Sì ok è difficile guardare il lato positivo delle cose quando una mattina inizia così, telefonate con segretarie per svolgere mansioni burocratiche impossibili e che non mi dovrebbero competere. Nel mentre in cui con un’estemporanea ispirazione auroresca mi ero messo al piano con le cuffie, e che scena dev’essere stata per Margherita che è entrata in camera per passarmi la telefonata e che mi credeva ancora a letto. Ma l’adrenalina di tutto questo non leva ma si aggiunge a quella per ieri sera e per l’altro ieri sera.

Sono qui, lavoro da casa, magari cose pallose, ma eccola la svolta, posso scrivere. “Come le poesie scritte in mezzo al traffico”. Come tutte le volte in cui l’ossigeno sembra essere finito perché non riesci ad aprire le finestre. La musica che sùtura le ferite, eccola la rimozione positiva che non è rimozione in senso psicoanalitico chiaramente, è sublimazione e addolcimento malinconico, sutùra appunto di cuori quando sono spezzati in due come quello mio dell’altro ieri sera, quello che chiude per sempre il ciclo dei martedì di incoscienza con lei, al posto dell’autocoscienza che di regola dovrei fare il martedì. E ieri non c’era niente che mi potesse consolare, niente che potesse addolcire il cielo grigiotopo sopra di me e dentro di me. Tranne che una cosa, una sola cosa.

Il concerto di Sergio Caputo.

Nell’ora precedente al concerto, teso e tirato come non mai, chiacchieravo con Mariapia al Modo Infoshop. Ero frastornato ed emozionato, le ho detto “te ne parlerò quando avrò più tempo”. Poi è arrivato Elio. Poi l’attesa spasmodica per farci mettere sugli scalini del Bravo Caffè in mezzo agli italiani banchettanti portate lounge a 50 euri. E mi guardo intorno, per vedere chi c’è come al solito, chi sono e se ci sono altri lucidi pazzi come me, e se qualcuno che so io abbia ancora intenzioni di arrivare qui ai confini della realtà. No, non ce l’ha per fortuna direi, ma quel qualcuno i tempi li sapeva scegliere. Al contrario di me.

Parte “Solo come un cane vivo a Baygon street” ed ecco volare via le ombre del mio flirt impossibile di questi mesi, e quelle del totalitarismo aziendale che si intromette nel mio lavoro creativo e nelle mie fatiche vitali, le ombre delle afasie tecniciste di relazioni umane ridotte all’osso del tempo rimasto per vivere e viversi fuori dagli organigrammi astratti che ci irreggimentano invece le giornate, le strade svuotate di persone e riempite di fumi e paure, la durata fatta a pezzi dalla follia dei tempi stretti, della reperibilità costante, del terrore che tutto salti. Ombre, volate via.

La realtà ora sono cinque musicisti che strapazzano la mia realtà e mi ributtano in un sogno parallelo, nel sogno parallelo che mi accompagna da dieci anni o forse più. Canto subito, sempre, ogni canzone, a parte qualche momento in cui noto turbato qualche particolare che mi inquieta. Quanto è cambiato Giulio, o forse non me lo ricordavo io, mi fermo a guardare mentre soffia nel sax il riff di Blu Elettrico come dieci anni fa, quell’album, quei testi, quelle storie. Mi sembra scazzato, poi mi ricordo che è pazzo anche lui. Lucida follia ovviamente, non omicida ma salvifica. Poi seconda canzone “L’alba si incendiò” e qualcuno storce il naso al pop, qualcuno ancora obnubilato dall’intellettualismo psicotico che abbiamo lasciato alle nostre spalle entrando qui al Bravo, una delle tante mode mortifere di questi anni deleteri. Una delle tante idiozie commerciali fatte passare per intelligenza. Come l’uccisione dei sentimenti per esempio.

Quel potere oscuro che circoscrive, neutralizza, rimpasta e rinvia alle masse lo scimmiottamento deformato, degradato ed invertito del pensiero originale, dell’emozione originale. Dell’esperienza vera, della vita. Eccola, Ma che amico sei, uno dei pezzi pop più belli della musica italiana, con più senso dentro, esperienza vera, vita vissuta, storia patria senza pretese politiciste. Lo so è difficile da capire, e anche da spiegare perché è tutto senso e sensi, tutti i prezzolati che hanno rifatto quello stile a tavolino fanno sembrare commerciale questo pezzo. Ma sembra che si diverta Sergio a giocare su questa ambiguità, forse un po’ si diverte ma non credo sempre. Fa un po’ lo scemo come suo solito, ma si vede che è emozionato dal ritorno a Bologna dopo ere precedenti, e fiero di avere finalmente un pianista, Vianello, che rende questo spettacolo il più bello di quelli che ho visto di Caputo. E sicuramente uno dei concerti più importanti della mia vita, anche musicalmente, non solo “sentimentalmente”. Il jazz vero ci sarà, arriverà piano perché il terremoto si prepara piano, cova nelle viscere. E chissà quando alla fine tutti coreggiano il Garibaldi o l’Astronave, chissà se si ricorderanno ancora dell’alba che si incendiò sull’inizio di questa epoca di guerra infinita.

Il jazz inizia con una versione di Io e Rino che finalmente ha fatto rinascere questa canzone leggendaria. Il pianoforte, come anche quello di Metamorfosi, svela la portata musicale di questo concerto, manda la gente in visibilio. Anche Elio, finora costretto e accaldato in questi venti centimetri quadri di scalino e ancora un po’ perplesso, finalmente si lascia andare.

