarebbe passato dal lunotto posteriore che è troppo piccolo. L’ipotesi della legittima difesa è una favola, così come quella che sia stato Placanica a sparare.

– Nel momento in cui accadeva tutto questo il defender era collegato radiofonicamente, come tutti gli altri defender, con la stazione dei carabinieri di Genova, in cui durante tutto quel pomeriggio, erano presenti Gianfranco Fini e quattro altri parlamentari di AN.

CONCLUSIONI
Questa è solo una piccola e frettolosa ricostruzione, non mi sento di trarre verità da tutto questo, ma solo indizi: però tutti questi indizi contraddicono la quasi totalità delle affermazioni fatte dai militari e delle ricostruzioni date in pasto all’opinione pubblica. Se il processo non fosse stato archiviato e se non si fossero ignorate le tesi e le evidenze portate avanti dagli avvocati del Genoa Legal Forum e della famiglia Giuliani, forse si poteva arrivare ad una verità giudiziaria.

Forse si potrà arrivare ad una verità storica, ma dubito che i tempi siano brevi.

DETTAGLIO PISTOLA ASSASSINA
DETTAGLIO PISTOLA ASSASSINA PUNTATA SU RAGAZZO CON IL CASCO
carlo si china, ragazzo inciampa sull'estintore, pistola puntata
CARLO SI CHINA PER GETTARE L’ESTINTORE SULLA PISTOLA PUNTATA, RAGAZZO SI ACCORGE DI ESSERE PUNTATO E INCIAMPA SULL’ESTINTORE
DURANTE LA FUGA
DURANTE LA FUGA – QUANTI SONO NELL’AUTO?
DETTAGLIO PLACANICA FERITO DURANTE MANOVRA CHE NON STA IMPUGNANDO LA PISTOLA
DETTAGLI FONDAMENTALI – DURANTE LA RAPIDA MANOVRA (4 SECONDI) DELLA JEEP, SI VEDE PLACANICA CHE NON STA IMPUGNANDO LA PISTOLA, MA SI TIENE FERITO IL LATO SINISTRO DELLA TESTA, MENTRE VERSO IL LUNOTTO SI PUO’ DEDURRE LA PRESENZA DI ALMENO 2 PERSONE, CHE IN OGNI CASO NON POSSONO ESSERE PLACANICA, E LA PISTOLA CHE HA SPARATO QUALCHE SECONDO PRIMA ANCORA PUNTATA

placanica in ospedale-manovre sulla sua pistola

FONDINA VUOTA DI PLACANICA ALL'ARRIVO IN OSPEDALE
FONDINA VUOTA DI PLACANICA ALL’ARRIVO IN OSPEDALE
DETTAGLIO PISTOLA PUNTATA ALTEZZA UOMO
DETTAGLIO PISTOLA PUNTATA ALTEZZA UOMO
MANO STRANA DETTAGLIO MESSO A FUOCO
MANO STRANA DETTAGLIO MESSO A FUOCO

SEQUESTRO DEL CORPO

ASSALTO SU CARLO - CALCIO

foto confronto fronte

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