Monk bisognava vederlo per ascoltare veramente la sua musica. Lo strumento più importante del gruppo – qualunque fosse la formazione – era il suo corpo. Lui in realtà non suonava il pianoforte. Il corpo era il suo strumento, e il piano era soltanto un mezzo per far uscire la musica dal suo corpo, alla velocità e nella quantità che desiderava.*

Per raggiungere New York prendiamo la E45 nel primo pomeriggio di un sabato di luglio. New York, che in questo caso è la capitale dell’Umbria, è una collina afosa piena di gente sudata. Il punto di concentramento è un campeggio subito fuori, ai piedi di un’altra collina, dove la fila è per un posto al sole, che in tenda non è propriamente un luogo fortunato. Complottiamo un attimo, io e Alberto, e decidiamo di andarcene, verso sù, dove c’è l’altro campeggio, quello più caro.

Passano un paio di kilometri e appare qualcosa tipo l’entrata di un bosco attrezzato. Al gabbiotto un tizio con una maglietta rock ci accoglie in modo fintamente distratto e ci dice un po’ di cose fondamentali.

Questo è il campeggio Paradiso, che quest’anno compie quarant’anni ed è nato un anno prima dell’Umbria Jazz. Negli anni settanta era popolato di hippies e gente varia che veniva a cercare qui la libertà estiva e il mondo all’incontrario. Perugia si popolava di questa gente che dormiva e faceva di tutto nei sentieri cittadini mentre, ad esempio, Miles Davis soffiava la sua tromba a pochi passi da loro, per strada.

Ora è semivuoto, e questo è buono per noi, anzi è fantastico. Abbiamo un bosco, varie decine di metri quadri per sistemarci, una piscina dove iniziare la giornata e il bar accanto dove fare colazione prima di buttarci nella calca cittadina. Tutto il resto, giovani e non giovani turisti dell’Umbria Jazz, è stipato giù nell’altro campeggio a fare la fila per le docce e a litigare per i posti auto e altre nevrosi della vacanza forzata dell’epoca attuale. E paga praticamente quanto noi, considerato lo sconto del Paradiso per il suo quarantennale. Qui però c’è l’elite, i musicisti, i vecchi amici dell’epoca, la storia. Perché il jazz ormai è cosa d’elite, di professori e gente inserita nelle scuole e nel jet-set.

Lui e Bud Powell erano in macchina e la polizia li fece accostare. Era Bud ad avere addosso qualcosa, ma se ne stette lì congelato a stringere fra le dita la sua busta di eroina. Monk glie la strappò di mano e la mandò a sfarfallare fuori dal finestrino, finchè non atterrò in una pozzanghera galleggiando come una barchetta origami.*

 *****

Lo sciame perugino del sabato sera e della domenica in realtà ha poco del mondo all’incontrario che stiamo cercando. Di musica bella per strada ce n’è, ma è un apostrofo rosa nel mezzo di file militari di gente venuta solo perché deve fare qualcosa di diverso nel weekend. E perché questo evento ha un nome e una fama quarantennale. A noi va anche bene così e la prima sera la finiamo a tirare tardi bevendo birra nella piazza estiva ritrovo di studenti e fuorisede vari della città. A un certo punto arriva un gruppo che inizia a suonare e ballare la pizzica, addirittura, e sono anche molto bravi.

Ma la sera dopo il vento di quel mondo alla fine arriva. Intorno a mezzanotte, ‘Round Midnight, il Teatro Morlacchi si riempie pian piano di pubblico e dopo poco anche di musicisti, che popolano il palco per uno strano tributo a lui, Thelonius Monk, il genio strambo del Bebop. Arrangiano in quindici i pezzi che lui suonava da solo o accompagnato da pochi altri, suonano fiati, chitarre e tastiere sotto la guida di Mario Raja e con un ospite speciale al piano, Riccardo Zegna, che ripropone l’improponibile corpo a corpo delle note di Monk, e questa impresa impossibile la compie in modo eccellente.

La Perugia Jazz Orchestra, nell’afa notturna del Morlacchi, ci ridà finalmente qualcosa di questi trentanove anni di festival e dell’indefinibile voglia di libertà che questa musica significa, sempre e comunque, anche ora che il Novecento è finito. Una libertà che è sempre poco dicibile con le parole.

Non gli piaceva uscire dal suo appartamento, e le parole non ne volevano sapere di uscirgli dalla bocca. Invece di venir fuori dalle labbra, gli ritornavano in gola, come un’onda che rotolasse all’indietro verso il mare aperto anzichè infrangersi sulla spiaggia.*

 *****

Eppure tutto questo bisogna tentare di dirlo. E c’è una storia, una piccola storia che mi è vicina e che mi accompagna ogni volta che alla fine, quando l’estate diventa estate, mi accoglie nel luogo da cui provengono le mie radici.

Ogni estate appena arrivo, tra pizziche, reggae, sole, mare e quant’altro ci si vende per far girare l’economia del divertimento, c’è il Locomotive di Sogliano organizzato da Raffaele Casarano.

Tre anni fa, nel 2009, Paolo Fresu inaugurò qui una delle cose indescrivibili che solo quando una terra incontra il jazz possono succedere, perché io so che questa musica può esistere solo se sconvolge, contamina e fa girare le cose all’incontrario, altrimenti non è più quella musica, è qualcos’altro per vendere o per consolarsi.

Durante una notte di quell’edizione, pochi musicisti e qualcun altro si spostarono verso il mare, sulla collinetta dove si trova la chiesetta di San Mauro, e iniziarono a suonare in acustico, di fronte al golfo jonico di Gallipoli, con l’aurora che arrivava dall’altra parte, dall’Adriatico, dall’Oriente.

E fu così che facemmo giorno, e fu così che da allora ho ritrovato un po’ del mio sogno anche qui, nella terra e nelle radici. Un sogno che anche quest’anno, da oggi, ricomincia.

Saluto al Sole – Paolo Fresu @ Locomotive Jazz Festival 2009
 
 

* da Melodius Thunk. Un mondo all’incontrario, in Natura morta con custodia di sax. Storie di jazz, pp. 45-74, Geoff Dyer, Instar Libri, To 1993

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