Noto intorno occhi che mi guardano mentre le intono tutte queste arie, ma non me ne frega niente. Queste canzoni sono la mia vita, anche se solo post mortem il popolo italiano capirà cosa vogliono dire. Purtroppo mettere al centro della vita i sentimenti non è una cosa decifrabile dagli abitanti di un’epoca di replicanti tecnocratici. Però chi sta qui dentro, stasera nel localino chic di via Mascarella, sta iniziando a sentire se non ancora a capire, soprattutto ragazzi e ragazze atterrate magari per caso qui nella zona blu. A sentire che cosa sono la libertà e la vita fuori dagli schemi mentali di una cultura mortifera.

Ed eccoli tutti attoniti quando al bis arriva la chicca forse più grossa, Maccheroni amari in un blues strepitoso. Sento le voci di due ragazze dietro di me che si lamentano perché avrebbero voluto un bis più allegro probabilmente, ma le lamentele durano poco, eccoli tutti meravigliati ad ascoltare la storia autobiografica di questo blues, che è storia nostra anche, storia dei minimi particolari delle nostre scelte di vita, di quando “guardo le mie foto di quand’ero freak”. Eccolo il Caputo leggendario che esce fuori dal cliché allegrotto swingante, come se uno dovesse essere sempre in un modo, sempre allegro o sempre triste o sempre pro o sempre contro. O sempre in levare o sempre in battere. Le gabbie identitarie di cui non sappiamo disfarci. Invece c’è quest’album della svolta, e oltre Maccheroni amari c’è Non bevo più tequila totalmente stravolta e credo in parte improvvisata, venature reggae spuntano fuori continuamente e mi fanno battere il cuore.
E ce n’è un’altra, per la prima volta dal vivo credo in quest’epoca dei quartet-quintet, con un inizio solo piano e voce, lui che si diverte dicendo “piano, voce e chardonnay” e un po’ lo desidererebbe un bicchiere del noto drink, un po’ cerca di smorzare la paura di star facendo qualcosa di molto bello e molto difficile, una delle sue canzoni più belle, un testo struggente e delicato. “Quando un amore va devi lasciarlo andare, forse ritornerà se lo saprai aspettare”. Eccola che mi ritorna la realtà nel sogno, questo sogno che me la traduce e me la interpreta la situazione attuale, questa come tante altre volte in questi dieci anni. Mi viene da piangere ma evito questa scena patetica che già mi guardano perché canto, pure questa la canto.
“Ecco perché alla fine uno va in trip, ora ti è più chiaro?” dico ad Elio mentre ci fumiamo la paglia del dopo concerto sotto il portico, e anche lui è soddisfatto dei venti euro spesi così. Mi lascia dopo qualche minuto, io resto solo, dovrei riprendere a piedi la via di casa, ma eccolo il demone che mi paralizza. Rientro nel locale, resto immobile subito dopo l’uscio con una immotivata sciarpa al collo – dentro ci saranno quaranta gradi – e la felpona hip hop come giubbotto in mezzo alle giacche patinate.
Il libro dell’autore in mano, appena acquistato, lo stesso autore che ha cantato stasera, sempre lui. No, venire a sbrodolarti tutti i miei fantasmi no. Che lo so che la tua affabilità verso gli ammiratori resiste alla tua voglia di startene sul divanetto in compagnia di chi sai tu, dopo questo concerto. Faccio qualche passo, attendo ordinato col libro in mano. Mi raggiunge il quarantenne bolognese con la locandina in mano da farsi firmare, quello che è stato accanto a me tutta la sera in camicetta azzurrina, che non si ricordava di Caputo dal concerto precedente a Bologna del ’92, il buon lavoratore embedded che è il prototipo ufficiale del fan di Caputo per la stampa specializzata. Solo che sono io che so tutte le canzoni a memoria, lui non sapeva nemmeno il titolo di Bimba se sapessi. Devo averlo sconvolto cazzo. Vuole la firma sulla locandina, si mette in fila accanto a me che ormai sono arrivato alla meta. Sussurro all’orecchio dell’autore che vorrei una dedica. Mi chiede il nome, me la fa, è un po’ schizzato come sempre in questi frangenti, felice e schizzato, tra affabilità e passione. Butto l’occhio su chi c’è al divanetto, e mi viene la malinconia.
“Gli esistenzialisti mi snobbavano perché mi hanno visto ridere abbracciato a te”. Finita la dedica mi guarda, mi strizza l’occhio e mi sorride, io gli dico grazie e sono contento della mia educazione e timidezza, questa volta.

“Il pianeta-donna come tale era argomento tabù, da trattare in pubblico con estrema prudenza e assolutamente mai, dico mai mettere esplicitamente in relazione col sesso. Erano tempi di femminismo militante e ostile, noi ne eravamo disorientati e impauriti. Se si parlava di donne lo si faceva a bassa voce, da cospiratori. Per noi l’amore idealizzato e la sensualità devastante che ne derivava erano come un’infezione che era meglio non beccarsi, da tener nascosta se la si contraeva, e da non raccontare a nessuno per evitare contagi. Ma ce l’avevamo tutti. Segretamente innamorati di ragazze libere cui facevamo da amici del cuore, chauffeur, confidenti, accompagnatori, schiavi e ruote di scorta solo per vederle invariabilmente volare via fra le braccia di perfetti idioti che le avrebbero devastate, ci ritrovavamo qui al Cafè du Parc a far finta di essere noi i maschi del futuro.”

Disperatamente, e in ritardo cane
Sergio Caputo

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Un pensiero riguardo “Il lato positivo. Frammenti di storia minima da un concerto di Sergio Caputo

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