elettroencefalogramma piatto

Scusa.

Perché in tutto questo non riesco ancora a fermare il pensiero.

Ci ho provato per settimane e ci sono riuscito ma ci ricado, ricomincia a girare. È una malattia da cui poi si guarisce, ma vorrei guarirci per sempre da questa cosa e forse mi è impossibile. Forse dovrei cambiare pelle da come sono fatto.

Ma scusa anche per essermi fatto derubricare da risorsa a problema. Del resto il passaggio da maschio perfetto a mostro è un attimo, e lo sapevo già.

Scusami ma io non sono un mostro. I mostri sono un’altra faccenda. E soprattutto non sono perfetto.

Io quando ti dicevo che i tuoi occhi sono belli non volevo dire che volevo scoparti. Volevo dire che hai dei begli occhi, e che tante volte io non ho retto quello sguardo, e non è questione di estetica. È questione che gli occhi che mi parlano troppo mi hanno sempre fatto paura, soggezione, attrazione in un mix indecifrabile ma che riconosco subito perché su questo sono perspicace. Almeno su questo.

Scusa per i nervi, per la tensione, per le parole inutili. Sono la mia malattia. Scusa per il dolore.

Ma scusa soprattutto per il fatto che non credo di doverti delle scuse più di quante me ne dovresti tu. Perché prendersi cura di una persona è una cosa bella e può portare anche a fare dei danni e degli sbagli, ma non è una cosa cattiva. È una cosa che la maggior parte degli umani di quest’epoca non prova nemmeno più a fare. Io lo faccio, tu lo fai, ma c’è il limite.

E se tu richiedi a una persona di prendersi cura di te, che tu ne sia consapevole o meno, se la fai entrare nel vortice in cui stai girando tu e a un certo punto lei perde l’orientamento, sbanda ed esce fuori strada, tutto questo non ti dovrebbe portare a derubricarla a mostro o a persona che ti delude. Lei, quella persona, non voleva questo, ma doveva difendersi e doveva sopravvivere ai mille attacchi che le arrivano ogni giorno.

Scusa per il fatto che non sono riuscito a convincerti del pericolo che corrono tutte le cose belle, dai continui attacchi di un mondo invidioso e ostile alle cose belle. Dovevo essere più convincente, quando mi dicevi di stare tranquillo perché questa cosa era talmente forte che avrebbe resistito a tutto.

Scusa per il fatto che nonostante questo io penso che tu non abbia molte colpe. Se lo pensassi sarebbe più facile metterci una pietra sopra. E l’empatia non è compassione, nel senso che si intende oggi per la parola compassione. Chiedermi scusa sarebbe stato un gesto di distensione per me, di ancoraggio mentre il vortice mi risucchiava, non di riconoscimento di tue colpe. Sarebbe stato più facile anche ammettere le mie colpe, che le ho.

Ma non ce la fai proprio perché non sei tu ad avere colpe. Di avermi riversato addosso tutto lo schifo che ti riversano addosso. Che tu l’abbia fatto rendendotene conto o meno, questo travaso.

Scusa per questa parola pubblica. Non è una parola che vuole uccidere il privato. E’ il personale ad essere politico per me. Non il privato. E questo è il mio personale da cui sto ripartendo, perché altrimenti tutto il resto non ha senso. I fatti privati, come sono andate le cose veramente, lo sappiamo solo noi. E del resto ne abbiamo un’interpretazione opposta. Ma questo adesso non ha più importanza.

Scusami ma il mio personale non me lo prende nessuno. Il mio personale, le mie emozioni, non sono discutibili o negoziabili con pretese di privacy. Sono e basta. Ed è buona cosa per me avvertire chi mi sta accanto per non iniziare a fare girare nel vortice anche altri. Cosa molto frequente.

Se io sto girando nel vortice non posso fare finta che non sto girando. Magari potessi. Io me stesso e il mio corpo sono le uniche cose che ho, anzi che sono. E di persone che si suicidano l’anima perché non si prendono cura di se stesse ne ho conosciute fin troppe.

Io non posso fare altro, devo ripartire da questo personale, da questo dolore. Non ha senso rimuovere il dolore e farselo ritornare in altre forme. Spero che non lo faccia più nemmeno tu. Spero che starai bene, che prima di tutto e di tutti tu ti prenda cura di te, perché è necessario. E che impari a chiedere aiuto, in modi migliori di questi. Perché nonostante tutto, il mondo è pieno di cose e di persone belle che possono tingerlo di blu. Ma non ti devi dimenticare di coltivarle, le persone e le cose belle.

E scusa anche di questo modo, e di questo tono. Scrivere è una finzione che però aiuta a sopravvivere. E il motivo principale per cui sto scrivendo evidentemente non è per chiedere scusa. Ma perché queste sono le cose universali per cui ha senso vivere. Ma questo sono convinto che lo hai sempre saputo anche tu.

Anche su un altro pianeta.

giugno 2012

“nun te scurdà pecchè sta vita se ne va
nun te scurdà, maje ‘e te
nun te scurdà nun te scurdà
nun te scurdà pecchè si no che campe a fà
nun te scurdà ‘e te, maje”

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Un pensiero riguardo “Ammende personali per screzi insignificanti

  1. bel quarto d’anima a cielo aperto.
    “Scrivere è una finzione che però aiuta a sopravvivere.”
    Anche vivere può essere finzione, e la scrittura ricostruisce mondi.
    un saluto

    A

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